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Moody’s avverte Israele: guerra e istituzioni indebolite frenano l’economia

L’economia israeliana è “solida” e in crescita ma due ombre condizionano il suo percorso di sviluppo: le guerre, da un lato; il processo che ha prodotto istituzioni “indebolite negli ultimi anni” dall’altro, in un quadro in cui domina la polarizzazione...
Medio oriente: si prolunga il rischioso stallo

L’economia israeliana è “solida” e in crescita ma due ombre condizionano il suo percorso di sviluppo: le guerre, da un lato; il processo che ha prodotto istituzioni “indebolite negli ultimi anni” dall’altro, in un quadro in cui domina la polarizzazione politica. Lo riporta Moody’s nel tagliare il quadro di crescita per lo Stato Ebraico nel 2026 dal 5 al 3,7% e lo fa proprio nei giorni in cui la Knesset inizia a dibattere sull’ultima, grande partita aperta per il governo di Benjamin Netanyahu prima del voto autunnale, ovvero la nuova riforma della giustizia che mira a condizionare nel profondo la figura del Procuratore generale, ritenuto storicamente una garanzia di indipendenza dall’esecutivo.

Insomma, nonostante una corsa notevole della borsa, degli investimenti militari e dello sviliuppo tecnologico, Israele dall’inizio della fase di acuta conflittualità in Medio Oriente è entrata in una situazione di difficile sostenibilità per le sue finanze. A suo modo Bezalel Smotrich, che porta la doppia tessera di Ministro delle Finanze e leader di Sionismo Religioso, aveva provato a lavorare per mantenere attiva l’intera agenda del governo, dall’attività militare all’espansione degli insediamenti, contando nel frattempo sulla possibilità di ricorrere a tagli di spesa per contenere il disavanzo dello Stato. Fortune alterne per l’esponente di estrema destra: Israele ha visto il deficit vicino al 7% nel 2024, del 4,4% nel 2025 e probabilmente ne avrà uno al 5% circa quest’anno per l’incremento delle spese militari dovuto al conflitto in Iran e alla guerra in Libano.

I numeri reali dicono che Israele cresce a un tasso che ogni economia europea giudicherebbe invidiabile. La realtà parla però, appunto, di una spesa condotta largamente in deficit e inflattiva: l’economia di guerra genera Pil, non prosperità diffusa e in tal senso dal 7 ottobre 2023 in avanti la Banca di Israele ha stimato nel 2025 che il Paese potrebbe aver perso 57 miliardi di dollari di Pil dall’economia reale in due anni per via del richiamo dei riservisti, dell’interruzione di molti servizi e di altre problematiche, tra cui non sono da escludere anche quelle legate al calo dei viaggi internazionali e del turismo. “Il settore dell’alta tecnologia, che fa da apripista alle statistiche, è di dimensioni ridotte, impiega solo circa  un lavoratore israeliano su nove , pagandoli quasi  tre volte la media salariale del resto dell’economia e ricavando la maggior parte del suo fatturato da clienti esteri, che continuano a pagare anche quando suonano le sirene d’allarme”, nota Time.

Attorno, il costo della guerra si fa sentire e come spesso succede si scarica sulle persone comuni. E la polarizzazione della società rischia di creare un clima ben più incerto anche per gli investimenti: Moody’s, per ora, non penalizza Israele e mantiene il rating Baa1 e outlook stabile, ma ha anche posto in essere una critica netta: l’agenzia “ha avvertito che un indebolimento delle istituzioni israeliane potrebbe essere un fattore determinante per un potenziale declassamento del rating creditizio del Paese”, nota il Times of Israel. In un certo senso, una manifestazione della sfiducia degli investitori per la rotta politica di Netanyahu, premier più longevo della storia di Israele che presto avrà il redde rationem con gli elettori in uno Stato polarizzato attorno alla sua figura, alle sue principali politiche e alle sue questioni giudiziarie.

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