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Politica

Dissing Trump-Meloni, ti pareva se non saltavano fuori i “troll russi”

Uno scazzo mai visto tra il presidente Usa e il capo del governo italiano, ma anche in questo caso si parla degli hacker di Mosca.
hacker

Il 23 giugno, stando all’infaticabile quotidiano La Repubblica che ne ha dato notizia, i parlamentari riuniti nel Copasir, il comitato sui servizi segreti, si sono dati pena per l’ennesimo caso di «disinformazione di Mosca per destabilizzare le democrazie europee». Cos’avranno combinato stavolta gli onnipresenti hacker russi? L’organo presieduto dall’ex ministro della difesa, Lorenzo Guerini (Pd), è roso del dubbio: ma non sarà che i «troll di Mosca» hanno cercato di sfruttare il dissing transoceanico fra Giorgia Meloni e Donald Trump per diffonderlo il più possibile sul web? In particolare, è la componente di Fratelli d’Italia a chiedersi se il finto selfie fra i due, creato con l’IA e pubblicato da un membro del Copasir stesso, il grillino Marco Pellegrini, non sia stato un assist alla «propaganda russa». Insomma, sta’ a vedere che se non si è parlato d’altro per una settimana, è per la “manina” dei soliti guastatori putiniani.

Mica perché stiamo parlando di uno scazzo mai visto, almeno in termini così diretti e brutali, fra il presidente degli Stati Uniti, che ha solo 200 milioni di follower e si è fatto pure un social tutto suo (Truth), e il capo di un governo che fino a pochi mesi fa si attribuiva il ruolo esclusivo di “ponte” fra la Casa Bianca e l’intera Unione Europea. Macchè: sono i russi, il problema. Mamma li russi.

I casi Trump-Clinton e Georgescu

Scherzi a parte, tutta questa pelosa preoccupazione per l’interventismo in Rete della “nemica” Russia denota due aspetti. Questi sì, preoccupanti. Il primo, evidente, è il riflesso ormai automatico, pavloviano, per cui non appena è possibile si grida al pericolo di ingerenza digitale dal Cremlino per coprire qualche incidente politico. Antecedenti macroscopici sono stati il presunto trollaggio a favore di Trump contro Hillary Clinton alle elezioni presidenziali americane del 2016 e, più di recente, l’accusa a Călin Georgescu, il candidato presidente rumeno che stava vincendo nel 2024, di essere stato favorito da un’infiltrazione sui social d’origine moscovita. Il secondo rappresenta un caso ancora più abnorme del primo, perché lì il consenso popolare espresso alle urne venne scavalcato e annullato dalla magistratura locale sulla base di un teorema non supportato da riscontri: semplicemente, si asserì che “venticinquemila account” su TikTok si sarebbero mobilitati per Georgescu.

Studi (Usa) smentiscono

Ma è il caso statunitense a fornire la chiave per capire l’insussistenza della putin-hackermania che prende al cervello i difensori della fede occidentale. In seguito a indagini e commissioni ad hoc, nel 2019 la PNAS, rivista scientifica dell’Accademia Nazionale della Scienze Usa, dimostrò che non c’erano «prove che l’interazione con gli account dell’Internet Research Agency, ossia l’istituto di San Pietroburgo additato come centrale di mistificazione, avesse «influenzato sostanzialmente gli atteggiamenti e i comportamenti politici» degli elettori su Facebook, Instagram ecc. E ciò per un motivo ben preciso: perché i malefici troll «interagivano principalmente con quelli che erano già altamente polarizzati». Traduzione: l’interferenza può esserci stata, anzi ci fu senz’altro, ma in ogni caso intercettò coloro che già erano intenzionati a votare per Trump. I ricercatori, infatti, sottolinearono un dato noto a massmediologi e informatici: i i messaggi di propaganda politica «tendono ad avere effetti minimi» perché «gli individui che hanno maggiori probabilità di essere esposti» sono anche quelli «più trincerati nelle loro opinioni». In parole povere, a farsi convincere finiscono per essere i già convinti o, quanto meno, i più predisposti. Non gli indecisi né, tanto meno, i cittadini schierati dalla parte opposta.

