Il vertice Nato che doveva celebrare l’aumento delle spese militari europee e la coesione dell’Alleanza si è trasformato in un palcoscenico per l’ennesima, inaspettata giravolta di Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti ha approfittato della ribalta internazionale della capitale turca per imprimere un cambio di tono netto – e in senso apertamente bellicista – alla sua politica estera, finora estremamente impopolare e oscillante.
Già durante la cena di gala di martedì sera offerta dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan, Trump ha ordinato una nuova serie di raid contro l’Iran. Un attacco a sorpresa che ha di fatto sepolto la tregua siglata solo poche settimane fa e ha spiazzato gli alleati europei, che speravano in un summit dedicato agli impegni finanziari e al sostegno a Kiev.
La furia di Trump: «Iraniani feccia»
La svolta è diventata inequivocabile mercoledì. In una conferenza stampa ai margini del vertice, Trump ha dichiarato che il cessate il fuoco concordato a metà giugno con Teheran è «finito». «Non voglio più avere a che fare con loro», ha tuonato. «Sono feccia, sono persone malate, guidate da persone malate».
Un’escalation verbale che rappresenta un autentico strappo rispetto alle dichiarazioni nettamente più accomodante di appena una settimana fa, quando al vertice del G7 Trump aveva definito gli iraniani «persone razionali» con cui era «bello trattare». Alla domanda sul motivo di questo improvviso mutamento, il presidente ha risposto secco: «Li ho conosciuti. Questo è tutto».
Il fattore scatenante sarebbe stato l’attacco di martedì contro tre navi mercantili nello Stretto di Hormuz, che ha provocato la dura reazione militare americana. Il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha reso noto che le forze statunitensi hanno colpito circa 90 obiettivi militari iraniani, tra cui sistemi di difesa aerea, riserve di missili e droni, e infrastrutture navali e logistiche lungo la costa. Solo un giorno prima, altri 80 bersagli erano stati già centrati, secondo gli americani. «Sono attacchi offensivi per degradare la capacità di Teheran di minacciare il traffico commerciale», ha spiegato il Centcom.
La risposta dell’Iran non si è fatta attendere: Ebrahim Rezaei, portavoce della commissione parlamentare per la sicurezza nazionale, ha scritto su X che gli iraniani daranno uno «schiaffo duro» agli Stati Uniti.
La sfida a Putin: licenza all’Ucraina per i Patriot
Ma la svolta trumpiana non si ferma al Golfo Persico. Contro ogni aspettativa, il presidente ha deciso di alzare il tiro anche nei confronti della Russia, nonostante la recente telefonata con Vladimir Putin in cui aveva auspicato un ruolo di mediazione di Mosca. Nel corso di una conferenza stampa congiunta con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, Trump ha annunciato che gli Stati Uniti concederanno a Kiev la licenza per produrre autonomamente i missili intercettori Patriot. «Un uccellino mi ha detto che gli daremo il diritto di produrre i Patriot. È fantastico. Così non potrete lamentarvi che non ve ne diamo abbastanza», ha scherzato il presidente rivolgendosi a Zelensky.
Secondo il Wall Street Journal, gli Stati Uniti producono circa 600-650 intercettori Patriot all’anno (principalmente PAC-3 MSE), con piani per arrivare a 2.000 entro il 2030. Kiev ne consuma molti per difendersi dai missili balistici russi, e le scorte Usa ed europee sono sotto pressione per via della crisi nel Golfo. Già in passato, il Cremlino ha definito forniture di Patriot come «escalation» che prolunga la guerra e colpisce interessi di sicurezza russi. Va detto che l’effetto di questa decisione sarà tutt’altro che immediato poiché ci vorranno mesi, se non anni, per impostare linee di produzione sicure in Ucraina e trasferire il know-how sul posto. Politicamente, tuttavia, rimane una mossa significativa e uno schiaffo alla Federazione Russa, segnale che dello «spirito di Anchorage» è rimasto gran poco. Tante illazioni e promesse ma pochi passi significativi verso una vera distensione.
In generale, con questa offensiva diplomatica e militare, Trump ha ribaltato le carte in tavola, trasformando un vertice Nato dedicato alla difesa europea in una vetrina per la sua nuova, aggressiva postura, dovuta soprattutto al piano politico interno. Le midterm si avvicinano e Trump non vuole presentarsi come un presidente debole e perdente.
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