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Società

Calcio: al mondiale americano è scoccata l’ora dell’Africa

Nove africane su dieci hanno superato la fase a gironi del mondiale 2026: un fatto inedito ma che testimonia la crescita del calcio locale.

Il mondiale del 2010 lo si ricorda per le vuvuzela, per essere stato il primo in Africa e per una canzone scelta come inno del torneo e diventata in seguito uno dei classici “tormentoni estivi” più ascoltati e più scaricati. Il riferimento è a “Waka Waka” di Shakira, nel cui ritornello a spiccare era una frase tanto semplice quanto evocativa: “It’s time for Africa”. L’arrivo di una kermesse mondiale nel continente africano, con il Sudafrica scelto come sede di quel torneo, ha da subito rappresentato un orgoglio per tutti gli africani. Ma ha anche fatto sognare milioni di tifosi, speranzosi di vedere una nazionale africana almeno in semifinale.

In quell’estate la speranza si è in verità rivelata vana. Le africane in gioco sono state sei, cinque (compresi i padroni di casa) sono uscite subito. Soltanto il Ghana ha coltivato il sogno fino alla fine, naufragando soltanto ai rigori del quarto di finale giocato a Johannesburg contro l’Uruguay. L’Africa è uscita a testa alta sotto il profilo organizzativo, visto che negli stadi sudafricani (quasi) tutto è filato liscio. Il calcio africano però si è fatto ancora attendere. Forse soltanto adesso, a distanza di 16 anni, nel mondiale giocato in nordamerica è realmente arrivato il suo momento. Mai come ora è possibile riprendere il ritornello dell’estate 2010.

Nove su dieci africane qualificate al secondo turno

I numeri parlano chiaro: finita la fase a gironi, subito dietro l’Europa non c’è il Sudamerica né l’Asia. Al contrario, se il Vecchio Continente si conferma in testa nel numero di squadre portate ai sedicesimi con 13 formazioni ancora in lizza, al secondo posto di questa speciale classifica si trova l’Africa. Su 10 squadre africane qualificatesi per i mondiali nordamericani, in 9 sono riuscite a passare il turno. Una media molto alta, di fatto quello africano è stato l’unico continente a portare quasi tutte le nazionali approdate al torneo. L’unica squadra eliminata è stata la deludente Tunisia, alle prese con l’esonero in corsa del tecnico Lamouchi e con un mondiale andato decisamente male. Tutte le altre, sono andate nella fase ad eliminazione diretta. Compreso il Sudafrica, assente dall’edizione casalinga e non in grado 16 anni fa di sfruttare il fattore campo per proiettarsi verso il secondo turno. La sconfitta dei “bafana bafana” contro il Canada ai sedicesimi è arrivata soltanto nei minuti di recupero: una delusione senza dubbio, ma l’esperienza nordamericana ha dato modo di mostrare la crescita del movimento locale e non solo.

Giocatori della Repubblica Democratica del Congo festeggiano il passaggio del turno

I riflettori sono adesso puntati sulle altre africane qualificate. Ma in attesa di capire come andrà, il calcio africano già può dirsi vittorioso. Solitamente, la fine della fase a gironi coincideva con la fine del mondiale per buona parte delle proprie nazionali. Squadre che arrivavano ai saluti dopo tre gare, con tanti rimpianti e pochi gol all’attivo. Adesso invece il calcio africano si è messo realmente in gioco. Certo, occorre anche sottolineare che quest’anno a passare nel secondo turno erano anche le otto migliori terze e dunque era possibile preventivare qualche rammarico in meno per le squadre del continente. Tuttavia, è pur vero che delle nove africane qualificate ben cinque sono arrivate tra le prime due: Marocco, Egitto, Sudafrica, Costa d’Avorio e Capo Verde avrebbero passato il turno anche con il precedente formato. Ad ogni modo, Congo, Senegal, Ghana e Algeria hanno comunque vinto almeno una partita e sono riuscite a piazzarsi davanti alle asiatiche e, in alcuni casi, davanti a formazioni sudamericane.

Una crescita che parte da lontano

La maturazione del calcio africano non è arrivata in quell’estate del 2010, ma forse è partita proprio da lì. Dopo il mondiale ospitato nel proprio continente, molte federazioni locali hanno iniziato un percorso di riorganizzazione. Un percorso che ha senza dubbio beneficato di un fattore specifico: la sempre maggiore presenza del calcio africano in Europa. Molti giocatori africani, una volta appese le scarpette al chiodo, hanno iniziato la carriera di allenatori e di commissari tecnici. Se prima era possibile vedere buona parte delle squadre africane allenate da europei, adesso è possibile in buona parte notare allenatori africani con una vasta esperienza in Europa. Vale per l’ex ct del Senegal Aliou Cissé, così come tra tutti per l’attuale commissario ivoriano Emerse Faé. C’è inoltre il fenomeno dei giocatori di origine africana nati in Europa e che scelgono di giocare per le nazionali africane. All’interno di quel 23% di giocatori convocati per i mondiali nati in Stati diversi dal Paese che rappresentano, l’Africa detiene una quota molto alta.

L’inserimento dei giocatori della diaspora però, non ha significato la fine di una precisa identità del calcio africano. Più semplicemente, le federazioni hanno potuto apportare nei propri rispettivi movimenti una mentalità più vocata alla programmazione e più competitiva a livello internazionale. Occorre inoltre sottolineare che l’inserimento di calciatori nati all’estero non vale per tutte le nazionali africane qualificate. Sudafrica ed Egitto, ad esempio, sono due nazionali che storicamente portano nei grandi tornei giocatori prelevati in gran parte dai propri campionati nazionali e l’attuale mondiale non ha per loro fatto eccezione. Il Marocco, semifinalista uscente o oramai stabilmente nei piani nobili del ranking, ha sì preso molto dalla diaspora ma negli ultimi anni ha iniziato a far crescere i propri tanti nel la nuova grande accademia inaugurata pochi anni fa e su cui si sta investendo molto in vista del 2030, anno in cui il Paese ospiterà i mondiali assieme a Spagna e Portogallo. I risultati di oggi, in poche parole, sono il frutto di visioni diverse accomunate però da un’unica grande prospettiva:far crescere sempre di più il movimento africano. Movimento che sta iniziando, passo dopo passo, a farsi valere in ambito internazionale.

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