Keir Starmer, prima di traslocare da Downing Street in quanto premier dimissionario, ha fatto un annuncio che in patria e non solo ha suscitato un certo clamore: il divieto di accesso ai social media per i minori di 16 anni. Il Regno Unito si accoda, dunque, all’Australia e ad altri Paesi che hanno già attuato o hanno in programma di applicare una misura finalizzata a tutelare i più piccoli dai rischi (cyberbullismo, contenuti per adulti, dipendenza da social) che si annidano nei meandri della rete digitale.
La decisione del Governo di Sua Maestà è tornata a polarizzare l’opinione pubblica tra chi propugna l’iniziativa in quanto volta a preservare la salute mentale dei ragazzini e a non renderli dipendenti dalla “dittatura dell’algoritmo” sin da giovanissimi, mentre altri ci vedono un provvedimento draconiano che rischia di comprimere spazi di libertà, considerando che le piattaforme web sono ormai un importante spazio di contaminazione delle idee tramite cui si forgia la propria coscienza di cittadini.
I paletti piantati da Londra
Stando alla tabella di marcia illustrata dalla ministra per la Scienza, l’Innovazione e la Tecnologia Liz Kendall, l’iniziativa dovrebbe diventare legge entro la fine del 2026 e dall’inizio del 2027, chiunque voglia accedere alle piattaforme social e fruire dei contenuti dovrebbe sottoporsi alla verifica dell’età. A far sì che tutto questo sia effettivamente applicato e non rimanga lettera morta, l’Ofcom – Autorità britannica di regolamentazione delle comunicazioni – vigilerà sul rispetto dei nuovi requisiti e potrà infliggere ai colossi del web delle multe fino al 10% del loro fatturato che, data la consistenza, comporterebbe l’esborso di diversi miliardi. Nei casi di grave inadempienza, Ofcom potrà denunciare le Big Tech e pretendere la sospensione temporanea dei servizi.
A finire nel mirino del provvedimento sono i social più in voga tra i giovani come Instagram, TikTok, Snapchat, YouTube, Facebook e X, mentre WhatsApp dovrebbe essere risparmiato in quanto consolidatosi come mezzo imprescindibile per le comunicazioni con chicchessia.
In che modo però sarà possibile verificare l’età degli utenti del web? Il Governo britannico ha lasciato delle maglie più larghe per dare la possibilità alle piattaforme di individuare gli strumenti più consoni di “age assurance”. Probabilmente, un dispositivo che sarà adoperato sono le fotocamere digitali per la stima dell’età facciale in grado di scansionare il volto e fare un calcolo dell’età anagrafica. Altri strumenti possono essere anche i documenti digitali o le carte di credito.
Il dibattito nel mondo
La strada imboccata dal Regno Unito sembra essere piuttosto affollata visti gli sforzi che a ogni latitudine si stanno compiendo per limitare l’accesso dei più giovani ai social.
Il pioniere è stata l’Australia che nel novembre 2024 ha approvato l’Online Safety Amendment in forza del quale si può imporre una sanzione di 49,5 milioni di dollari australiani alle piattaforme che non garantiscono l’applicazione dei presidi di controllo. Un percorso simile è stato intrapreso da altre nazioni come Malesia e Indonesia e anche il Vecchio Continente non vuole sottrarsi a un dibattito che ha assunto dimensioni a tutti gli effetti globali.
Nell’Europa latina, Francia e Spagna stanno mettendo a punto delle misure analoghe che vietino l’utilizzo dei social a chi ha meno di 15 anni, mentre in Portogallo è al vaglio del Parlamento una proposta legislativa che vuole mettere completamente al bando le piattaforme per i ragazzini sotto i 13 anni mentre dai 13 ai 16 sarebbe necessario il consenso dei genitori. Nell’Europa scandinava, per la precisione in Danimarca, è balenata la stessa idea dopo che la premier Mette Frederiksen ha dichiarato che “mai prima d’ora ci sono stati così tanti bambini e giovani che soffrono di ansia e depressione”, “gli smartphone e i social hanno rubato l’infanzia dei nostri figli”.
La questione ormai è arrivata da qualche tempo anche nel Bel Paese. Il Decreto Caivano, approvato nel 2023, ha introdotto l’obbligo per le piattaforme distributive di contenuti pornografici di verificare la maggiore età degli utenti tramite strumenti come SPID e carta d’identità elettronica. Una proposta di legge simile a quella adottata in Australia e nei vicini Paesi europei è stata depositata in Parlamento su iniziativa della deputata Marianna Madia (Italia Viva) e della senatrice Lavinia Mennuni (Fratelli d’Italia), mediante cui si mira a proibire l’utilizzo dei social a chi è sotto i 15 anni, salvo consenso dei genitori.
I pro e i contro
Da qualche tempo, ormai, l’accesso alle piattaforme social da parte degli adolescenti suscita diversi punti di vista non sempre concilianti. C’è chi sostiene che i divieti siano non proprio una panacea ma più un toccasana per i tanti mali vissuti dai giovani di oggi come ansia, depressione, scarsa autostima, riconducibili a una fruizione illimitata dei contenuti social, come dimostrato da alcuni studi scientifici. Diversamente, altri ritengono che la misura faccia acqua dal momento che, come ha dimostrato l’esperienza australiana, i ragazzi sono in grado di aggirare i divieti installando una VPN o creando account con dati di loro conoscenti adulti. In più, l’utilizzo di sistemi di “age assurance” porrebbe un serio problema di privacy riguardo alla raccolta di dati biometrici.
La riflessione che sarebbe doveroso fare è il rapporto che vogliamo costruire tra le giovani generazioni e le nuove tecnologie. Le piattaforme social sono divenute, al giorno d’oggi, delle agorà dove il confronto e lo scambio di opinioni è molto più frequente che negli spazi fisici, sulla carta stampata o in televisione. Tuttalpiù, tutti noi ricorriamo alle informazioni che corrono in rete per farci un’idea sui temi più disparati (dai consigli per una ricetta culinaria fino all’interpretazione degli scenari geopolitici) perché non ci accontentiamo più di abbeverarci a un’unica fonte ma vogliamo saperne a tutto campo, e sempre più gente è convinta che i social consentano questo. Porre dei limiti alla visione di determinati contenuti o all’accesso a determinati canali è senz’altro sensato per tutelare chi non ha la forma mentis capace di elaborare determinati stimoli e concetti, ma può non essere sufficiente se non educhiamo i più piccoli a rapportarsi in modo sano con il web. I modi per aggirare i divieti purtroppo esistono e se ai ragazzi non sono dati gli strumenti per maneggiare una realtà dalla quale si è cercato di proteggerli ma in cui tutti siamo immersi, le conseguenze rischiano di essere nefaste.
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