Lo scorso 6 luglio il Dalai Lama ha compiuto 91 anni. Il settimanale Time gli ha appena dedicato una copertina con foto e titoli emblematici: “His Last Stand”, ossia “La sua ultima battaglia”, con l’immagine del leader spirituale in primo piano a mani giunte. Il riferimento è all’eredità di Tenzin Gyatso, ossia il XIV Dalai Lama, sempre più anziano e alle prese con fastidiosi problemi di salute. Parliamo di un personaggio complesso che incarna in sé due lati complementari: la manifestazione terrena del bodhisattva della compassione Avalokitesvara (Chenrezig, nella tradizione tibetana), che secondo la credenza buddhista rinuncia al nirvana per continuare ad aiutare gli esseri senzienti, ma anche un uomo logorato dall’età che necessità di cure.
A giugno è stato portato in sala operatoria all’ospedale Apollo di Nuova Delhi per una protesi al ginocchio sinistro, a conferma di una fragilità che preoccupa un intero movimento spirituale e che ha scatenato un acceso confronto geopolitico tra India e Cina. Già, perché se Pechino dovesse nominare un proprio candidato alla successione dell’attuale Dalai Lama mentre i leader in esilio – le autorità politiche e religiose della comunità tibetana che vivono fuori dal Tibet, soprattutto in India, dopo la fuga del Dalai Lama nel 1959 – dovessero sceglierne un altro, allora si scatenerebbe una crisi di successione che spaccherebbe il buddismo tibetano.
Il futuro del buddismo tibetano
Una crisi del genere, insomma, spaccherebbe il buddismo tibetano (per la cronaca: conta mezzo miliardo di fedeli a livello globale) in due rami: uno leale al successore del Dalai Lama scelto dalla comunità in esilio, l’altro a quello selezionato dalla Cina.
Le prime avvisaglie di quanto potrebbe accadere ci sono già state con il Panchen Lama nominato da Pechino, ovvero la seconda figura più importante di questa comunità: negli anni ’90 il Partito Comunista Cinese insediò No Gyaincain Norbu dopo che il candidato scelto dal Dalai Lama – un bambino di 6 anni – scomparve nel nulla. Un anno fa, inoltre, il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, ha ribadito che, una volta morto il Dalai Lama, la sua reincarnazione dovrà essere “approvata dal governo centrale”.
A partire dal 2011, Sua Santità ha rinunciato a qualsiasi autorità politica sulla comunità buddista per preparare i tibetani all’arduo cammino che dovranno continuare senza di lui. Non è da escludere che in un futuro non troppo lontano possano esserci due Dalai Lama: uno approvato dal partito cinese, l’altro dall’Ufficio del leader spirituale tibetano.

Non solo spiritualità
Dietro all’eredità del Dalai Lama c’è molto più della semplice spiritualità. Pechino considera la questione della successione come parte integrante di un ambizioso progetto di soft power attraverso il quale ammorbidire la propria immagine presso Paesi ricchi di buddisti, come Sri Lanka, Nepal, Myanmar, Thailandia e Cambogia, e ottenere importanti vantaggi geopolitici.
La Cina si contende l’influenza sul futuro del buddismo con l’India. Lumbini, città situata nel Nepal meridionale nonché luogo di nascita del Buddha, è al centro della contesa. Negli ultimi anni il Dragone ha speso milioni di dollari per costruire e finanziare templi, università, diplomazia delle reliquie in salsa buddista, per l’irritazione di Delhi che si considera patria ancestrale di questa fede. Anche se con Narendra Modi il nazionalismo indù ha tolto spazio d’azione a ogni altra minoranza etnica e religiosa, il Paese ha definito Buddha come il suo “gioiello della corona”.
Sia chiaro: a Pechino nessuno contesta il fatto che il buddismo abbia avuto origine in India. La Cina, che conta oltre 50 milioni di buddisti – cinque volte tanto rispetto alla nazione indiana – si considera semplicemente suo custode. Ma che senso ha una simile rivendicazione? Nel Sud Est Asiatico il buddismo è molto più di una semplice fede.
Come ha spiegato The Diplomat, in Thailandia il re trae parte della sua legittimità dal ruolo di protettore del buddismo, in Cambogia è addirittura la religione di Stato ufficiale, i monaci dello Sri Lanka sono a capo di partiti politici mentre quelli del Myanmar hanno guidato le proteste anti militari. Ebbene, questi Paesi sono fondamentali per la diplomazia economica e politica del Dragone. E il buddismo è un ottimo pretesto per incrementare queste relazioni.

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