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Ambiente

Il Trattato ONU sull’Alto Mare esiste solo sulla carta: l’1% degli oceani protetto, tra stragi di fauna e rotte di migranti

Le flotte industriali svuotano gli oceani, i lavoratori sono schiavizzati e le comunità costiere migrano. Serve il Trattato ONU.
pesca

Lo scorso 17 gennaio, l’entrata in vigore del Trattato ONU sull’Alto Mare (BBNJ) è stata celebrata come una storica vittoria per la biodiversità. Eppure, nonostante il Trattato sia formalmente legge internazionale, a oggi mancano ancora i regolamenti attuativi, le forze di monitoraggio e un regime sanzionatorio concreto. Senza la definizione di queste regole, che verranno discusse solo alla prima COP tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027, le flotte industriali continuano a godere di un’impunità di fatto. Sfruttando questa “zona grigia”, le navi operano indisturbate, aggirando ogni controllo.

Secondo l’organizzazione Greenpeace, circa il 72-76% della pesca industriale mappata a livello globale non viene rilevata dai sistemi di monitoraggio pubblici, il che ne ostacola il tracciamento. La pesca industriale su larga scala si svolge in aree al di fuori della giurisdizione nazionale, con una governance limitata o inesistente. Di recente l’organizzazione ha documentato una serie di azioni selvagge e illegali che non compromettono solamente l’ecosistema marino, ma anche le attività economiche di interi Paesi, favorendo flussi migratori.

In cosa consiste il Trattato

Due decenni fa sono iniziati i lavori per un accordo internazionale sull’alto mare. Dopo anni di consultazioni tecniche, il 19 giugno 2023, a New York, si è giunti a un accordo scritto, approvato dalle Nazioni Unite e firmato da 145 Stati. Divenuto uno strumento giuridicamente vincolante solo due anni dopo, il Trattato è entrato effettivamente in vigore passati i 120 giorni successivi, il 17 gennaio 2026. L’obiettivo dell’accordo è creare meccanismi efficaci per proteggere la biodiversità nelle acque internazionali. Per la prima volta, gli Stati possono proporre e votare reti di Aree Marine Protette (AMP) nell’alto mare, vere e proprie zone tutelate per fauna e flora marina.

Come riporta l’organizzazione WWF in un articolo, il trattato rafforza i requisiti per le valutazioni di impatto ambientale relative alle attività marine pianificate con potenziali impatti ecologici, tra cui la pesca, il trasporto marittimo, la posa di cavi e l’estrazione di risorse, migliora la trasparenza e incoraggia la cooperazione scientifica. Inoltre, impone una ripartizione equa e giusta dei benefici derivanti dalle risorse genetiche marine.

Solo l’1% degli oceani è protetto

“Oggi, in alto mare, non raggiungiamo nemmeno l’1% di protezione della superficie degli oceani”, ha spiegato Ana Pascual, responsabile della campagna Oceani di Greenpeace Spagna. Il Trattato BBNJ promette di cambiare radicalmente questo scenario, consentendo la creazione di aree marine protette vincolanti.

Tra queste, Pascual cita la zona di convergenza delle correnti delle Canarie e della Guinea nell’Atlantico settentrionale; il Mar dei Sargassi, nell’Atlantico settentrionale; il sud del Mar di Tasman e di Lord Howe Hill, nel Pacifico meridionale e le catene montuose sottomarine di Salas y Gómez e Nazca, nel Pacifico meridionale. Gli scienziati affermano che questi santuari marini sono necessari per proteggere il 30 per cento degli oceani del mondo entro il 2030, al fine di consentire alla biodiversità di riprendersi e prosperare.

Italia uno dei maggiori consumatori di squalo

Di recente, le missioni operative di Greenpeace nell’Atlantico e nel Pacifico hanno documentato come il peschereccio spagnolo Naboeiro, operante al largo delle coste dell’Africa occidentale, issasse squali volpe, una specie protetta, sezionandoli brutalmente a bordo e gettando i resti in mare. In un’altra missione, nell’Oceano Pacifico, gli attivisti hanno dichiarato di aver assistito alla cattura di trentadue squali in una sola operazione di pesca industriale. Secondo l’associazione, le immagini mostrerebbero corpi senza pinne, il che potrebbe indicare una violazione della normativa europea, che vieta espressamente il finning, ovvero la pratica di tagliare le pinne degli squali a bordo, per poi rigettarli in mare.

Fondamentali per l’equilibrio della rete alimentare marina e il sequestro di CO2 negli oceani, anche quando la loro pesca è vietata, gli squali finiscono nelle reti come cattura accessoria, per poi essere ributtati in mare morti o morenti. Il commercio della carne di squalo non è un problema confinato ai mercati asiatici; come sottolineato da Giulia Prato, responsabile mare di WWF Italia, già nel 2024 il consumo era diffuso anche in Europa. L’Italia, in particolare, si è distinta come uno dei maggiori consumatori, spesso ignaro: la carne viene venduta sotto nomi fuorvianti come “palombo”, “gattuccio” o “vitello di mare”. Oltre alla carne, l’industria estrae valore da ogni parte dell’animale: il fegato per la cosmetica, la cartilagine per gli integratori e, soprattutto, le pinne, simbolo di status sociale in Asia.

