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Società

Il Brasile non vince più: troppi debiti in casa, troppi talenti all’estero e… troppa religione

La selecao non vince oramai da 24 anni e fatica a ritrovare un posto tra le prime 4 di un mondiale, eppure i talenti non mancano

C’è chi da giorni, in Brasile così come all’estero, scomoda un dibattito tra i più accesi nel Paese per spiegare la crisi della selecao. In particolare, il riferimento è al sempre maggiore peso delle chiese evangeliche nella società brasiliana. In molti fanno notare che l’ultima nazionale di un Paese non cattolico a vincere un mondiale è stata l’Inghilterra nel 1966, considerando anche la Germania con la sua Baviera cattolica nel novero delle trionfatrici in grado di beneficiare dell’appartenenza di un buon numero di tifosi alla Chiesa di Roma. Oggi sempre più calciatori verdeoro professano la loro fede evangelica, sulla scia del boom del credo evangelico degli ultimi anni. Secondo diversi critici, questo renderebbe la squadra più divisa, con una mentalità meno improntata alla condivisione all’interno del gruppo e con giocatori più distratti.

Già nel 2015, l’allora ct Dunga si era espresso duramente contro manifestazioni religiose evangeliche all’interno dei ritiri: “Rispetto ogni religioneha dichiarato all’epoca dopo aver scoperto che dieci giocatori in ritiro avevano partecipato a un incontro con un reverendoma la Nazionale non è il luogo adatto per esporre idee politiche e religiose”. Ad ogni modo, quella legata alla crescita del peso culturale e religioso degli evangelici nel Paeseè forse più una suggestione a cui aggrapparsi per trovare una spiegazione a tutti i costi. La realtà va forse cercata nell’attuale stato di salute del movimento verdeoro, capace ancora di sfornare talenti ma forse non così efficiente come un tempo nel farli crescere. E, soprattutto, nel dare loro un certo senso di appartenenza.

I numeri della crisi di risultati

Quando a Pasadina nel 1994, subito dopo aver battuto l’Italia ai rigori, proprio Dunga ha alzato la quarta coppa del mondo vinta dal Brasile vi era stato un unico slogan: “Mai più”. Un’espressione riferita al lungo periodo di digiuno della selecao, capace di tornare a vincere il mondiale soltanto dopo 24 anni. Tanti ne erano trascorsi infatti da quando all’Azteca Pelè aveva alzato la “terceira“. Quello slogan sembrava essere stato effettivamente rispettato: appena 8 anni dopo dal trionfo nel primo mondiale ospitato dagli Usa, a Yokohama, l’allora capitano Cafù ha alzato la quinta coppa. Ma da allora il lungo digiuno si è ripetuto e anzi si è prolungato. Dal mondiale del 2002 sono passati proprio 24 anni e l’uscita agli ottavi contro la Norvegia nell’attuale mondiale ha certificato che ne passeranno almeno 28 prima di poter vedere nuovamente i verdeoro trionfare.

Il vero problema però non riguarda soltanto la mancata vittoria. La questione è che il Brasile è come sparito dalla mappa più prestigiosa del mondiale: in tutti questi anni nessuno ha scalfito il suo record di vittorie, ma la nazionale sudamericana non si è mai avvicinata alla sesta coppa.In 24 anni, è arrivata soltanto una semifinale. Ed è per giunta arrivata nel mondiale casalingo del 2014 e con una sfida rimasta nella storia come la principale disfatta del calcio brasiliano, grazie al 7-1 subito a Belo Horizonte dalla Germania. In Germania nel 2006, da campioni in carica, i verdeoro sono stati eliminati ai quarti di finale dalla Francia, quattro anni dopo sempre ai quarti in Sudafrica è arrivata la clamorosa sconfitta contro i Paesi Bassi. Poi, oltre al sopra citato 2014, si è avuta l’uscita ancora ai quarti nel 2018 in Russia contro il Belgio e nel 2022 contro la Croazia in Qatar. In Nordamerica quest’anno il Brasile, allenato da Carlo Ancelotti, ai quarti di finale non è nemmeno arrivato.

Una questione di identità?

I numeri che fotografano la crisi di risultati fotografano solo una parte della realtà. Perché, andando a guardare altri dati, in realtà il movimento calcistico brasiliano non è per nulla in crisi. Il Paese, è vero, ha abbracciato altri sport nel corso degli anni. A partire dalla pallavolo, di cui il Brasile è stato dominatore prima del ritorno dell’Italia, e dalle arti marziali. Ma il calcio è ancora di gran lunga lo sport più popolare e più praticato. Tanto è vero che oggi il Paese ha il più alto numero di calciatori all’estero, con oltre 1.200 giocatori brasiliani tesserati nei vari club in giro per il mondo. Per rendere un’idea, l’Italia in questa speciale classifica è costantemente fuori dai primi 20. Vuol dire quindi che di talenti non ne mancano,c on i giocatori che escono dai vivai locali che rimangono i più graditi e richiesti a livello internazionale.

Forse è proprio questo il problema. I giocatori vanno via dal Paese, perdendo l’identità calcistica del football a tinte verdeoro. Certo, è impossibile rivedere le stesse condizioni del mondiale del 1970, l’ultimo vinto da Pelè, in cui tutti i calciatori della selecao erano espressione del campionato brasiliano. Ma rapportando la situazione di adesso a quella degli ultimi due mondiali conquistati dai brasiliani, il divario rispetto anche al recente passato è ben visibile: a Usa 1994, su 22 convocati sono stati 11 i giocatori presi dal campionato brasiliano, nel 2002 questa cifra è addirittura salita a 13. Nel mondiale in corso, Ancelotti ha portato in ritiro solo 7 calciatori del “brasilerao” e pochi di questi sono partiti titolari. Buona parte di coloro che hanno indossato la maglia verdeoro negli Usa quest’anno, sono andati via dal proprio Paese poco dopo il loro esordio tra i professionisti. In pochi cioè, come sottolineato da molti quotidiani brasiliani, sono cresciuti negli stadi di Rio o San Paolo e hanno assaporato il clima dei derby più iconici che plasmano da decenni il calcio locale.

Cosa succede al brasilerao

Eppure, il campionato brasiliano è tutt’altro che poco competitivo. Le ultime sei Libertadores, la Champions League sudamericana, sono state vinte soltanto da squadre brasiliane. Le quali sono le più attrezzate, anche grazie agli stadi del mondiale del 2014, e le più ricche per via di un bacino d’utenza che non ha eguali nel continente. Il problema però è che, così come accade in buona parte del mondo, al fianco dei lauti guadagni le principali società sono costrette ad annotare anche notevoli debiti. Per cui oggi ogni talento rappresenta un’occasione per annoverare plusvalenze nel bilancio. Non appena un ragazzo inizia a impressionare in positivo, viene presto ceduto a un club europeo con la Premier League inglese quale direzione più accreditata.

Si tratta di un andazzo che perdura da oltre un decennio e che potrebbe in qualche modo aver snaturato il calcio brasiliano, oggi forse più vicino a essere una brutta copia di quello europeo. Mancanza di senso di appartenenza, con giocatori che vedono il Brasile solo per le gare di qualificazione ai mondiali, e adeguamento a schemi più vicini alla scuola europea che brasiliana potrebbero aver spento la scintilla verdeoro. Determinando così una crisi da cui sembra difficile uscire.

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