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Politica

L’Ungheria di Magyar e la resa dei conti con i reduci dell’era Orban: primo nel mirino il presidente Sulyok

Il nuovo Primo Ministro magiaro è salito al potere sulla spinta di una forte volontà di farla finita con i precedenti governi Orbán.
Ungheria

Da qualche settimana, diversi meme ritraggono Tamás Sulyok, Presidente della Repubblica ungherese, mentre legge una copia del quotidiano francese Le Monde. Nessuna didascalia o nessun commento corredano le immagini satiriche. Al pubblico italiano tali vignette potrebbero dire poco, ma per gli ungheresi il messaggio è chiaro: “lemond”, infatti, è un verbo ungherese che significa “dare le dimissioni”. Il significato politico di tali meme è quindi ben preciso e si inserisce nel contesto della crisi istituzionale creatasi in seguito alla vittoria di Péter Magyar alle elezioni dello scorso aprile.

Chi ha seguito le vicende ungheresi degli ultimi mesi, ricorderà come il nuovo Primo Ministro magiaro sia salito al potere sulla spinta di una forte volontà, da parte dei cittadini ungheresi, di farla finita con i precedenti governi Orbán e il sistema illiberale e corrotto che per 16 anni ha retto le sorti del Paese danubiano. Non sorprenderà quindi come, dal primo giorno dopo la strabordante vittoria elettorale, Magyar abbia chiesto a gran voce le dimissioni di tutti i precedenti gerarchi di Fidesz, Sulyok in testa. “Ci aspettiamo le dimissioni dei fantocci di Orbán” ha tuonato il leader di Tisza durante la sua prima conferenza stampa all’indomani delle elezioni “Il 31 maggio sarà la data limite entro la quale potranno dimettersi. Dopodiché agiremo in base al nostro mandato ed esploreremo tutte le vie legali per rimuoverli dai loro incarichi”.

Ed effettivamente il nuovo governo di Budapest, preso atto che i “fantocci di Orbán” non hanno risposto all’ultimatum, si è messo all’opera per forzare la mano a Sulyok e agli altri vertici dello Stato illiberale. Il 22 giugno, durante una sessione parlamentare straordinaria, Péter Magyar ha annunciato l’inizio dell’Operazione Fuoco Purificatore, ossia l’avvio del processo di smantellamento del sistema creato da Viktor Orbán durante i suoi sedici anni di potere indiscusso. Passando dalle parole ai fatti, il 4 luglio il governo Magyar ha presentato la sua proposta per il 17° emendamento alla Legge Fondamentale, ossia un aggiornamento dell’attuale Costituzione ungherese, la cui bozza è stata pubblicata sul sito del governo in modo che i cittadini ungheresi, utilizzando una finestra di cinque giorni, potessero discuterla e proporre eventuali modifiche.

Tra le misure incluse nell’emendamento vi sono le dimissioni del Presidente della Repubblica, un limite di età pari a massimo 70 anni per i membri della Corte Costituzionale, il ritorno del diritto di eleggere il Presidente della Corte Costituzionale a quest’ultima e non più al Parlamento (eliminando così una pericolosa influenza del potere politico su quello giudiziario-costituzionale), un limite massimo di 12 anni (o di tre mandati consecutivi) per i deputati e la nascita di un Ufficio nazionale per la protezione e il recupero dei beni, volto a indagare su eventuali appropriazioni indebite avvenute durante i governi Fidesz e a lottare contro la corruzione. 

Se quest’ultimo punto va sicuramente nella direzione indicata dall’Unione Europea in termini di lotta alla corruzione, è altrettanto vero che la nascita dell’ente incontra il favore dei cittadini, andando a colpire un male endemico della società ungherese: la corruzione, infatti, mangia ogni anno tra l’8 e il 10% del PIL ungherese. La creazione di questo Ufficio nazionale, inoltre, fornirebbe nuove armi legali a Magyar per portare avanti la sua guerra contro ex gerarchi di Fidesz, colpendo i casi più eclatanti di corruzione e indebolendo ulteriormente l’ex partito di (super) maggioranza. Inviando un messaggio ai “giannizzeri del regime di Orbán, per i quali il patrimonio comune ungherese era bottino di guerra”, il Primo Ministro ha infatti affermato che coloro i quali “credono di poter nascondere, far evacuare o occultare rapidamente dietro prestanome e reti aziendali tutto ciò che è stato sottratto al popolo ungherese si sbagliano. Lo Stato si riprenderà tutto ciò che è stato rubato alla nazione “

Sono, tuttavia, i primi due articoli dell’emendamento quelli che stanno infiammando di più gli animi a Budapest. Partiamo dal secondo. Ponendo un limite di età massimo pari a 70 anni per i giudici costituzionali, Magyar otterrebbe le dimissioni di Péter Polt, Presidente della Corte Costituzionale e fedelissimo di Orbán, e di altri tre giudici costituzionali nominati dal precedente governo. In un colpo solo, quindi, Tisza si libererebbe di una figura decisamente scomoda, non a caso posta alla presidenza della Corte nel dicembre del 2025 nel tentativo di blindare l’influenza di Fidesz su questa istituzione assai delicata. Il disegno di Orbán era chiaro: in caso di vittoria, tutto sarebbe continuato come prima, mentre in caso di sconfitta il nuovo Primo Ministro si sarebbe trovato con una bella gatta da pelare, dovendo gestire i rapporti con una Corte Costituzionale in mano a Fidesz. La vittoria dirompente di Magyar ha tuttavia assegnato a quest’ultimo la potente mannaia dei due terzi dei seggi parlamentari, con i quali può modificare tranquillamente la Costituzione e superare questi ostacoli.

