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Ambiente

Perché la Cina della transizione green punta ancora sul carbone ed è disposta pagarne il prezzo

La Cina continua a dipendere dal carbone: il disastro di Liushenyu riaccende i riflettori sui rischi di un settore ancora strategico.

Lo scorso 22 maggio, la Cina è stata colpita dal più grave disastro minerario degli ultimi quindici anni. Un’esplosione nella miniera di carbone di Liushenyu, nello Shanxi, ha causato la morte di 82 persone e il ferimento di oltre 120. Sembra un paradosso per un Paese che ha fatto delle energie rinnovabili il nuovo motore del proprio sviluppo e che considera la transizione green il grande obiettivo da conseguire nel minor tempo possibile. Eppure, oltre la Muraglia, l’industria carbonifera è ancora un pilastro economico di varie province periferiche.

È il caso, appunto, dello Shanxi, cuore del settore, dove circola ancora un detto che fa ben capire la pericolosità di questo lavoro: “Scendi in una miniera di carbone solo quando non hai altra via d’uscita”. Certo, nell’ultimo decennio il governo ha varato importanti riforme in materia di sicurezza che hanno, almeno in parte, diminuito la pericolosità di lavorare in gallerie sotterranee con il costante rischio di crolli, deflagrazioni e allagamenti. La situazione resta tuttavia ancora delicata. Il carbone continua intanto a essere strategico, e questo nonostante il Dragone abbia raggiunto l’obiettivo di aggiungere 1.200 Gw di capacità eolica e solare alla rete nazionale entro il 2030 con ben cinque anni di anticipo rispetto alla scadenza prevista.

La maledizione dell’industria carbonifera cinese

Siamo di fronte a una contraddizione: la Cina fautrice del green continua a sfruttare le sue vaste riserve di carbone per raggiungere l’autosufficienza energetica. Pechino consuma infatti oltre il 50% della produzione globale e, solo nei mesi di gennaio e febbraio, ha aggiunto 20 Gw di capacità di produzione di energia elettrica da centrali a carbone (quasi la metà della quantità di nuove energie rinnovabili aggiunte nello stesso periodo).

Si capisce, dunque, perché l’industria mineraria del carbone assuma ancora un ruolo rilevante. Ma perché accadono ancora disastri come quello di Liushenyu? I dati dicono che il tasso di mortalità in questo settore sia diminuito di oltre il 90% dal 1990 a oggi.

Nello Shanxi, ha spiegato la Bbc, l’esplosione potrebbe essere stata causata dall’innesco di un accumulo di gas metano o di polvere di carbone entrato in contatto con una fonte di accensione. La causa? Forse un errore gestionale, una falla nel sistema di sicurezza del sito o addirittura protocolli violati.

In base alle prime indagini il Tongzhou Group, la società che gestisce la miniera di carbone (privata) dove è avvenuto il disastro, avrebbe commesso “gravi violazioni illegali”. I media cinesi, per esempio, hanno scritto che nel giorno dell’esplosione solo metà dei lavoratori era ufficialmente registrata, che molti di loro non erano muniti dei dispositivi di localizzazione obbligatori, e che c’era una planimetria imprecisa.

L’importanza del carbone

Facciamo un tuffo nel passato. Quando l’economia cinese si aprì, negli anni Ottanta, la produzione di carbone aumentò in maniera rilevante diventando la pietra angolare delle ambizioni industriali del Dragone. Al centro di quel boom c’era proprio lo Shanxi, ricco di vasti giacimenti di carbone da coke – una delle qualità più pregiate di questo combustibile – e dotata di una solida base industriale pregressa. Xinhua descriveva la pericolosità della situazione senza mezzi termini parlando addirittura di una crescita del “pil macchiata di sangue”. Alla continua ricerca di profitti, i proprietari delle miniere locali erano soliti corrompere i funzionari affinché chiudessero un occhio sulle pratiche di lavoro pericolose.

Alcuni numeri sono emblematici. Tra il 1980 e il 2010, in Cina sono morte in media 5.853 persone all’anno a causa di incidenti nelle miniere di carbone. Un deciso cambio di marcia sarebbe arrivato qualche anno dopo, in concomitanza con l’inasprimento dei regolamenti da parte delle autorità e con la chiusura di migliaia di piccole miniere private che operavano al di fuori di qualsiasi supervisione normativa.

Diverse zone d’ombra continuano però a esistere. Il carbone, intanto, rappresenta per il governo cinese un’ancora affidabile in un mercato energetico globale spesso instabile. E lo Shanxi, nel momento in cui scriviamo, rappresenta quasi il 30% della produzione nazionale cinese di questo prodotto.

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