Camera dell’eco

È un meccanismo che chiunque mastichi un po’ il linguaggio tecnico dei social media conosce bene. Si chiama effetto “camera dell’eco”. Corrisponde a quella distorsione strutturale del loro funzionamento per cui l’algoritmo che governa il flusso di post personalizza l’apparire sullo schermo a seconda del tempo d’attenzione e al numero di interazioni dedicati da ciascun utente a un contenuto piuttosto che a un altro. Si crea così la famosa bolla digitale, in cui il singolo si rinchiude abituandosi a guardare ciò che desta maggiormente il suo interesse. In questo modo è indotto a rinforzare di continuo il cosiddetto bias cognitivo di conferma, il cui effetto è di puntellare una percezione tarata da un’incessante rassicurazione dei propri giudizi, i quali con facilità si trasformano in pregiudizi. E siccome a colpire di più l’occhio sono immagini, video e scritti che veicolano emozioni, a essere premiati saranno i messaggi costruiti per suscitare maggior impatto emotivo, cioè quelli che richiamano rabbia, paura, indignazione o, all’opposto, che strappano una risata, che divertono, che intrattengono. In tutti i casi, i contenuti più marcati, più identificati, più forti, più fidelizzanti e, come si diceva, più polarizzanti.

Social sopravvalutati

Ma se è così, è logico che i destinatari di operazioni pensate per orientare le opinioni siano gli utenti che hanno un’opinione favorevole, o almeno non sfavorevole, a certi input. Altrimenti, la raccomandazione algoritmica neppure farebbe passare certi contenuti sul feed. Oppure, qualora dovessero farlo, chi parte preconcetto si vedrebbe addirittura rafforzato nel suo disprezzo o odio per il Trump o Georgescu di turno. L’unico target realmente vulnerabile è rappresentato dalla fascia di utenza, certamente ridotta, di chi fonda il proprio giudizio politico esclusivamente su quanto vede scorrere sul touch screen. Ma chi si reca a votare, come può confermare qualunque politologo, non lo fa solo perché eventualmente aizzato o manipolato, trollato, da profili propagandistici. Lo fa in misura ben più determinante sulla base di considerazioni, magari poco elaborate o di ristrette vedute finché si vuole, ma che affondano su bisogni sociali e su una serie di variabili – politiche, culturali, economiche – non riducibili al solo tasso di dipendenza da telefonino o computer.

In sostanza, quando si punta il dito sul condizionamento da internet si ingigantisce uno dei fattori in campo, isolandolo dal contesto per attribuirgli un potere sovradimensionato. Si badi: i social media hanno un’importanza acclarata, altrimenti non si capirebbe come mai tutti i partiti ci investano parte non secondaria del budget nelle campagne elettorali. Ma non è affatto dimostrabile che siano decisivi. E non costituiscono comunque ragione sufficiente a spingere l’elettore a preferire tizio a caio o sempronio.

Meloni trollata eccellente

L’ombra dell’interferenza da parte di smanettoni professionali funziona però alla grande per scaricare su minacce vaghe e oscure la responsabilità in capo alla politica di dare risposte alle richieste e istanze sociali di cui sopra. Dare la colpa ai russi, poi, è perfetto: in un colpo solo, infatti, si agita anche lo spauracchio del nuovo Hitler in formato cirillico, di Putin alle porte. Il Copasir, dunque, indagherà. Scavando e ravanando, potrebbe scoprire che le prime vittime di trollaggio russo sono i politici stessi. Fra i quali, una a caso, proprio Giorgia Meloni. Se audita, rammenterebbe di sicuro di quella volta, era l’anno 2023, in cui cascò come una pera matura, rivelando qualche verità scomoda sulla guerra in Ucraina, alla telefonata di un finto leader africano, in realtà voce artefatta dalla maestria del duo comico russo Vovan e Lexus, specialisti in telefonate fake (i “caduti” nei loro non innocenti scherzi non si contano: da Angela Merkel a Receip Erdogan, da Christine Lagarde a… Elton John). Ma nessun timore, amici dell’introllabile Occidente: il mese scorso il nostro Presidente del Consiglio è corso ai ripari decretando in Gazzetta Ufficiale la nascita della task force centralizzata sulla sicurezza nazionale. Dentro, insieme ai nostri 007, ci sono anche  ministri come Antonio Tajani. Gente a cui non la si fa. Russi, siete avvisati: non ci trollerete più. Ca’ nisciun è fesso.

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