Se qualcuno si trovasse in mare dalle parti del Golfo Persico, alla radio di bordo potrebbe ricevere questo messaggio, inviato dalle Guardie della rivoluzione iraniane: “Poiché il ritiro delle forze israeliane dal Libano, la completa revoca del blocco marittimo e il ritiro delle forze terroristiche americane dal Golfo Persico e dalla regione sono le condizioni principali dell’accordo tra l’Iran e gli Stati Uniti, lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso fino a quando queste condizioni non saranno soddisfatte. Al fine di garantire la sicurezza, si consiglia a tutte le navi di non avvicinarsi allo Stretto di Hormuz. Qualsiasi nave o nave militare che violi questa indicazione sarà attaccata”. A stretto giro di posta i comandi dell’IDF (le forze armate di Israele) hanno risposto: “I nostri attacchi in Libano continueranno fino a quando sarà necessario. Distruggeremo l’infrastruttura di Hezbollah in Libano. Non ci sono limitazioni all’eliminazione delle minacce provenienti dal Libano”.
Lo Stretto di Hormuz quindi torna a chiudersi e Israele, come del resto aveva annunciato nei giorni scorsi Benjamin Netanyahu, si tiene la libertà di colpire dove e quando vuole, a dispetto della banale e brutale verità annunciata da Donald Trump al capo del governo dello Stato ebraico: “Siamo l’unico alleato che avete”. E anche a dispetto dei propri annunci: gli stessi comandi dell’IDF avevano annunciato, in mattinata, un cessate il fuoco in Libano a partire dalle ore 16 locali. Così si realizza la situazione peggiore per la Casa Bianca, che nel Memorandum d’intesa firmato con l’Iran aveva accettato di includere il Libano nei patti del cessate il fuoco (“Cessate il fuoco immediato e permanente tra Stati Uniti, Iran e i loro alleati su tutti i fronti, incluso il Libano, con il rifiuto di entrambe le parti di future azioni militari e la garanzia della sovranità del Libano), a quanto pare convinta di poter fermare Netanyahu. Calcolo errato, perché Netanyahu non può permettersi, in vista delle elezioni politiche, di perdere terreno nei confronti di chi lo critica “da sinistra” (in realtà una destra più presentabile, quella della coalizione Yair Lapid – Naftali Bennett) e soprattutto “da destra”, dal fronte estremista e razzista di Itamar Ben Gvir (il partito di Bezalel Smotrich, secondo gli ultimi sondaggi, non supererebbe la soglia di sbarramento), quello che oggi invita a “bruciare il Libano” e a far piangere mille madri libanesi (libanesi, si badi bene, non di Hezbollah) per ogni lacrima versata da una madre israeliana, che potrebbe “rubargli” quel tanto di voti da sottrargli la maggioranza in Parlamento. Finché spara, Netanyahu può dire che non è finita. Se smette di sparare è invece finito lui. La stessa identica condizione, a ben vedere, in cui si trova Hezbollah in Libano.
Resta il fatto che oggi Donald Trump è esposto a un duplice ricatto. Da un lato Israele, a cui il patrocinio Usa va bene finché opera come un pozzo di San Patrizio pieno di armi, denaro e appoggio politico, ma diventa insopportabile quando cerca di porre condizioni. Dall’altro l’Iran che, accettato un Memorandum che quasi tutti (a tratti anche esagerando, a nostro parere) hanno letto come un’ammissione di sconfitta degli Usa, può pretenderne l’attuazione alla lettera, sfidando la Casa Bianca a riprendere una guerra che ha a dir poco disturbato tutti i Paesi del Medio Oriente, gran parte dei Paesi dell’Asia (solo la Cina ride sotto i baffi) e l’intera Europa. Due ricatti tra l’altro che, esercitandosi a spese di un terzo, si sostengono a vicenda: se Israele spara, l’Iran può tirare per la giacca gli Usa e accusarli di non volere o non potere mantenere i patti; se a sparare è Hezbollah, o è l’Iran a bloccare la navigazione, Israele (e la sua lobby americana) possono ripetere a Trump che il Memorandum è stato un errore clamoroso. In tutti i casi politicamente paga Pantalone, ovvero Trump, che a novembre ha lo stesso problema che ha in ottobre Netnyahu: un all in elettorale più che insidioso.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.