L’aspetto più controverso di questo 17° emendamento è tuttavia quello che riguarda la cessazione del mandato dell’attuale Presidente della Repubblica. “Il mandato del Presidente della Repubblica in carica cesserà il giorno successivo all’entrata in vigore del diciassettesimo emendamento alla Legge Fondamentale”, si legge nella proposta presentata dal governo Magyar. La trappola per Tamás Sulyok, altro fedelissimo di Orbán, è quindi pronta a scattare: se, infatti, il Presidente firmerà l’emendamento allora segnerebbe la sua condanna. Qualora, d’altro canto, dovesse rifiutarsi di firmare il testo una volta approvato dal Parlamento, potrebbe venire messo in stato di accusa e rimosso legalmente dal proprio ufficio.

La permanenza di Sulyok a Palazzo Sándor sarebbe inaccettabile per Magyar non solo perché l’attuale Presidente è, come abbiamo visto, un fedelissimo di Orbán e uno dei volti più identificabili degli ultimi anni del passato regime, ma anche perché Sulyok gode di tutta una serie di poteri che potrebbero causare ben più di un mal di testa al governo Tisza. Al di là di un ruolo meramente cerimoniale, infatti, il Presidente della Repubblica detiene numerose prerogative quali la nomina di diversi alti ufficiali come il Presidente della Corte Suprema, i rettori delle università, i generali e i magistrati. Non solo: il Capo dello Stato ha anche il potere di veto sulle leggi approvate dal Parlamento, potendo di conseguenza rimandare i decreti all’attenzione dell’Assemblea nazionale, oltre a poter coinvolgere la Corte Costituzionale qualora le leggi venissero considerate potenzialmente incostituzionali da parte del Presidente. Risulta quindi evidente come sia vitale, per Péter Magyar, avere un nuovo inquilino a Palazzo Sándor.

E proprio la Presidenza della Repubblica ha emesso un comunicato nel quale Sulyok, pur non commentando la proposta di emendamento, “richiama l’attenzione sul rispetto del principio dello Stato di diritto e mette in guardia contro l’esercizio arbitrario del potere pubblico e l’applicazione illimitata delle possibilità offerte dalla maggioranza parlamentare dei due terzi”. Al contempo, Tamás Sulyok ha fatto appello alla Corte Costituzione ungherese e alla Commissione di Venezia, tre membri della quale si sono recati nei giorni passati a Budapest per una serie di incontri tanto con la Presidenza quanto con l’Esecutivo. L’attenzione è quindi massima non solo da parte dei cittadini ungheresi, ma anche delle istituzioni europee che monitorano gli sviluppi politici in Ungheria, nella speranza che il cambiamento iniziato ad aprile vada nella direzione auspicata.

La presa di posizione del governo Magyar è stata naturalmente criticata da Fidesz che ha lanciato una manifestazione a tutela della libertà e dello stato di diritto per giovedì 9 giugno. A esprimere perplessità per l’emendamento costituzionale è stata però anche Amnesty International. Pur non contestando la richiesta di dimissioni avanzata a Sulyok, colpevole di non aver “mai alzato la voce contro la tirannia del potere né in difesa dei più vulnerabili” e non aver “fatto nulla per garantire che tutti si sentissero membri uguali, liberi e rispettati della nostra comunità”, l’associazione per i diritti umani contesta il metodo scelto da Péter Magyar. Come si legge nel comunicato di Amnesty International, infatti, l’emendamento alla Legge fondamentale ignora il fatto che anche il Presidente della Repubblica ha diritto a un giusto processo e che la sua rimozione è possibile solo con adeguate garanzie legali. Il monito lanciato da Amnesty sembrerebbe quindi essere quello di non rimediare alle storture del sistema democratico operate da Orbán con altre storture, cadendo così in un meccanismo dal quale sarebbe difficile uscire.

Se, da un lato, Magyar promette di risolvere la questione entro il 20 luglio e garantisce che questo emendamento sarà solo una situazione temporanea, impegnandosi a iniziare un nuovo processo costituzionale nell’autunno di quest’anno sotto la supervisione di un nuovo Presidente della Repubblica, resta il fatto che la proposta presentata al Parlamento sta decisamente scaldando gli animi. Il rischio è quello di un’ulteriore e più profonda crisi istituzionale che renda questa torrida estate ungherese ancora più rovente. 

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