I funerali pubblici di Stato della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio all’inizio della Terza guerra del Golfo e dell’offensiva israelo-americana contro il Paese di cui era la figura apicale politica e teologica, saranno dal 4 al 9 luglio un viaggio umano e simbolico nella storia dell’Islam sciita e in quella recente e convulsa della Repubblica Islamica. Sei giorni di corteo su due Paesi, Iran e Iraq, dalla capitale Teheran alle città sante dell’Islam sciita tra i due Stati limitrofi, tra Mashad, Qom, Najaf e Karbala, luogo del martirio di Husayn, secondo figlio di Ali e nipote di Maometto che nella battaglia nella città perse la vita nel 680, aprendo la strada a quasi un millennio e mezzo di peculiare e autonoma teologia sciita.
Per gli sciiti il martirio e il sacrificio sono centrali sul piano storico e teologico, e per i più ferventi sostenitori della Guida Suprema defunta, a partire dal figlio e successore Mojtaba, quello di Khamenei è stato un martirio a tutti gli effetti, all’apice della battaglia contro i mortali nemici del Paese di cui è stato presidente dal 1980 al 1988 e Guida Suprema dal 1989 alla morte, incarnandone dunque l’intera storia dopo la cacciata dello Shah nel 1979. I funerali, che lungo il percorso del feretro si prevede attrarranno decine di milioni di pellegrini e saranno con ogni probabilità i più partecipati della storia umana, saranno un viaggio tra molti fusi orari storici, tra religione e politica, tra passato, presente e futuro.
Dalla Grande Moschea di Teheran, dove sono sfilati per le esequie ufficiali dignitari di vari Paesi, leader religiosi iraniani di ogni confessione e molti cittadini per rendere omaggio alla camera ardente del Rahbar assassinato e dei suoi famigliari morti nel raid, partirà dunque un messaggio importante che parlerà dell’Iran al mondo e all’Iran di sé stesso. E sarà, probabilmente, la fine di una storia.
Il cambiamento inevitabile
Il 4 luglio, mentre a Washington Donald Trump celebrerà i 250 anni della nazione americana, l’Iran potrà avviare le esequie di Khamenei forte del risultato conseguito blindando il cessate il fuoco nel Golfo e potendo rivendicare la sopravvivenza all’assalto israelo-americano. La guerra non è stata facile e Teheran ha subito durissimi danni, ma strategicamente la vittoria è arrisa più alla Repubblica Islamica che agli alleati che la affrontavano. Il regime resta in piedi, lo Stretto di Hormuz è ora gestito dai Pasdaran, l’Iran può trattare per il suo futuro. Ma proprio per questo la cesura della guerra e della morte di Khameni rappresentano una chiamata per un cambiamento strutturale che in un certo senso si sta già manifestando.
L’Iran che prima della guerra aveva subito proteste di piazza, rivolte, tensioni e pressioni strategiche regionali era chiamato a cambiare e lo dicevamo in tempi non sospetti. Nell’ultimo discorso tenuto durante le proteste di gennaio, il sovente pragmatico Khamenei sembrava parlare a un Paese che non esisteva più, chiedendo inflessibilità e ordine. Con la sua morte il Paese è divenuto una poliarchia. Lo ha confermato alle prime celebrazioni pubbliche la presenza congiunta del capo negoziatore della tregua con gli Usa e presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, del ministro degli Esteri Abbas Araghchi e del presidente Masoud Pezeshkian come esponenti di un medesimo organigramma di potere a più vette.
I triumviri rei publicae (Islamicae) constituendi, potremmo definirli richiamandoci all’esperienza dell’Antica Roma, figure che occupano zolle di potere decisive tra gestione dell’ordinaria attività esecutiva (il presidente), rapporti globali e presenza come volto pubblico del sistema (Araghchi) e cinghia di trasmissione, nel caso di Ghalibaf, tra un sistema riformista e gli apparati profondi del potere temprati dalla guerra, centrati sul corpo dei Guardiani della Rivoluzione, che hanno materialmente assorbito la maggior quota dei danni subiti e inflitto un’analoga percentuale di quelli dispensati da febbraio ad aprile.
Tutto questo si consolida spostando nel Supremo Consiglio di Sicurezza Nazionale, la Camelot al cui consesso tutti appaiono eguali e il regime si mostra in tutte le sue componenti, il sistema dirimente e decisivo. Come a dire che in futuro nessun attacco a sorpresa potrà decapitare l’Iran, perché il potere è distribuito, e come a indicare che Mojtaba Khamenei sarà ora più un garante che un dominus come il padre. Lo abbiamo detto da tempo: la Repubblica Islamica di ieri non esisterà più e in un certo senso i funerali di Khamenei sono anche i suoi. Resta un regime che ha avuto dalla guerra un’inaspettata sponda per durare e ora si sente più forte e ora dovrà rispondere alle istanze di progresso economico, mobilità sociale e sicurezza della popolazione per legittimarsi. La guerra, per gli Usa e Israele, doveva essere l’inizio della fine della Repubblica Islamica. Ne rappresenterà, nei fatti, la fine dell’inizio. Alla leadership di Teheran capire se il secondo tempo sarà di stabilità o caos.
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