La nuova fiammata Iran-Usa rischia di riaprire la guerra su larga scala. Il memorandum per porre fine alla guerra è “finito”, ha dichiarato Trump. E lo ha dichiarato mentre si svolgeva la riunione Nato di Ankara, location che accredita alle sue parole un peso maggiore dal momento che da tempo circolava l’idea di coinvolgere i Paesi dell’Alleanza Atlantica nel conflitto con l’Iran, opzione peraltro sollecitata più volte da Trump.
Il nuovo scambio di colpi tra Iran e Stati Uniti si è dipanato con dinamiche analoghe al precedente, con tre navi commerciali colpite in un giorno mentre transitavano attraverso lo Stretto di Hormuz, dopo settimane che non ne veniva colpita neanche una, i bombardamenti americani più massivi dei precedenti e la risposta iraniana contro le basi statunitensi in Kuwait e Bahrein. Tutto maledettamente scontato.
La crisi forse irrevocabile del processo negoziale è evidenziata anche dal subitaneo ripristino delle sanzioni sul petrolio iraniano. E dalla presa d’atto di Teheran della violazione dell’accordo di Islamabad, da cui le responsabilità americane per quanto si profila all’orizzonte.
Va specificato, per dovere di cronaca, che nonostante lo scambio di colpi, i duellanti si sono limitati. Infatti, si segnala solo una vittima negli attacchi statunitensi, mentre Teheran ha evitato di prendere di mira le navi americane, eludendo la subitanea escalation.
Se si tratta di una quiete prima della tempesta o di un momento critico superabile lo dirà solo il tempo. In attesa, val la pena segnalare due avvenimenti importanti che hanno preceduto la fiammata di stanotte.
Anzitutto la mossa a sorpresa di Hamas, che ha deciso di porre fine al governo provvisorio di Gaza, la parte non occupata dall’IDF ovviamente, per permettere alla nuova amministrazione di tecnocrati più o meno palestinesi di prendere il controllo dell’area, come previsto dai cosiddetti accordi di pace di cui si sono fatti garanti gli americani.
Uno sviluppo che potrebbe fermare l’espansionismo israeliano nella Striscia, che nei giorni precedenti minacciava di tracimare, dal momento che era l’unico fronte nel quale l’IDF poteva imperversare liberamente dato lo stallo iraniano e quello libanese (dove si è attestato nel meridione, con lo smantellamento di Hezbollah ricercato per altre vie che non il conflitto aperto).
La prospettiva aperta dall’annuncio di Hamas ha allarmato Tel Aviv perché l’arrivo di un governo altro da Hamas ne frenerebbe l’azione. Così le autorità israeliane hanno affermato che si trattava di un escamotage per non deporre le armi, nulla importando che il cosiddetto accordo di pace prevede che Hamas consegni le armi alla nuova amministrazione. Un’irritazione palesata anche dall’intensificazione degli attacchi su Gaza, che ieri hanno ucciso sette persone tra cui un bambino.

In questi giorni si era registrato un altro evento che aveva posto criticità alla magnatica pulsione espansionista israeliana: l’incontro a Beirut tra il ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani e il presidente del parlamento libanese Nabih Berri, il più alto referente politico di Hezbollah.
L’incontro ha irritato non poco Israele a motivo del convitato di pietra dell’evento, la Turchia, che ha posto sotto la sua tutela la Siria. La visita, dunque, segnalava un possibile ingresso di Ankara nella contesa del Paese dei cedri e soprattutto che il nuovo attore della querelle era disposto a ricomprendere Hezbollah nella risoluzione del rebus libanese (sul tema rimandiamo a Piccolenote). Non sembra casuale che l’incontro sia stato funestato da un attentato avvenuto a Damasco nello stesso giorno.
A tale incontro sembra ricollegarsi la successiva visita di Emmanuel Macron a Damasco, il primo leader dell’Occidente a visitare la Siria dopo la caduta di Assad. È noto l’interesse francese per la sua ex colonia libanese e la visita sembrava prefigurare una sorta di placet per la nuova disposizione siriana nei confronti del Paese dei cedri. Visita di due giorni quella di Macron, funestata anch’essa da attentati avvenuti nei pressi dell’Hotel nel quale alloggiava, 18 i feriti.
Nella conferenza stampa congiunta, il presidente Ahmed al Sharaa ha dichiarato di contare su un “ruolo attivo della Francia” per fermare l’escalation israeliana contro il suo Paese (Arab News).

Come accennato, tali sviluppi sembravano poter più o meno frenare l’espansionismo israeliano, ma la crisi di Hormuz ha ribaltato la situazione.
Un po’ quel che è successo ieri ai Mondiali di calcio, dove il derby per procura tra Palestina e Israele, cioè l’Argentina del cripto-lubavitcher Javier Milei e la squadra egiziana diventata simbolo delle istanze palestinesi, ha registrato il ribaltamento finale in favore della prima grazie ai dovuti favori arbitrali (l’Argentina è predestinata al titolo ab initio, ma resta la fantasia del dio del pallone).
Il calcio a volte ha un valore simbolico e ieri ciò si è palesato in tutta la sua plasticità, dove anche l’esaltazione parossistica di Lionel Messi, le cui foto con Netanyahu hanno fatto il giro del mondo, serve, forse suo malgrado, per oscurare-obliterare il dio del calcio Diego Armando Maradona, che si fece bandiera degli oppressi (“il mio cuore è palestinese“, ebbe a dire).
Peraltro, un’infelice coincidenza ha visto l’IDF assassinare poco prima della partita Fawaz al-Wahidi, il responsabile delle pubbliche relazioni dell’Egyptian Committee per Gaza City, che aveva in programma di trasmettere pubblicamente l’evento.

Al di là della digressione, resta il precipitare della crisi iraniana. Trump ha detto che vuole permettere ai negoziatori americani di proseguire nel dialogo, manifestando però il proprio scetticismo. E al G7 tutto il suo pathos era tutto per la Turchia, alla quale vuol vendere gli F-35, contro il parere di Netanyahu, e ritirare le sanzioni comminate al tempo dal suo Paese.
Impossibile ad oggi districare le tante ambiguità/contraddizioni di Trump e le corrispettive mediorientali, vedremo di seguito. Ad oggi c’è un solo vincitore, Netanyahu, che trionfa quando il fuoco divampa. Possibile l’escalation, possibile il ritorno a una situazione né pace né guerra e/o ai blocchi contrapposti di Hormuz. Nubi oscure all’orizzonte.

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