C’è un dato che, a prima vista, può sembrare molto positivo. Riguarda il numero di professionisti africani impegnati nel settore sanitario: nel 2024, secondo l’Oms, il continente ha potuto vantare la presenza di oltre cinque milioni di operatori sanitari, un vero e proprio record. In effetti, si tratta di cifre importanti e incoraggianti. Se non fosse però che, ancora oggi e nonostante l’incremento di personale formato, molti ospedali sono sotto organico. Non solo, ma in un recente vertice ad Accra sempre l’Oms ha certificato che quasi un milione di operatori africani è disoccupato e non trova lavoro. Un vero e proprio ossimoro concettuale: veder convivere la presenza di ospedali sotto organico e l’aumento di disoccupati in ambito sanitario, rappresenta una delle più curiose e drammatiche contraddizioni riguardanti l’Africa. Ma il paradosso ha specifiche spiegazioni e, di riflesso, avrebbe anche specifiche soluzioni se attuate e messe sul campo dalla politica.
Tra cervelli in fuga e strutture inadeguate
L’Africa sforna quindi sempre più medici e infermieri. C’è però un collo di bottiglia molto stretto all’ingresso del mercato del lavoro: diversi sistemi sanitari non garantiscono né strutture all’altezza e nemmeno, tra le altre cose, stipendi e aspettative di carriera all’altezza dei più giovani professionisti. Per cui, per molti, la strada è una sola: emigrare. In Europa, così come negli Stati Uniti, la domanda in ambito sanitario non è mai stata tanto alta. Le società sempre più anziane, come quelle occidentali e industrializzate, richiedono crescenti apporti da parte della forza lavoro impegnata nella sanità. Occorrono, in particolare, sempre più infermieri oltre che medici qualificati. Per cui, sia il Vecchio Continente che gli Usa attingono a piene mani dall’offerta che arriva dal continente africano. Di recente, l’amministrazione Trump ad esempio ha revocato le sospensioni per i visti ai medici provenienti da 39 Paesi. Tra questi, molti sono africani. La mossa, secondo diversi media Usa, è stata attuata proprio per l’importanza rivestita dai professionisti stranieri per coprire le gravi carenze di personale. Discorso analogo vale per l’Europa, dove nelle strutture sanitarie sono presenti sempre più operatori africani. In Italia, così come sottolineato su AfricaRivista, buona parte degli infermieri e dei medici stranieri ha origine tunisina.
Chi rimane in Africa spesso si ritrova a non avere una vasta gamma né di alternative e né tanto meno di prospettive. Gli stipendi sono piuttosto bassi, in contesti lavorativi a volte anche tanto fragili quanto difficili da gestire. Si opera complessivamente in strutture poco attrezzate, eccezion fatta per alcuni contesti dove, al contrario, emergono alcune eccellenze. Non è un caso se in Marocco lo scorso anno le proteste della generazione Z, durate per diverse settimane, hanno avuto come slogan quello di “più ospedali e meno stadi”. Con riferimento alla costruzione di nuove arene sportive in vista di importanti tornei internazionali da ospitare, al cospetto invece di una lamentata scarsa attenzione verso le strutture sanitarie. Anche in Kenya, così come in Madagascar e in altri Paesi interessati di recente da proteste, il malcontento per le condizioni degli ospedali è stato spesso all’origine delle manifestazioni.
La soluzione: aumentare gli investimenti
Il paradosso riguardante la sanità africana si riflette anche su un altro numero, reso noto sempre dall’Oms: al 2025, il numero del personale sanitario impiegato in Africa ha coperto soltanto il 46% del fabbisogno totale del continente. Vuol dire che più della metà delle posizioni sono rimaste sguarnite e gli ospedali hanno croniche carenze di personale. Questo implica un chiaro elemento: gli investimenti sulla sanità sono ancora piuttosto bassi. Soltanto il Sudafrica attualmente dedica alla sanità il 15% del proprio Pil e soltanto Capo Verde si è preso l’impegno, per i prossimi anni, di arrivare a quella percentuale. Tutti gli altri governi spendono meno del necessario per rinforzare il comparto. La cura per la sanità africana passa quindi da maggiori investimenti, sia nelle infrastrutture che nelle assunzioni di nuovo personale. Soltanto così l’Africa può evitare di far dispendere il proprio patrimonio umano costituito da giovani formati e da professionisti in grado poi di trovare la propria strada all’estero.
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