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Religioni

Da Kiev all’Africa, così la crisi ucraina ridisegna il mondo ortodosso

L’incendio che ha colpito la cattedrale di Kiev in una fase in cui il cristianesimo ortodosso pare in progressiva disarticolazione.
Ucraina

L’incendio che ha colpito la cattedrale di Kiev si inserisce in una fase storica in cui il cristianesimo ortodosso non appare più come una tradizione religiosa relativamente coerente, ma come uno spazio politico-teologico in progressiva disarticolazione. La dinamica non è nuova nei suoi presupposti, ma è nuova nella sua intensità sistemica: ciò che sta emergendo non è una semplice disputa giurisdizionale, bensì la crisi di modello ecclesiologico. Per comprendere la profondità di questa frattura occorre tornare alla lunga durata della civiltà ortodossa. Nei Racconti di un pellegrino russo, testo significativo della spiritualità slava ottocentesca, il pellegrinaggio non è soltanto movimento fisico, ma attraversamento di uno spazio sacralizzato e relativamente omogeneo. Il mondo ortodosso appare come una continuità: una geografia spirituale che, pur attraversata da differenze linguistiche e rituali, mantiene una sostanziale unità simbolica.

Quel paesaggio a livello quantomeno politico ecclesiastico è fortemente minato.Se lo stesso pellegrino ripercorresse oggi le rotte dell’Oriente cristiano, incontrerebbe una costellazione di giurisdizioni concorrenti: a Kiev due Chiese ortodosse in competizione per legittimità, sul Bosforo il Patriarcato Ecumenico di Istanbul in tensione strutturale con Patriarcato di Mosca, in Medio Oriente comunità divise tra tradizione greca e influenza russa, in Africa giurisdizioni sovrapposte che contestano lo stesso spazio canonico. Il nodo originario rimane la Rus’ di Kiev e il battesimo del 988 del principe Vladimir. Nella narrazione ecclesiale russa, tale evento costituisce l’atto fondativo di una civiltà storica continua: dalla Rus’ medievale all’impero zarista fino alla federazione contemporanea. Questa continuità è oggi uno degli assi ideologici del Russkij Mir (“mondo russo”), che intreccia teologia e geopolitica. In tale schema, Ucraina e Bielorussia non sono periferie, ma parti organiche di una stessa matrice sacrale.

La frattura contemporanea si innesta su una tensione più antica: quella tra universalismo ecclesiale e nazionalizzazione della Chiesa. La condanna dell’etnofiletismo da parte del sinodo di Costantinopoli del 1872 rappresenta uno snodo teorico importante. Il principio condannato è la subordinazione della struttura ecclesiastica all’identità nazionale. L’Ortodossia si definisce formalmente come comunione di Chiese autocefale non etniche, ma dalla fine dell’Ottocento le Chiese sono progressivamente diventate proiezioni istituzionali delle nazioni. Grecia, Serbia, Bulgaria e Romania hanno tradotto la sovranità politica in autocefalia ecclesiastica. La crisi ucraina rappresenta la forma estrema di questo processo da entrambo i lati.

L’Ucraina contemporanea è uno spazio ecclesiale plurale e conflittuale. Accanto alla Chiesa ortodossa legata storicamente a Mosca, guidata dal metropolita Onufriy, opera la Chiesa ortodossa autocefala ucraina riconosciuta dal Patriarcato Ecumenico. A queste si aggiunge la Chiesa greco-cattolica ucraina guidata da Sviatoslav Shevchuk e una piccola comunità latina. La Chiesa greco-cattolica, nata dall’Unione di Brest del 1596, conserva la liturgia bizantina ma riconosce Roma. Storicamente radicata nell’Ucraina occidentale, è stata percepita da Mosca come corpo estraneo nello spazio slavo orientale. Nel 1946, nel contesto sovietico, il sinodo di Leopoli ne decretò la soppressione e l’incorporazione forzata nella Chiesa ortodossa russa.

Il paradosso sovietico è che, dopo la repressione, Stalin reintegrò parzialmente la Chiesa ortodossa russa come infrastruttura simbolica della mobilitazione nazionale nella Seconda guerra mondiale. La Chiesa diventa così elemento funzionale alla continuità statale, modello che sopravvive alla dissoluzione dell’URSS. Con la fine dell’Unione Sovietica, e nel quadro estremamente fragile degli anni di El’cin e della successiva stabilizzazione putiniana, l’elemento ecclesiale riacquista un ruolo centrale come uno dei principali vettori di ricomposizione identitaria. In una fase segnata da disintegrazione economica e crisi istituzionale, la Chiesa ortodossa russa torna a costituire un riferimento di coesione culturale e simbolica, non solo all’interno della Federazione, ma anche come strumento di connessione con le comunità della diaspora. In questo senso, essa diventa uno dei canali privilegiati di relazione con i cosiddetti “russi fuori dalla patria” (compatrioti, talvolta definiti anche in senso politico come rossijskie diaspory), contribuendo a mantenere un’idea di continuità storica e identitaria oltre i confini statali.

Con il 1991 la competizione ecclesiastica diventa esplicita. L’autocefalia ucraina riconosciuta nel 2019 dal Patriarcato Ecumenico apre una frattura definitiva tra Costantinopoli e Mosca. In questo contesto emergono figure come Filarete, protagonista della lunga transizione verso una Chiesa ucraina autonoma, e il metropolita Hilarion Alfeyev, rappresentante della diplomazia ecclesiastica russa, progressivamente marginalizzato nel nuovo contesto bellico.