Tonno e calamari muovono i mercati

L’industria della pesca industriale è trainata principalmente dal mercato globale del tonno, che vale 40 miliardi di dollari. Negli Stati Uniti, nel 2024, il tonno in scatola era il terzo prodotto ittico più venduto, con una previsione di ulteriore crescita. Specie come il tonno rosso, spesso vittima di pesca illegale nonostante i piani di recupero, e il tonno obeso sono sotto costante pressione, ma il problema non riguarda solo queste specie target. La pesca industriale utilizza sistemi non selettivi, come i palangari e le reti a circuizione, che mietono vittime collaterali, decimando specie migratorie come il pesce spada e il marlin.

Nel mercato dei calamari, il numero di pescherecci della DWF (Distant Water Fishing) operanti nell’Oceano Indiano nordoccidentale è esploso, segnando un incremento dell’830% tra il 2015 e il 2019. Questo Far West in alto mare devasta la fauna marina con metodi disumani: specie protette vengono utilizzate come esche vive o come deterrente. Un pescatore filippino ha testimoniato come una tartaruga ferita sia stata tenuta agonizzante per tre mesi per attirare prede; in altri casi, i pescatori documentano la cattura di foche, a cui vengono estratti i denti o mangiato il fegato, e l’uccisione di delfini, usati come deterrente verso la stessa specie, per proteggere il pescato di calamari.

Un sistema di sfruttamento umano sistematico

L’UE è il primo importatore mondiale di calamari, ma ciò che arriva sulle nostre tavole è frutto di un sistema di abusi documentato dalla Environmental Justice Foundation (EJF): lavoro forzato, violenze fisiche e condizioni di vita degradanti. “I primi mesi sono stati duri, ci trattavano come maiali. Ci davano gli avanzi. Gli altri equipaggi venivano picchiati. Usavamo l’acqua di mare per bere e lavarci, quindi era molto salata. Il pane, i noodles e il latte erano tutti scaduti. Persino gli ingredienti erano esposti agli scarafaggi”, ha dichiarato un pescatore che lavorava su una nave cinese.

EJF chiede che il Trattato BBNJ si ponga non solo come una carta per la biodiversità, ma come un accordo necessario contro questo modello criminale. Se da un lato i lavoratori a bordo delle grandi flotte industriali vivono in condizioni di schiavitù moderna, dall’altro le popolazioni locali che praticano una pesca artigianale si vedono sottrarre ogni risorsa.

Il dramma senegalese: quando il mare muore, la gente parte

La distruzione sistematica degli ecosistemi marini non è solo un disastro ecologico, ma è un causa diretta di migrazione irregolare. In Senegal, la pesca su piccola scala genera il 44% del valore aggiunto nazionale. Nel 2019, si stimava che il settore offrisse lavoro a circa 169mila persone, ovvero circa il 3,2% della forza lavoro del Paese. Nel 2023, i prodotti ittici hanno rappresentato il 10,7% delle esportazioni in termini di valore.

L’espansione della flotta industriale, spesso di proprietà straniera o gestita tramite opache joint venture con partner locali, ha letteralmente decimato le popolazioni ittiche. La maggior parte del pesce catturato dalla flotta industriale viene esportata verso i mercati esteri, in particolare l’UE e, sempre più, la Cina, lasciando le comunità locali con un accesso limitato al pesce e peggiorando l’insicurezza alimentare.

Tra le testimonianze raccolte nel 2025 da Environmental Justice Foundation (EJF) c’è quella di Souleymane Sady, 27 anni, arrivato a Tenerife nel 2020: ”Le navi cinesi arrivavano nelle nostre zone e facevano piazza pulita. Distruggevano le nostre attrezzature, ci speronavano. Se provavi a parlare, ti gettavano addosso acqua bollente. Siamo indifesi di fronte alle loro dimensioni”. Il crollo del pescato, passato da una dieta basata sul pesce a 29 chili pro capite a soli 17,8 chili, ha spezzato il tessuto sociale delle comunità. Quando il carburante costa più di quanto renda la vendita del pesce, l’unica alternativa diventa la rotta atlantica verso le Canarie.

Una delle rotte più letali al mondo

La rotta migratoria dall’Africa occidentale alle isole Canarie è la più letale al mondo, segnata da frequenti naufragi e sparizioni. Secondo le stime dell’ONG spagnola Caminando Fronteras, nel 2023 un totale di 3.176 migranti ha perso la vita nel tentativo di compiere questo viaggio.

Il naufragio di Fass Boye, con le sue 101 persone a bordo e meno di 40 sopravvissuti, è il simbolo di questa crisi. “Ho perso figli, nipoti, un nipotino”, racconta nel report un uomo che ha visto la sua famiglia inghiottita dall’oceano. “Negli ultimi tempi nessuna barca esce più in mare. Questa è la tragedia che ci sta uccidendo”. Nel 2024, il numero totale di migranti entrati irregolarmente in Spagna ha raggiunto quota 63.970, più del doppio rispetto al dato del 2022. La maggior parte è arrivata nelle Isole Canarie, dove gli arrivi sono aumentati del 200% solo tra il 2022 e il 2024.

Il limbo tra la firma del Trattato e la sua attuazione è una condanna a morte per la biodiversità e per migliaia di esseri umani. Mentre l’UE e gli altri attori globali discutono in attesa della prima COP, tutte queste dinamiche procedono indisturbate.

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