I sistemi di difesa aerea russi tornano sui tavoli (e forse sui cieli) del Medio Oriente. Ankara farà da intermediario con i Paesi del Golfo, e in cambio rientrerà nel programma F-35. Qualcosa si muove nella diplomazia degli S-400.
Gli S-400 e la Turchia: una strada irta di ostacoli
Risale al 2018 il primo attrito di Ankara con Washington attorno all’acquisizione del noto sistema terra-aria russo di ultima generazione. Nel giugno dello stesso anno, infatti, una disposizione della Commissione del Senato degli Stati Uniti per le Forze Armate bloccò il trasferimento degli F-35 alla Turchia in caso di acquisto, da parte di Ankara, degli S-400 russi.
Con la minaccia di sanzioni statunitensi, infatti, il CAATSA (Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act) approvato nell’agosto 2017 penalizzava qualsiasi Paese non occidentale interessato ad “una transazione significativa con una persona che fa parte dei settori della difesa o dell’intelligence del Governo della Federazione Russa, o opera per conto di essi”. Tra cui la Turchia. Nel luglio 2019, con l’atterraggio di tre aerei russi con equipaggiamento S-400 alla base aerea di Mürted, presso Ankara, scattarono le sanzioni USA e il progetto F-35 venne congelato per lo Stato turco.
Ma lo scorso 10 luglio il quotidiano turco Hürriyet ha delineato una possibile soluzione per sbloccare la vendita dei caccia statunitensi F-35 ad Ankara. L’ipotesi prevede il trasferimento dei sistemi di difesa aerea russi S-400, attualmente in dotazione alla Turchia, a un Paese terzo dell’area del Golfo. Secondo fonti turche, le autorità statunitensi considererebbero questa opzione la più compatibile con l’attuale quadro normativo americano, poiché consentirebbe di creare le condizioni per una revoca delle sanzioni imposte ai sensi del CAATSA, quindi la ripresa dei negoziati relativi all’acquisizione degli F-35.
Quale Paese terzo? Non è dato sapere, ma i candidati acquirenti potrebbero essere il Qatar o gli Emirati Arabi Uniti: data la situazione di instabilità regionale e l’indisponibilità di Patriot statunitensi, entrambi i Paesi sono alla ricerca di nuovi sistemi di difesa aerea.
Sebbene i dettagli dell’accordo concluso nel 2017 tra Turchia e Russia per l’acquisizione dei sistemi missilistici S-400 non siano mai stati resi pubblici, è verosimile che esso contenga clausole volte a limitarne la riesportazione o il trasferimento a soggetti terzi. Di conseguenza, un’eventuale cessione dei sistemi da parte di Ankara a un altro Paese richiederebbe con ogni probabilità il consenso preventivo di Mosca.
Nel mese di giugno, a poche settimane prima del vertice della NATO, con la visita del ministro degli Esteri turco Hakan Fidan a Mosca si è discusso il tema del “commercio bilaterale e la cooperazione economica”, a cui è stato riservato “un posto importante nell’agenda”. E proprio la tematica del S-400, nei recenti contatti tra Ankara e Mosca, è stata considerata dal portavoce del Cremlino Dimitry Peskov come “altamente sensibile”.
Tel Aviv porrà un veto?
Se tale ipotesi trovasse conferma, la diplomazia degli S-400 produrrebbe un duplice e paradossale effetto: da un lato, l’Iran si troverebbe ad assistere al trasferimento di avanzati sistemi di difesa aerea russi nelle mani dei propri rivali regionali; dall’altro, Israele vedrebbe la Turchia liberarsi dell’ostacolo che finora le ha precluso l’acquisizione dei caccia statunitensi F-35.
Date le persistenti diffidenze nei confronti della Turchia, Israele teme il vantaggio strategico che Ankara potrebbe acquisire con questo accordo. Il viceministro degli Esteri israeliano Sharren Haskel si è detto “preoccupato” dalle dichiarazioni di Trump attorno alla questione degli F-35 alla Turchia, dichiarando pubblicamente che Tel Aviv non consentirà il trasferimento di tecnologie di sviluppo israeliano integrate nel programma F-35, anche qualora gli Stati Uniti dovessero autorizzarne la vendita ad Ankara.
Ma non sarebbe l’unico grattacapo per Israele. In passato proprio la diplomazia degli S-400 tra Mosca e Ankara era stata accusata da fonti israeliane di destabilizzare i rapporti di Tel Aviv con i “nuovi amici di Israele nel Golfo” e di allontanare la Turchia dall’agenda NATO.
Conseguenze non solo politiche, ma anche militari. Tel Aviv non vede infatti gli S-400 solo come una batteria di difesa aerea, ma come parte di un ecosistema che può limitare il vantaggio tecnologico e operativo della propria aviazione. I rapporti del CSIS hanno confermato la centralità tattico-operativa della soppressione di batterie di S-300 in Iran per il mantenimento della superiorità aerea della IAF.
Il sistema S-400 può impiegare missili terra-aria 9M96E e 9M96E2 progettati per contrastare bersagli aerodinamici e balistici anche in ambienti caratterizzati da forti disturbi elettronici, e in grado di ingaggiare obiettivi ad alta velocità, fino a 15 volte la velocità del suono, raggiungendo circa 35.000 metri di altitudine.
Un sistema che, qualora integrato in una rete nazionale di difesa aerea ostile, contribuirebbe alla creazione di un dispositivo di negazione dell’accesso (A2/AD) capace di incrementare la complessità delle operazioni offensive, rendendo necessario il ricorso combinato a capacità di guerra elettronica, intelligence, munizionamento stand-off e piattaforme stealth.
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