Nel caso della cattedrale colpita a Kiev, la sua gestione riflette direttamente questa evoluzione. Prima della guerra, l’edificio rientrava nell’orbita della Chiesa ortodossa ucraina legata al Patriarcato di Mosca, guidata dal metropolita Onufriy, cioè la struttura canonicamente connessa alla giurisdizione della Chiesa ortodossa russa. Con l’invasione del 2022 e la successiva accelerazione del processo di distanziamento ecclesiastico, molte comunità hanno progressivamente rinegoziato la propria appartenenza canonica, mentre lo Stato ucraino ha avviato procedure di revisione delle proprietà ecclesiastiche. In diversi casi, la gestione effettiva degli spazi liturgici è stata riallineata verso strutture autocefale riconosciute da Costantinopoli, in un quadro non uniforme ma in rapida trasformazione.

Parallelamente alla ridefinizione delle giurisdizioni, il conflitto ha prodotto anche una trasformazione materiale del paesaggio religioso ucraino. La Chiesa ortodossa legata al Patriarcato di Mosca in Ucraina si trova oggi in una condizione estremamente critica, che alcuni osservatori descrivono come una marginalizzazione di fatto nello spazio pubblico e giuridico ucraino. Il suo primate, il metropolita Onufriy (Berezovsky), è stato oggetto di forti pressioni politiche e istituzionali, inserite in un più ampio processo di revisione dei rapporti tra Stato e strutture ecclesiastiche considerate vicine a Mosca. Le difficoltà di questa Chiesa non iniziano con l’invasione del 2022, ma si manifestano già a partire dal 2014, con l’annessione della Crimea e l’inizio del conflitto nel Donbass. Da quel momento, settori nazionalisti ucraini hanno intensificato la pressione politica e sociale contro le strutture ecclesiastiche percepite come filorusse, generando un clima di sospetto e contestazione che ha progressivamente eroso la loro presenza pubblica.

Una dinamica speculare, sebbene in un contesto politico opposto, si osserva nei territori occupati o controllati dalle forze russe e separatiste nelle regioni di Luhansk e Donbass, dove risultano invece sottoposte a restrizioni o riorganizzazioni forzate le comunità religiose considerate vicine al Patriarcato di Costantinopoli o alla Chiesa ortodossa autocefala ucraina, oltre alle strutture greco-cattoliche. In questo quadro, la dimensione ecclesiastica tende a riflettere in modo diretto la frammentazione territoriale e ideologica del conflitto, diventando un’estensione della competizione politica e identitaria tra i due poli del mondo ortodosso contemporaneo.

Per una parte significativa dell’élite politica e religiosa ucraina a orientamento nazional-patriottico, la progressiva rottura del legame canonico con Mosca non rappresenta soltanto una ridefinizione amministrativa, ma un passaggio identitario decisivo. Separarsi dall’orizzonte ecclesiastico del Patriarcato di Mosca equivale a interrompere una continuità culturale e simbolica con quello che viene definito “mondo moscovita”, percepito come matrice storica di subordinazione politica. La costruzione di un’ortodossia ucraina autonoma diventa così uno strumento di consolidamento identitario nazionale.

La guerra ha trasformato la frattura ucraina in un moltiplicatore globale.I Patriarcati di tradizione greca – Costantinopoli, Alessandria e in parte Gerusalemme – hanno riconosciuto o sostenuto l’autocefalia ucraina, mentre Mosca ha reagito anche con la creazione di strutture parallele in Africa, rompendo un principio storico di non sovrapposizione territoriale. In Africa, l’istituzione di un esarcato russo ha generato una competizione diretta con il Patriarcato di Alessandria, con conseguente adesione di parte del clero locale a giurisdizioni alternative. Anche nelle comunità ortodosse della diaspora, inclusa l’Italia, si osserva una polarizzazione crescente tra orientamenti legati al Patriarcato Ecumenico e ambienti più vicini alla sensibilità del Patriarcato di Mosca.

La frattura riflette non solo divergenze teologiche, ma differenti posizionamenti rispetto alla modernità politica e all’ordine internazionale europeo. Il volume Ecclesiologia ortodossa e scisma in Ucraina (Theosis Editrice, 2025) si inserisce in questo dibattito con una prospettiva marcatamente tradizionale e athonita. Tra gli autori figurano Epifanios Kapsaliotis, monaco del Monte Athos, Georgios Karalis, Paisios Kareotis e Vassilios Touloumtsis, che interpretano la crisi ucraina come deviazione dall’ecclesiologia canonica ortodossa.

Il pellegrino ottocentesco attraversava un mondo in cui la comunione ortodossa era presupposto implicito. Il viaggiatore contemporaneo attraversa uno spazio in cui la competizione tra giurisdizioni è strutturale. Dalla Rus’ di Kiev alle periferie africane, l’Ortodossia contemporanea appare sospesa tra universalismo teologico e frammentazione nazionale. L’incendio di Kiev diventa così il segno visibile di una trasformazione più ampia: la ridefinizione stessa dell’unità ortodossa nel XXI secolo.

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