A inizio secolo, Robert Mugabe ha concepito l’idea della redistribuzione delle terre alle popolazioni di origine africana come un segno di “giustizia” e di definitivo affrancamento dall’era coloniale. A distanza di 26 anni, lo Zimbabwe ha deciso di attuare una definitiva retromarcia rispetto alle scelte dell’ex presidente e “padre padrone” del Paese per quasi quarant’anni. L’attuale governo, retto dal presidente Emmerson Mnangagwa, nello scorso mese di maggio ha approvato una norma il cui obiettivo è progressivamente ridare ai vecchi proprietari le terre confiscate.Oggi il termine giustizia non fa più rima con decolonizzazione, bensì con “riconciliazione”. Il gesto del governo vuole rappresentare la volontà di una definitiva pacificazione tra la popolazione di origine africana e quella di origine europea. Dietro ci sono anche motivazioni di ordine economico, a partire dalla volontà di dimostrare affidabilità agli occhi degli investitori stranieri ed attingere al know-how dei vecchi proprietari.
Le confische degli anni 2000
Sottrarre ai “farmers” le fattorie e le terre è un’idea che Mugabe ha avuto in testa già nei suoi primi anni di attività politica. Dopo svariati tentativi, nel 2000 l’ex presidente ha visto che la finestra era quella giusta. Con il suo Zanu, partito ancora oggi al potere ma sempre più distante dalla sua linea, Mugabe ha sempre sognato di arrivare lì dove non è riuscito in Sudafrica l’African National Congress di Nelson Mandela. La confisca delle terre ha quindi rappresentato, ai suoi occhi e a quelli dei suoi estimatori, un vero e proprio vanto. Quasi il coronamento di un lungo percorso politico e ideologico, cominciato con le battaglie per l’indipendenza del Paese, un tempo conosciuto con il nome coloniale di Rhodesia. I farmers erano in gran parte di origine europea, esattamente come nelle campagne e nelle fattorie sudafricane. Cittadini di origine olandese, inglese, ma anche scozzese o svizzera, tutti visti da Mugabe come simbolo dell’era coloniale. Per questo, in qualche modo, per l’allora uomo forte di Harare le confische sono state considerate alla tregua di una seconda indipendenza.
Ben presto però, la mossa tanto attesa si è rivelata uno dei colpi più duri per l’economia del Paese africano. La redistribuzione delle terre è stata attuata con l’intento di contrastare la povertà, grazie all’assegnazione di lotti alla popolazione più povera di origine africana. Si calcola, che sono stati oltre 4.500 gli agricoltori di origine europea interessati dagli espropri. La manovra ha tuttavia avuto, come esito immediato, quello di cancellare tutte le competenze in mano ai farmers. Senza alcuna formazione, senza alcuna esperienza alle spalle, migliaia di cittadini hanno iniziato a gestire aziende ben presto andate in rovina. La produzione agricola, essenziale per l’economia dello Zimbabwe, è rapidamente crollata. Un collasso accentuato poi dalle mire politiche di Mugabe, il quale ha portato il Paese a partecipare alla guerra in corso nella Repubblica Democratica del Congo. Il conflitto ha drenato soldi e risorse, circostanza che ha inferto il colpo di grazia finale all’economia. Per più di un lustro, a partire dalla metà degli anni 2000, Harare ha convissuto con l’iperinflazione e con prezzi a un certo punto capaci di raddoppiare ogni 22 giorni.
Inizia un “nuovo Zimbabwe”?
Mugabe non ha subito ammesso il fallimento. Da presidente, ha sempre incolpato del disastro economico le sanzioni internazionali e in particolare quelle degli Stati Uniti. Probabilmente però, anche il diretto interessato è stato ben consapevole a un certo punto delle responsabilità della sua riforma agraria nel generale collasso della situazione. Ma fino al 2017, anno della sua estromissione ad opera dell’esercito e del suo vice (nonché attuale presidente) Mnangagwa, l’argomento è rimasto tabù. Soltanto dopo ad Harare sono stati varati primi studi di fattibilità per la riconsegna delle terre agli ex farmers. I principali ostacoli sono sempre stati rappresentati dai costi legati agli indennizzi da offrire ai rientranti proprietari. Il governo infatti, dovrebbe uscire 3.5 miliardi di Dollari complessivi per ripagare coloro che si sono visti confiscate le terre. Una parte di questa somma è stata già erogata, ma i pagamenti sono rallentati dalla perdurante crisi economica e dal debito molto elevato.
Ad ogni modo, a maggio si è avuta la svolta: Mnangagwa ha definitivamente approvato la norma sulla redistribuzione e 67 aziende sono già tornate nelle mani dei vecchi proprietari o degli eredi. In tal modo, in una fase caratterizzata anche da penuria di cibo legata alla chiusura dello Stretto di Hormuz, lo Zimbabwe spera di rimettere in piedi il prima possibile l’industria agraria. La motivazione della mossa di Harare è quindi prettamente economica. Anche perché, come detto in precedenza, Mnangagwa ha un disperato bisogno di investimenti stranieri e per attrarli serve mostrarsi affidabile. Non si può però ignorare anche un altro risvolto, di carattere sociale e politico: lo Zimbabwe, grazie a questa occasione, potrebbe tornare a ragionare in maniera unitaria. Non più divisioni tra popolazioni di origini bantu e di altre culture africane da un lato e cittadini di origine europea dall’altro: il Paese è formato da entrambe le identità e può vivere in un clima di maggiore riconciliazione. Del resto, il personaggio pubblico più famoso dello Zimbabwe a livello internazionale è Kirsty Coventry, plurimedagliata olimpica e oggi a capo del Cio: è lei, di origine inglese, a rappresentare da molto tempo all’estero il Paese africano.
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