Trump ferma Netanyahu che era riuscito a riaprire la guerra con l’Iran bombardando Beirut, che Teheran aveva ammonito in precedenza a non toccare. Al maniaco che guida Israele Trump ha detto che se avesse proseguito la guerra non avrebbe avuto gli States al suo fianco. E tanto è bastato. Un passo inusitato quello di Trump data la sua sudditanza a Netanyahu, possibile solo perché aveva una sponda forte nell’Impero.
La guerra, che avrebbe comportato, com’è avvenuto, anche la chiusura dello Stretto di Bab al-Mandab da parte degli Houti, avrebbe fatto incrementare il costo dell’energia a livelli insostenibili per tante e importanti aziende americane, basti pensare alle enormi esigenze energetiche delle Big Tech, da cui la forte resistenza all’improvvida iniziativa israeliana che ha permesso a Trump di imporsi.
Tale sviluppo era stato anticipato da una notizia passata sottotraccia, ma non per questo meno importante: l’allarme per lo spionaggio pervasivo di Israele negli Stati Uniti, che aveva portato le Agenzie di controspionaggio a monitorare tale attività trattando l’alleato mediorientale alla stregua di un nemico.
Un cambiamento che era stato addirittura fatto filtrare ai media, aggravandone la portata perché rendeva di pubblico dominio, e insostenibile, l’acuta divergenza tra l’Impero e l’alleato. Peraltro, tale sviluppo poneva potenziali criticità all’Aipac, la potente lobby ebraico americana, la cui attività pro-Israele aveva tutte le prerogative per finire sotto i riflettori del controspionaggio. Situazione invero imbarazzante per Tel Aviv e la sua propaggine statunitense.
Da notare, come ha riferito il New York Times, che i bersagli privilegiati dello spionaggio israeliano erano stati individuati nel noto Steve Witkoff, che sta gestendo il negoziato con l’Iran, e nei meno noti Elbridge Colby, il più alto funzionario politico del Pentagono, e Michael P. DiMino, il più stretto assistente di Colby.

A questi ultimi abbiamo in passato dedicato diverse note, in particolare a Colby, che ha poi scelto DiMino come suo vice, ricordando che la sua convinzione sulla necessità di un accordo con l’Iran – che deriva dalla sua propensione per un ritorno al realismo nella politica estera Usa – aveva funestato la sua nomina, approvata a fatica e con notevole ritardo dal Congresso, e lo aveva messo nel mirino dei falchi statunitensi che hanno provato più volte a emarginarlo, spesso riuscendovi, dalla stanza dei bottoni.
Protettore di Colby è il vicepresidente J.D. Vance, grazie al cui appoggio ha superato i veti posti dai falchi alla sua nomina, il quale ieri ha rilasciato un’intervista a Fox News nella quale ha spiegato che Israele e Stati Uniti “hanno molti interessi in comune, ma ci sono alcune situazioni in cui i nostri interessi divergono”. Il riferimento esplicito era all’Iran, col quale Trump, ha aggiunto Vance, ha “creato uno spazio” per raggiungere un accordo, che “a Israele piaccia o meno”.

Così si può sperare che le affermazioni di Trump su un prossimo accordo con l’Iran, che pure appartengono alla sua tronfia retorica, abbiano un fondo di verità, anche perché sperare non costa nulla…
Se ci soffermiamo sulla posizione di Vance è perché va sottolineato come in seno all’amministrazione Trump c’è una dialettica tra i falchi, che hanno in Marco Rubio l’esponente di riferimento, e i realisti che fanno riferimento al vicepresidente; e che questi ultimi hanno al momento il sopravvento (grazie, appunto, all’opposizione di certo potere economico-finanziario Usa alle follie guerrafondaie).
Tale sviluppo aumenta le possibilità di un percorso positivo del dialogo Usa-Iran, anche se lo stesso Vance ha affermato che non c’è alcuna certezza in proposito. Il fatto che Trump, all’inizio del rinnovato dialogo con Teheran, avesse incaricato Vance di gestire le trattative fa comprendere quanto sia errato identificare l’attuale amministrazione statunitense come un monolite e ascrivere al presidente una coerenza decisionale che non ha né può avere (troppe le pressioni).
Finita l’escalation, resta il cessate il fuoco armato, che tanto cessate il fuoco non è sia per le scaramucce che si susseguono in costanza dello Stretto di Hormuz, sia perché Israele continua a imperversare in Libano, dove continua la guerra al Sud, e contro i palestinesi: a Gaza, dove le bombe e le criminali restrizioni degli aiuti continuano a mietere vittime, e in Cisgiordania, dove continua la spinta per cacciare la popolazione locale attraverso il terrorismo dei coloni (vedi Haaretz).

Una tregua al calor bianco, dunque, che però con l’intervento dell’Iran nel conflitto libanese e con la reazione dell’Imperatore ha cambiato connotazione. Se prima Netanyahu aveva piena libertà di manovra, non è più così. Ciò non lo renderà certo più mite, ma sicuramente dovrà calcolare meglio le prossime mosse.
Quanto all’Iran, al di là della dialettica che si sta consumando all’interno dell’Impero, è indubbio che il suo intervento in Libano e il successo conseguito abbiano rafforzato il suo ruolo nell’agone regionale. Ormai è a tutti gli effetti un protagonista del Medio oriente, il ruolo marginale del passato, che ne limitava l’interlocuzione pubblica ai soli alleati regionali, è ormai superato.
Lo dimostra anche l’intensa attività diplomatica che sta conducendo in questi mesi, nei quali interagisce pubblicamente con tutti i Paesi della regione e oltre. Tale l’eterogenesi dei fini prodotta dall’aggressione immotivata e improvvida dell’asse israelo-americano. Una nuova realtà che si è ormai imposta, al di là dell’esito del negoziato con Washington.

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