Terminato (forse) l’ultimo terremoto militare in Medio Oriente coincidente con la guerra in Iran, potrebbe presto scattare una nuova criticità con epicentro nella stessa regione. Questa volta non c’entrano Teheran e i Guardiani della Rivoluzione, Hezbollah e Hamas, gli Houthi e le monarchie del Golfo. Il dossier riguarda semmai la Cina e il terrorismo islamico, o meglio, il rischio per Pechino di ritrovarsi a fare i conti con un incubo fin qui tenuto a bada anche a costo di usare le maniere forti, scatenando l’indignazione internazionale.
Il rischio si è in realtà già concretizzato nel cortile di Pechino, tra Pakistan e Afghanistan, dove negli ultimi mesi gli investitori cinesi nei due Paesi sono stati più o meno indirettamente colpiti da attentati dinamitardi e bombe. Tra i gruppi terroristici più attivi, seppur con obiettivi differenti, troviamo Tehreek-i-Taliban Pakistan, l’affiliato Hafiz Gul Bahadur, Jaish-e-Fursan-e-Muhammad e l’Isis-K.
Il loro minimo comune denominatore: aver colpito gli interessi del Dragone in aree strategiche pakistane e afghane. Per alcune fonti, tuttavia, questa sarebbe solo la punta dell’iceberg. La vera preoccupazione del gigante asiatico riguarderebbe infatti i combattenti uiguri che in Siria hanno contribuito a rovesciare il governo di Assad. E che, sostenuti da Stati terzi o altri attori esterni, potrebbero presto mettere la Cina nel mirino.

La Siria, la Cina e gli uiguri
Nel 2019 Xie Xiaoyan, l’allora inviato speciale cinese in Siria, lanciava un serio monito: l’Isis stava per tornare. C’è “il pericolo che simili organizzazioni terroristiche vengano rianimate” perché ” vediamo i loro segni di rinascita in alcuni luoghi”.
Cosa c’entrano gli uiguri? Questa minoranza etnica turcofona e prevalentemente musulmana, diffusa in Asia centrale ma concentrata soprattutto nella regione cinese dello Xinjiang, è diventata uno dei più numerosi contingenti di combattenti stranieri presenti in Siria. L’aspetto curioso è che, di recente, oltre 40 combattenti e le loro famiglie hanno parlato con l’emittente radiofonica statunitense Npr diffondendo informazioni interessanti.
I media Usa hanno così iniziato a elogiare il loro operato, definendoli “combattenti per la libertà“. Nel Nord della Siria si sono affermati come guerriglieri “altamente disciplinati ed efficaci, capaci di portare a termine compiti che altri gruppi ribelli non erano riusciti a svolgere”.
Pare che in segno di gratitudine il nuovo governo siriano abbia già integrato la più grande milizia uigura nel ricostituito Esercito Nazionale Siriano e nominato diversi comandanti uiguri come ufficiali all’interno del nuovo ministero della Difesa. In tutto questo, la Cina ha intensificato la pressione diplomatica sulla Siria per espellere i suddetti combattenti dal Paese.

Cosa c’entrano gli Usa?
Per completare il discorso è utile citare quanto riportato da New Eastern Outlook, pubblicazione online legata all’Institute of Oriental Studies of the Russian Academy of Sciences. La fonte russa sostiene che gli Stati Uniti starebbero utilizzando estremisti islamici addestrati per danneggiare la Cina e i suoi interessi in Asia.
Si tratta di propaganda del Cremlino o c’è davvero un disegno del genere? Ci sono dei segnali da monitorare con attenzione. Numerosi combattenti siriani, per esempio, hanno spiegato di voler preservare la loro cultura e formare, un giorno, un esercito abbastanza potente da prendere il controllo dello Xinjiang.
Molti di loro fanno parte del Movimento Islamico del Turkestan Orientale (Etim), una formazione che fino al 2020 era stata inserita dal Dipartimento di Stato Usa nella lista delle organizzazioni terroristiche ma che adesso è stata rimossa dall’elenco.
Sempre New Eastern Outlook fa notare come gli Stati Uniti starebbero addirittura già conducendo una “guerra sporca” contro Pechino in gran parte del continente asiatico sostenendo, tra l’altro, i separatisti del Balochistan nel sud ovest del Pakistan e i militanti armati nel Myanmar, entrambi impegnati a colpire progetti infrastrutturali finanziati dalla Cina, ad attaccare gli investimenti cinesi e i piani della Belt and Road Initiative. Una situazione pericolosa che potrebbe presto diventare esplosiva.

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