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Politica

Xi Jinping concede la sua benevolenza alla giunta birmana. Ma in cambio…

Pechino non vuole il crollo del Myanmar. La Cina vuole ordine ma non necessariamente riconciliazione nazionale.
cina

La visita di Min Aung Hlaing a Pechino non è un normale passaggio diplomatico. È il segnale che la Cina ha deciso di investire apertamente sulla continuità del potere militare birmano, non perché consideri stabile il Myanmar, ma perché proprio la sua fragilità lo rende più dipendente e quindi più permeabile all’influenza cinese. Xi Jinping ha offerto al capo militare diventato presidente ciò che gli mancava di più: una legittimazione politica di alto livello. Dopo il colpo di Stato del 2021, la guerra civile, le elezioni contestate e la trasformazione formale della giunta in potere presidenziale, Min Aung Hlaing aveva bisogno di mostrare di non essere isolato. Pechino gli ha concesso questa immagine. Ma nulla, nella politica delle grandi potenze, è gratuito.

La Cina non guarda al Myanmar come a un alleato ideologico. Lo guarda come a un corridoio, a una miniera, a una frontiera e a un accesso marittimo. I diciotto accordi firmati durante la visita parlano di trasporti transfrontalieri, libero scambio, sanità, assistenza in caso di calamità e cooperazione nell’informazione. Dietro il linguaggio ordinato dei comunicati si vede però una realtà più concreta: Pechino vuole proteggere le proprie infrastrutture, consolidare le vie commerciali verso l’Oceano Indiano e mettere al sicuro risorse minerarie indispensabili alla sua industria.

Lo Stato di Kachin, dove infuriano i combattimenti, possiede una delle principali aree mondiali di terre rare pesanti. Lo Stato Shan collega invece il Myanmar alla Cina attraverso rotte commerciali decisive. La presenza dei primi ministri di queste due regioni nella delegazione birmana indica che la discussione riguardava miniere, energia, confini, strade e controllo del territorio. Anche la possibile riapertura del dossier della diga di Myitsone, progetto cinese da 3,6 miliardi di dollari sospeso nel 2011, conferma questa logica.

L’accesso cinese all’Oceano Indiano

La posta in gioco più grande resta il corridoio economico che collega lo Yunnan al Golfo del Bengala. Oleodotti, gasdotti, strade, ferrovie e porti in acque profonde rispondono alla stessa esigenza: ridurre la dipendenza cinese dalle rotte marittime più vulnerabili e costruire un accesso terrestre all’Oceano Indiano. Il Myanmar vale quindi molto più del suo peso economico. È povero, instabile, lacerato dalla guerra, ma la sua posizione lo trasforma in una pedina essenziale della strategia cinese.

Dal punto di vista militare, Pechino non vuole il crollo del Myanmar. Un collasso produrrebbe profughi, traffici illegali, gruppi armati fuori controllo e insicurezza alle frontiere. La Cina vuole ordine, non necessariamente riconciliazione nazionale. Per questo l’esercito birmano resta un interlocutore utile, anche se non domina più pienamente il Paese. Pechino lo sostiene quando serve, ma conserva canali con realtà locali e gruppi di frontiera quando possono garantire sicurezza agli interessi cinesi. L’arretramento occidentale ha ampliato questo spazio. Sanzioni e condanne hanno indebolito la giunta, ma non l’hanno rovesciata. La Cina, invece, è rimasta sul terreno: ha trattato, investito, mediato e premuto. Oggi per il potere birmano Pechino è indispensabile.

Per Min Aung Hlaing la visita è una vittoria d’immagine. Per la Cina è una vittoria strategica. Pechino non ha scelto un partner forte, ma un partner debole e necessario. La giunta ottiene ossigeno politico; la Cina ottiene spazio, risorse, accessi e influenza. Il Myanmar resta invece prigioniero di una doppia tragedia: la guerra interna e la trasformazione del Paese in terreno di manovra delle grandi potenze.

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