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Energia

Usa-Iran-Israele, dietro la cautela di Trump anche l’allarme petrolio: riserve americane ai minimi

Usa-Iran-Israele, dietro la cautela di Trump anche l'allarme sul petrolio: stock americani ai minimi dal 2004.

Il duro monito con cui Donald Trump ha accolto la prospettiva di attacchi (poi concretizzatisi) di Israele in Iran dopo gli scambi di raid di ieri tra Stato Ebraico e Libano mostra la volontà degli Usa di chiudere una guerra che ha superato i cento giorni di durata ed è bloccata da un fragile cessate il fuoco. Una decisione che è maturata anche alla luce dei problemi strutturali che la Terza guerra del Golfo sta generando sul sistema economico globale in generale e americano in particolare e ha un indicatore in un dato ben preciso: il crollo delle riserve strategiche di petrolio americane.

Scorte di petrolio Usa ai minimi dal 2004

Il Financial Times ha riferito che le scorte statunitensi di petrolio e prodotti raffinati a inizio giugno erano pari a 1,57 miliardi di barili, il minimo dal 2004. Mentre le major americane fanno incetta di profitti e sognano un’espansione dei bilanci sulla scorta della disruption globale dell’offerta e dei problemi delle catene logistiche del Golfo, l’altra faccia della medaglia è lo svuotamento degli stock. Il motivo è da ricercarsi in un combinato disposto di fattori: innanzitutto, il sostegno a una fase contingente di indubbia espansione dell’export americano, soprattutto verso la Cina e l’Asia, a cui si somma un’analoga attività sul fronte del gas naturale liquefatto; in secondo luogo, il rilascio di quote di riserve strategiche col fine di abbattere i prezzi in aumento dell’oro nero; infine, una riduzione della capacità di accumulo per rimpinguare gli stock.

“Nelle ultime quattro settimane, la fornitura totale di prodotti petroliferi – un indicatore della domanda statunitense – ha raggiunto una media di 20,4 milioni di barili al giorno, in aumento del 3,0% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso”, nota OilPrice.com. Washington, sostanzialmente, in questa fase sta supplendo al ruolo che tradizionalmente altri Paesi, come l’Arabia Saudita, hanno mantenuto nel mercato mondiale dell’oro nero per decenni. Il portale “The Kobeissi Letter” li definisce “prestatori di ultima istanza” del sistema globale chiamati a colmare, in virtù del loro ruolo di primi produttori e primi consumatori al mondo, lo shock di offerta legato al blocco dello Stretto di Hormuz, al danneggiamento degli impianti mediorientali, allo sfilacciamento delle catene del valore. Ma tutto ciò ha un costo.

Dove Trump e Netanyahu si dividono

Trump, lo abbiamo scritto, ha una priorità completamente diversa da Benjamin Netanyahu: i due leader, attesi da voti decisivi in autunno (elezioni politiche in Israele, Midterm negli Usa) si scontreranno con le conseguenze della guerra all’Iran congiuntamente lanciata. Netanyahu scommette sul rilancio della stagione bellica come via per alzare la posta contro l’Iran e ottenere risultati decisivi che non sono arrivati, Trump rischia invece il contrappasso rispetto al voto che lo elesse nel 2024 qualora la guerra continuasse: eletto sull’onda lunga della stanchezza da inflazione e carovita emersa nella popolazione Usa nell’era di Joe Biden, ora è sotto pressione sullo stesso fronte.

Il peso della guerra e dell’energia sull’inflazione

Un dato tra tutti è ricordato dal Ft: “la scorsa settimana il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti si è attestato a 4,44 dollari al gallone, in lieve calo rispetto alle settimane precedenti, ma in aumento di circa il 50% rispetto al periodo prebellico. Trump prevede un forte calo dei prezzi al termine della guerra”, ma intanto i rincari esistono e l’inflazione sale: 3,3% a marzo e 3,84% a aprile, mentre la Federal Reserve del neo-governatore Kevin Warsh è data potenzialmente chiamata a un rialzo dei tassi entro la fine dell’anno. Il maggior driver della crescita dell’inflazione, chiaramente, è proprio l’elemento energetico.

Come ha scritto Martina Besana su queste colonne, l’inflazione è il vero spauracchio di Trump e, dunque, il calo delle riserve strategiche di prodotti petroliferi unito ai rincari dei beni di consumo derivati dell’oro nero e al loro impatto inflattivo sono per lui una grana più grande delle indicazioni positive altri dati, come l’espansione dell’export energetico e del ruolo delle compagnie americane nel mercato mondiale. Il prezzo del greggio e della benzina al gallone è una Spada di Damocle politica ed economica per Trump. Il problema iraniano un danno geopolitico, strategico ma soprattutto latore di riflessi interni potenzialmente preoccupanti. Nello strappo con Netanyahu c’è anche questa apprensione, che i dati sulle riserve in calo contribuiscono a definire concretamente.

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