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Spionaggio

L’ultimo segreto di Pulcinella: i servizi di Israele spiano gli Stati Uniti

Da almeno mezzo secolo la comunità d’intelligence statunitense, specialmente quella militare, ha diversi conti in sospeso con Israele.
Israele

L’articolo pubblicato dal New York Times la settimana scorsa concernente il timore del Pentagono su una presunta attività spionistica di Israele ai danni degli Stati Uniti, in particolare nella conduzione della delicata politica mediorientale, sembra l’ennesimo segreto di Pulcinella. In primo luogo, appare curioso che le indiscrezioni fatte circolare siano apparentemente fuoriuscite dal Pentagono e non dagli organi istituzionalmente deputati ad affrontare tali delicate questioni, ovvero l’Office of the Director of National Intelligence (ODNI) il cui responsabile, Tulsi Gabbard, ha appena lasciato l’incarico; e, qualora l’attività spionistica fosse avvenuta all’interno del territorio statunitense, l’FBI.

Un fatto incontrovertibile è che da almeno mezzo secolo la comunità d’intelligence statunitense, specialmente quella militare, ha diversi conti in sospeso con Israele. L’8 giugno del 1967, mentre era in corso la Guerra dei Sei Giorni una nave militare statunitense, la Liberty, che si trovava in acque internazionali nel Mediterraneo orientale monitorando le comunicazioni militari egiziane e israeliane – in una giornata serena e con il vessillo a stelle e strisce innalzato – venne ripetutamente attaccata e distrutta dall’aviazione israeliana e 34 marinai statunitensi perirono nell’aggressione. USA e Israele chiusero rapidamente l’episodio definendolo un tragico errore, ma su quella vicenda sono sempre rimasti dei dubbi.

Dubbi che sono recentemente e fragorosamente riaffiorati dopo che lo scorso 8 giugno, esattamente 59 anni dopo l’attacco, il deputato repubblicano dissenziente USA, Tomas Massie, ha preso la parola in Congresso per denunciare il velo di omertà che avrebbe caratterizzato questa vicenda per oltre mezzo secolo, ed evidenziando come numerosi fatti e testimonianze indicherebbero che quanto accaduto l’8 giugno 1967 non sarebbe stato un tragico errore come i Governi americano e israeliano avrebbero frettolosamente concluso, ma un attacco deliberato.

L’episodio più grave, in termini di fuga di dati, accadde invece circa un ventennio più tardi, nel 1985, quando un cittadino ebreo statunitense, analista dei servivi di intelligence della US Navy, Jonathan Pollard, venne arrestato e condannato all’ergastolo per aver spiato per anni a favore di Israele, producendo enormi danni per l’apparato spionistico statunitense. Venne poi rilasciato, ma solo nel 2020, e dopo ripetute insistenze di tutti i Primi Ministri israeliani che si susseguirono nell’incarico nei decenni successivi. Pollard si trasferì poi in Israele, e al suo arrivo, denotando totale mancanza di sensibilità verso gli Stati Uniti, venne addirittura accolto trionfalmente all’aeroporto dall’allora Primo Ministro Benjamin Netanyahu.

La posizione ufficiosa del Mossad è che dalla – a dir poco imbarazzante – vicenda Pollard, ammessa anche da Israele, lo Stato ebraico non avrebbe mai più compiuto attività spionistica a danni degli Stati Uniti; circostanza oggettivamente difficile da verificare trattandosi di questione sottoposte ad alta classifica di sicurezza.

L’autolesionismo di Trump

Negli anni successivi, i sospetti che tale attività ai danni degli Stati Uniti sia comunque proseguita non sono mai stati fugati. In particolare, questa si sarebbe concentrata sullo spionaggio delle attività diplomatiche statunitensi volte a risolvere i due più delicati dossier che hanno visto Washington e Gerusalemme coinvolti simultaneamente, ovvero il processo di pace israelo-palestinese mediato direttamente dagli USA, e i negoziati con l’Iran per la limitazione del suo programma nucleare sospettato di una possibile deriva militare.

