Un recente articolo accademico pubblicato in Cina ridiscute i presupposti della deterrenza di Pechino nel teatro Sud-Est asiatico: non un singolo missile, ma uno sciame coordinato. A partire dalla Terza Crisi di Taiwan del 1996, quando gli Stati Uniti inviarono una portaerei statunitense in risposta ai test balistici cinesi, Pechino ha promosso e perfezionato nel tempo una strategia di negazione d’accesso/negazione di area (A2/AD) nota come Shashoujian, o “mazza dell’assassino”. L’obbiettivo della guerra futura era chiaro: impedire a un avversario di entrare in un ambiente operativo, quindi limitarne la libertà di iniziativa.
Nel 2010 un illustre studioso delle strategie A2/AD presso il Center for Strategic and Budgetary Assessments fu premonitore: “A meno che Pechino e Teheran non si discostino dalla loro attuale linea d’azione […] è praticamente certo che il costo sostenuto dalle forze armate statunitensi per mantenere l’accesso a due aree di interesse vitale aumenterà drasticamente, forse fino a livelli proibitivi, e forse molto prima di quanto molti si aspettino”.
Una parte importante della letteratura strategica degli ultimi 15-20 anni ha identificato nei missili balistici anti-nave a lungo raggio (ASBM) – soprattutto i cosiddetti “carrier killer” cinesi (DF-21D e DF-26) – uno degli elementi centrali delle strategie A2/AD. Ma un recente articolo accademico cinese sta mettendo in discussione la validità operativa di questa dottrina. Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, infatti, un gruppo di ricerca guidato dal professor associato Gao Tianyun della National University of Defense Technology ha pubblicato lo scorso 25 maggio uno studio che descrive una strategia dettagliata per colpire e distruggere gruppi navali statunitensi dispersi fino a 3.000 chilometri di distanza, raggiungendo obiettivi situati persino nell’area di Guam. Lo studio, pubblicato sulla rivista specializzata cinese Tactical Missile Technology, è una risposta diretta al concetto americano di Distributed Maritime Operations (DMOs), che prevede la dispersione delle forze navali per ridurne la vulnerabilità a un attacco concentrato.
Un documento interessante perché questa “Ricerca sull’efficacia delle operazioni a sciame di missili antinave in uno scenario di confronto distribuito” – così come suggerisce il suo titolo – anziché presentare una nuova arma risolutiva, propone un approccio innovativo e integrato alla catena di ingaggio.
Come funzionerà la futura A2/AD
Secondo quanto ricostruito da analisti militari di Asia Times, una prima fase sarebbe basata sull’effetto sorpresa: sottomarini armati con missili antinave ipersonici attaccherebbero i cacciatorpediniere statunitensi equipaggiati con il sistema di Aegis, che costituiscono il primo anello della difesa missilistica. L’obiettivo sarebbe aprire una breccia nello scudo protettivo e rendere la portaerei più esposta ai successivi attacchi.
Successivamente entrerebbe in azione un pacchetto offensivo multi-vettore composto da droni esca a basso costo, missili da crociera economici e missili stealth subsonici in grado di volare a pochi metri dalla superficie del mare. Questa combinazione avrebbe il compito di consumare le scorte di intercettori nemici, saturare i radar e confondere i sistemi di tracciamento. Un elemento particolarmente innovativo del concetto è il sistema “leader-follower”: un missile esploratore vola in posizione avanzata raccogliendo e trasmettendo dati agli altri missili che seguono a quota più bassa. Se il missile guida viene abbattuto, un altro elemento dello sciame assume automaticamente il ruolo di coordinatore, garantendo la continuità operativa.
Gli autori sostengono che questa strategia sfrutta il vantaggio industriale della Cina, che dispone di enormi capacità produttive nel settore navale e missilistico, mentre gli Stati Uniti soffrono da anni di una progressiva perdita di capacità manifatturiera.
Certo non un obiettivo operativo semplice. In primo luogo, ci sono difficoltà tecniche intrinseche. Come ha scritto un analista militare sulla Texas National Security Review, “la kill chain non può funzionare senza un certo livello di sorveglianza spaziale cinese”, e mantenere una simile architettura in una condizione di operatività continua espone la catena di ingaggio a numerosi potenziali punti di rottura e ai tentativi avversari di disturbare o interrompere il flusso di informazioni.
In secondo luogo, le contromisure USA. Come illustrato dal Congressional Research Service statunitense, a partire dal 2025 l’US Navy starebbe sviluppando un’architettura difensiva a più livelli basata su unità navali autonome di medie dimensioni (MUSV), incaricate di ampliare la capacità di scoperta anticipata e di disturbo elettronico, e grandi piattaforme navali autonome (LUSV), utilizzate come veri e propri arsenali galleggianti capaci di aumentare il numero di missili intercettori disponibili, con l’obbiettivo di preservare la sopravvivenza del gruppo navale principale secondo il programma Modular Attack Surface Craft (MASC).
Dalla “kill chain” alla “kill web”?
Per aumentare la resilienza dei propri sistemi, l’Esercito Popolare di Liberazione starebbe studiando il concetto di “kill web”, un’evoluzione della “kill chain” tradizionale.
In un articolo del 2025 pubblicato dalla rivista Air & Space Defense – richiamato su Asia Times – gli autori sostengono che il PLA stia sviluppando architetture “kill web” e sistemi autonomi per mantenere l’efficacia operativa anche con reti di targeting degradate. A differenza delle “kill chain” tradizionali, vulnerabili alla rottura di singoli nodi, il “kill web” integra in modo dinamico piattaforme distribuite nei diversi domini e, grazie a edge computing e decisioni locali autonome, consente la riconfigurazione automatica dei collegamenti per garantire la continuità della capacità d’ingaggio anche in presenza di interferenze o danni alla rete.
In altre parole, come ha osservato Gabriel Honrada, nella guerra futura la questione centrale non sarà tanto “quanti missili la Cina possa lanciare, ma se sarà in grado di continuare a trovare, seguire e colpire bersagli a grande distanza dopo aver subito attacchi contro satelliti, sensori, reti dati e centri di comando”.
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