Un rapporto del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, pubblicato nei giorni scorsi, dipinge un quadro inquietante dello stato di salute della “macchina” che per decenni ha garantito la superiorità tecnologica dell’esercito americano. Le infrastrutture di ricerca, sviluppo, test e valutazione (RDT&E) del Pentagono, il cuore pulsante dell’innovazione militare a stelle e strisce, si stanno deteriorando a un ritmo allarmante. Motivo? Non per obsolescenza tecnica, ma per una precisa, miope, scelta di priorità. A gettare luce su questa crepa strutturale è un rapporto del Dipartimento della Difesa appena diffuso, le cui conclusioni sono state anticipate e analizzate in esclusiva da Michael Peck per Defense News. Secondo lo studio dell’Ufficio del Sottosegretario alla Ricerca e Ingegneria, l’infrastruttura di «ricerca, sviluppo, test e valutazione» (RDT&E) del Pentagono è in uno stato di deterioramento che rischia di minare alla base la capacità di combattimento futura delle forze armate.
I fondi aumentano ma non basta
Il problema non è la mancanza di fondi, anzi. Al contrario, nel bilancio FY2026 il Congresso ha approvato 148,6 miliardi di dollari per il RDT&E del Dipartimento della Difesa, con un aumento di 4,9 miliardi (+3%) rispetto ai 143,7 miliardi del FY2025. La proposta dell’amministrazione Trump prevedeva già un livello stabile o leggermente superiore nel budget base (circa 142 miliardi), integrato da fondi supplementari di riconciliazione; il Congresso ha poi ulteriormente rafforzato gli stanziamenti, confermando la priorità strategica degli investimenti in ricerca, sviluppo e tecnologie militari per mantenere il vantaggio competitivo degli Usa. E allora, qual è il problema? Come spiega il rapporto del Pentagono, le risorse destinate alla modernizzazione delle infrastrutture critiche vengono sistematicamente sacrificate per operazioni militari più “calde” e immediate. In pratica, il Pentagono sta usando i soldi del domani per pagare le emergenze di oggi.
La Torre di Babele della Difesa Usa
Ciò che emerge dalle 30 strutture visitate (circa un terzo del totale) è il ritratto di una macchina imponente ma impantanata nella burocrazia. Defense News sottolinea un dato a dir poco imbarazzante: all’interno del Dipartimento non esiste nemmeno un linguaggio comune per definire ciò che si sta studiando. Lo stesso campo di ricerca può essere chiamato «Human-Machine Teaming», «Autonomia e Teaming» o «Sviluppo di agenti IA» a seconda del dipartimento che lo menziona. Questa variabilità semantica non è un dettaglio lessicale: è il sintomo di una frammentazione profonda, dove i compartimenti stagni impediscono persino di capire chi sta facendo cosa.
A questo si aggiunge il dramma del brain drain inverso: i processi di assunzione sono così lenti e farraginosi da scoraggiare i giovani talenti, mentre le autorizzazioni di sicurezza (arretrate da mesi) bloccano l’ingresso di menti brillanti. L’America spende miliardi in intelligenza artificiale, ma nel frattempo i suoi laboratori di ricerca sono strozzati da un collo di bottiglia burocratico che sembra uscito dagli anni Cinquanta.
Uno degli aspetti più inquietanti del rapporto, ripreso da Peck su Defense News, riguarda la gestione della proprietà intellettuale. Il Pentagono possiede un patrimonio immenso di brevetti e scoperte, ma lo lascia marcire nei cassetti. La mancanza di un database centralizzato, unita a oneri amministrativi insostenibili per le start-up, fa sì che le innovazioni militari impieghino anni prima di trovare applicazione pratica sul campo. In un’era in cui il ciclo di vita della tecnologia si è ridotto a pochi mesi, un ritardo del genere è letale. Mentre il settore privato corre, il Dipartimento della Difesa brancola risulta essere impantanano nella burocrazia.
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