Osvaldo Bagnoli è morto oggi a 91 anni. Era stato l’allenatore dell’Hellas Verona che conquistò lo storico scudetto del 1985. Fu il punto più alto di una carriera all’insegna di un altro calcio. Un calcio di altri tempi, un calcio ruvido. Un calcio fatto di scarpe bullonate quello frequentato dal Bagnoli giocatore, il giovane della Bovisa che impressionò gli osservatori del Milan che lo portarono in rossonero dall’Ausonia nel 1955. Era il Milan di Nordhal, Schiaffino e Liedholm. Non fu titolare ma fu un eccellente rincalzo, tanto che nel suo ruolo di ala destra fu un vero protagonista della seconda Coppa Latina vinta dal Diavolo contro l’Atletico Bilbao nel 1957 segnando sia in finale contro i baschi che in semifinale contro i lusitani del Benefica. Milita poi molto in serie b tra Verona, Catanzaro e SPAL (con cui ottiene promozione in massima serie e due salvezze) per poi chiudere in C con Udinese prima e Verbania poi, società nella quale inizia ad allenare come vice a 38 anni. 9 anni dopo, sulla panchina del Rimini, porta i romagnoli a una salvezza che, a detta dell’allenatore meneghino, fu un vero capolavoro. Ma il meglio, come spesso accade, doveva ancora venire.
Nel 1981 approdò a Verona alla corte di Celestino Guidotti, costruendo una squadra via via sempre più solida. Con gli scaligeri ottenne la promozione in Serie A nel campionato 1981-1982; nella stagione successiva raggiunse il quarto posto in campionato e arrivò alla finale di Coppa Italia contro la Vecchia Signora. E per poco non la vinse. I bianconeri ribaltarono il 2 a 0 subito al Bentegodi con un 3 a 0 ai tempi supplementari. L’anno seguente sfiorò nuovamente il Trofeo perdendo in finale contro la Roma del Barone Nils Liedholm. Curiosità, sia la Juventus che la Roma erano guidate ai suoi ex compagni di squadra al Milan Trapattoni (che però era nelle giovanili) e Liedholm. Fu però nella stagione 1984/85 che Bagnoli concretizzò l’impresa: vinse infatti lo scudetto con il Verona, il primo e unico della storia dei gialloblù, restando in testa dalla seconda all’ultima giornata. Lo vinse con una squadra che lui costruì nel corso degli anni con i giocatori rifiutati, se così si può dire, dalle altre compagini più blasonate della massima serie italiana, quali: Fanna, Tricella, Galderisi, Marangon, Garella, cui si aggiunsero i due stranieri Hans Peter Briegel e Preben Elkjaer Larsen. L’esperienza fu poi in calando, raggiungendo come massimo risultato i quarti di finale della Coppa Uefa 87/88, dove venne eliminato dai tedeschi del Werder Brema.
Gli exploit internazionali di quello che per tutti era diventato il mago della Bovisa, non si fermarono però in quella occasione. Infatti, al termine della stagione 89/90, con il Verona in dissesto finanziario, appena retrocesso e in pieno dissidio con la dirigenza, Bagnoli lasciò la città dei della Scala per accasarsi all’ombra della Lanterna, sponda rossoblù. Avendo a disposizione un ottimo materiale umano, composto da giocatori come Braglia, Branco, Torrente, Skuhravy e Pato Aguilera, riuscì in due anni a centrare un clamoroso quarto posto nella stagione 90/91 e una semifinale di Coppa Uefa nel 91/92, arrendendosi solamente all’Ajax, che poi vinse in finale il Torino di Mondonico, dopo aver superato nientemeno che il Liverpool ad Anfield. Ciò gli valse la chiamata dell’Inter. Furono stagioni strane quelle con i nerazzurri. Il campionato era dominato dai cugini rossoneri guidati da Fabio Capello e nella prima stagione dovette “accontentarsi”, della seconda piazza. Poteva fare affidamento su buonissimi giocatori quali Sosa, Sammer, Berti, Zenga, Manicone, Shalimov e Schillaci… Senza contare il cobra Darko Pancev, che però in Italia si trasformò in ramarro tanto fu deludente il suo rendimento. Il secondo anno invece fu più travagliato e venne esonerato malgrado un buon cammino in Coppa Uefa e un sesto posto in campionato. Gli subentrò, per la chiusura del campionato, Giampiero Marini, che si salvò per un solo punto ma che conquistò la Coppa Uefa contro il Salisburgo, la seconda per la compagine nerazzurra, dopo quella del 1991 vinta con Trapattoni in panchina. Gli anni sotto la Madonnina furono iconici anche per le celebri frasi dette dall’allenatore cresciuto in Bovisa:
“Ruben Sosa di tattica el capìss nient, ma se continua a fare gol, mi sta benissimo!” Oppure, esasperato dall’inconcludenza del ramarro: “Dite che con Pancev bisogna avere pazienza perché è macedone? Sarà… ma io sono della Bovisa e non sono mica un pirla.” E a 59 anni decise di ritirarsi dal mondo del calcio. Come ebbe a dire nel 2006 in un’intervista al Corriere della Sera: “Probabilmente ero arrivato al capolinea. Certe cose non le sopportavo più […] Ad esempio i giovani: pretendevano tanto e davano poco. E se un insegnante non sopporta più i suoi allievi è meglio che smetta.” Non poteva che essere così, del resto, per il figlio di Aristide, operaio cremonese della Fargas di Novate Milanese, cresciuto nel quartiere operaio della Bovisa e lui stesso lavoratore in fabbrica (faceva il tornitore quando iniziò a giocare con i rossoneri ma lavorava fin dai 14 anni, prima in una fabbrica di cinture per pantaloni e poi come garzone in una di sanitari) fino ai 20 anni, ossia al suo debutto con il Milan. Schivo, concreto, poco retorico, legato ai valori del lavoro, stava diventando un pesce fuor d’acqua in un calcio sempre meno sport e sempre più business. Verona, Genova e soprattutto la tua Bovisa lo ricorderanno col sorriso
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