I colloqui Usa-Iran previsti inizialmente per oggi in Svizzera non ci saranno. La Casa Bianca conferma che J.D. Vance, vice di Donald Trump, non partirà per Lucerna, dove inizialmente era prevista la cerimonia di firma dell’armistizio Washington-Teheran poi anticipata a Versailles dal comandante in capo e a Teheran dall’omologo Masoud Pezeshkian. Si pensava che le negoziazioni avrebbero preso la forma di colloqui tecnici volti a limare le distanze sui dossier da risolvere, come quello del nucleare. Ma di fatto non ci sarà nessun negoziato.
Perché i colloqui non partono
Pragmaticamente si può pensare a tre opzioni: la prima è che firmato il deal, è doveroso aspettarsi la sua applicazione concreta prima di procedere alla fase due. Su questo fronte, l’Iran ha permesso il transito di petroliere dallo Stretto di Hormuz e la Guida Suprema Mojtaba Khamenei ha dato il via libera al confronto con gli Usa. Al contempo, gli Usa hanno rimosso il blocco navale all’Iran che gravava da aprile. Si dovrebbe vedere se la situazione reggerà per capire quanto stabile sarà la nuova dinamica.
La seconda opzione è che ci sia uno scenario di riflessione interna all’amministrazione americana: il simbolismo dell’aver firmato una pace a Versailles ha colpito Trump, ma come scritto nei fatti The Donald ha siglato, nero su bianco, il fallimento della sua guerra e dell’America nel conflitto. Può un grande impero metabolizzare una sconfitta senza colpo ferire? Difficilmente. E ragionando a freddo è possibile che gli Usa stiano elaborando una strategia volta a evitare che anche i colloqui tecnici presentino termini spinosi di fronte agli abili negoziatori iraniani.
Sabotaggio israeliano?
La terza ipotesi punta sull’idea che un’interferenza ai colloqui sia stata di natura politica. O militare. E alcune tendenze sembrano spingere nella direzione di una mancata accettazione dell’accordo da parte di Israele, terza parte nella guerra, alleato americano ma Paese escluso dai negoziati diretti Washington-Teheran.
Ieri la testata libanese filo-Hezbollah Al-Mayadeen riportava che era stato l’Iran a ritardare l’invio della sua delegazione in Svizzera criticando la continuativa presenza militare israeliana nel Sud del Libano e gli attacchi al Paese dei Cedri, che il cessate il fuoco invita a cessare. Nessuna conferma diretta in tal senso è arrivata da Teheran, ma Esmaeil Baghaei, portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, ha detto a Al-Akhbar che l’Iran considera le mosse israeliane lesive della buona riuscita delle trattative. Israele sta negoziando col Libano il possibile ritiro dal Sud del Paese dei Cedri in alcune zone, ma usa la presenza militare in funzione anti-Hezbollah e anti-iraniana. Baghaei ha contestato il prosieguo delle azioni israeliane in Libano, sottolineando che Tel Aviv “non vuole offrire alcuna opportunità per un percorso diplomatico volto a calmare la situazione nella nostra regione”.
In tal senso, sono da segnalare le reazioni dure di Vance alle critiche emerse da alcuni alleati nazionalisti del premier israeliano Benjamin Netanyahu, dicendo a chiare lettere che “se fossi nel governo israeliano, probabilmente non attaccherei l’unico potente alleato che mi è rimasto in tutto il mondo”. E aggiungendo: “negli ultimi tre mesi, due terzi delle armi difensive che hanno protetto la vostra patria sono state costruite da mani americane e pagate con i soldi dei contribuenti americani”. Per l’America, sostenere Israele è stato funzionale all’obiettivo di usare Tel Aviv come leva per colpire l’Iran e, dunque, perseguire l’obiettivo di contenimento della proiezione cinese danneggiando le sue fonti di approvvigionamento nel Golfo, vera causa dell’offensiva di Trump. Il flop della guerra ha chiamato l’America fuori, ma per Israele il disastro attuale è poco sostenibile, e per Netanyahu ancora meno.
La strada stretta delle trattative
Queste opzioni possono andare di pari passo: si può ipotizzare che sia stata necessaria una più lunga programmazione per dei colloqui tecnici, che Washington si sia resa conto di dover rimontare, nella seconda fase dei negoziati, un accordo svantaggioso e che Israele voglia mettere lo zampino. Risulta quantomeno curioso vedere gli Usa contestare ora le mosse israeliane dopo averle incentivate e alimentate fornendo armi, supporto politico, sostegno esplicito e nelle settimane in cui si vota una crescente integrazione militare e d’intelligence al Congresso. L’obiettivo americano sembra essere nel breve periodo scaricare su Israele il peso maggiore di un fallimento congiunto, complici le difficoltà di Netanyahu e, soprattutto, il fatto che Tel Aviv stia facendo di tutto per alimentare questa percezione, operandosi per sabotare l’accordo in prima persona in Libano. Resta il dato di fatto che un negoziato serio come quello sul nucleare non si improvvisa.
Dal 2013 al 2015 Usa e Iran ci misero due anni per negoziare l’accordo concluso da Barack Obama e rottamato da Trump. Ora si mira a finire in sessanta giorni, dopo due guerre in un anno, un percorso segnato da sfiducia e incomprensioni. Chiarire a monte i problemi potrà essere utile per Usa e Iran, ma richiederà una duplice pazienza: per gli Usa, potrebbe voler dire un netto cambio di passo nella copertura a Israele, oltre la semplice retorica. Per l’Iran una obamiana “pazienza strategica” anche di fronte alle provocazioni di Tel Aviv. Sarà su questa filigrana che si giocherà il futuro dei negoziati. Meglio partire dopo, ma con le idee chiare. E un fine preciso in mente. Applicando, nel frattempo, i termini dell’armistizio per dare applicazione concreta ad esso e mettere dei mattoncini di buona volontà sul sentiero.
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