Nel secondo, per venire alla drammatica attualità del momento, l’attenzione avrebbe riguardato il cosiddetto formato del P5+1 (USA, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, Germania e UE) che portò allo sfortunato accordo noto come JCPOA firmato nel luglio del 2015 e che aveva limitato significativamente il programma nucleare Teheran. Nel maggio 2018, incautamente e autolesionisticamente, Donald Trump ritirò gli Stati Uniti dall’accordo. Parte del dramma che stiamo sperimentando oggi nel conflitto con l’Iran è anche il risultato di quella sciagurata decisione.

Posso tuttavia offrire una testimonianza diretta in qualità di ex coordinatore italiano per il Processo di Pace in Medio Oriente tra il 2013 ed il 2015 in merito al primo aspetto, non tanto rispetto all’attività spionistica asseritamente condotta di Israele, ma quanto allo stato d’animo che serpeggiava tra i diplomatici USA all’epoca.

Tra il 2013 ed il 2014 il Segretario di Stato USA, John Kerry, svolse l’ultimo – serio! – tentativo di mediazione statunitense per chiudere il contenzioso israelo-palestinese nel solco della prospettiva dei due Stati. All’epoca, lo sforzo americano era affiancato da consultazioni periodiche tra i diplomatici americani impegnati nel dialogo ed i colleghi di un quintetto di Paesi europei (Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Spagna) che avevano il compito di facilitare il negoziato ma, soprattutto, di mitigare il cronico atteggiamento filo-israeliano dei negoziatori USA, frutto delle pressioni politiche della lobby filo-israeliana che allora, come adesso, influenzava pesantemente la politica mediorientale degli Stati Uniti.

In una riunione ospitata dall’Italia a Roma, l’allora Inviato Speciale USA, Frank Lowenstein, mi chiese che tutti i telefoni dei membri delle delegazioni, inclusi quelli statunitensi ovviamente, fossero posizionati in una sala diversa da quella della riunione proprio in ragione che il suo, come tutti gli altri cellulari degli altri delegati, potessero essere oggetto dell’attenzione dello spionaggio elettronico israeliano.

È possibile quindi, se non addirittura plausibile, vista anche la posta in gioco, che l’attività spionistica israeliana ai danni degli Stati Uniti sia continuata magari in modo più accorto ma ad un’analisi più accurata potrebbe trattarsi di un inutile eccesso di zelo.

Per chi lavorano gli Usa

La mediazione USA tra israeliani e palestinesi per giungere ad una pace è sempre stata ingenuamente ritenuta come coerente con quella di un mediatore che per definizione dovesse essere terzo tra le parti, ovvero la preparazione di una proposta negoziale che in quanto tale doveva configurarsi come imparziale recependo in modo equo le istanze di entrambi. Nella prassi, invece, gli USA hanno sempre sottoposto le loro proposte prima ad Israele recependone tutte le osservazioni che ne snaturavano pesantemente l’equità per poi presentare formalmente il testo “pesantemente emendato” alle due parti come una proposta equa e ragionevole per trovare una soluzione che “salvaguardava” gli interessi di entrambi.

I Palestinesi hanno sempre conosciuto questa prassi USA ma non avevano certamente il potere di denunciare questa prassi negoziale o di respingere l’imparziale mediazione americana, anche perché non avrebbero mai ottenuto una sponda europea. L’UE si limitava soltanto a flebili esortazioni a Washington a mantenere un maggior equilibrio, oggi ha abbandonato anche questa posizione.

Pertanto, quello che per anni il mainstream media occidentale ha bollato come recalcitrante posizione palestinese nei negoziati non era altro che un comprensibile tentativo di difendersi da una mediazione iniqua e parziale.

In conclusione, quindi, Israele non dovrebbe avere alcuna necessità di spiare gli Stati Uniti che – almeno per quanto riguarda il dossier Israele-Palestina – hanno sempre lavorato per lo Stato ebraico; del resto, anche quando è stato pizzicato con le mani nella marmellata – la vicenda Pollard – a pagare è stato solo quest’ultimo.

Negli anni e decenni successivi, infatti, il sostegno USA, militare e di intelligence, a Israele è cresciuto esponenzialmente. Un po’ diversa, ma non troppo, è la situazione per quanto riguarda l’Iran, ma di questo, forse, ne parleremo un’altra volta.

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