La notizia della sfuriata di Trump contro Netanyahu, confermata oggi dal presidente Usa, ha fatto il giro del mondo. Diversi analisti l’hanno messa in dubbio, spiegandola come una manipolazione per far passare Trump da moderato e che è capace di imporsi all’interlocutore, mentre in realtà ne sostiene tutte le malefatte. Inoltre, tale distacco permetterebbe al duo di agire in combinato disposto secondo lo schema poliziotto buono-poliziotto cattivo.

Ciò sarebbe provato dal fatto che, nonostante ai bisticci pubblici non segue una prassi conseguente. In realtà, proprio la realtà conferma l’avvenuta rottura: Netanyahu, infatti, è stato costretto, almeno per ora, a non dar seguito all’ordine di attaccare alzo zero Beirut, nonostante fosse stato tutto predisposto (vedi Haaretz).

Ma soprattutto dal fatto che Trump, dopo che l’Iran ha annunciato la fine dei negoziati, non ha colto al volo l’occasione per riprendere la guerra, assecondando le pulsioni dei falchi Usa e di Netanyahu.
Se in circostanze analoghe del recente passato poteva avere un fondamento logico, anche se non fattuale, la spiegazione che l’apparato bellico Usa non era ancora predisposto (i rinforzi non erano ancora giunti in loco), stavolta tale motivazione non regge dal momento che il dispiegamento americano è al completo da tempo e non sono attesi ulteriori rinforzi.
Il punto è che tanti analisti critici verso la disavventura americana in Medio oriente non riescono a concepire come il Trump prono a Netanyahu possa, allo stesso tempo, o meglio in tempi diversi, anche scontrarsi con lui e in qualche modo porre argini o freni alla sua aggressività.
Una contraddizione insanabile, ma solo apparentemente. Infatti, si spiega con la condizione in cui versa il presidente Usa, che di fatto è prigioniero dell’alleato e della potente lobby che lo sostiene, alla quale profonde laudi sperticate, si genuflette, si piega, ma dalla cui morsa tenta di liberarsi, a volte con successo anche se sempre con esiti limitati.
Ciò a causa del ristretto ambito di libertà residua che gli è concesso e dai limiti dettati dal suo narcisismo, oltre che dalla mancanza di lucidità ingenerata dalla dura costrizione e dai suoi errori pregressi, anzitutto l’incapacità di attorniarsi di figure all’altezza della situazione.
Al di là della premessa, resta, appunto lo stop all’operazione alzo zero su Beirut che aveva innescato la ferma reazione delle autorità iraniane. Queste, infatti, avevano ribadito che il negoziato sul cessate il fuoco ricomprendeva irrevocabilmente il Libano e che l’attacco a Beirut lo violava.
Avvertenze verbali alle quale era seguito l’avvertimento a Tel Aviv, sempre verbale ma molto più cogente, che Teheran era pronta a riprendere gli attacchi contro Israele se l’escalation contro il Libano fosse proseguita.
Come abbiamo accennato, se Trump avesse assecondato le pressioni, aveva un’occasione d’oro per dichiarare che non c’era modo di far ragionare Teheran e che il minacciato attacco contro Israele era inaccettabile. Inoltre, che l’America non poteva non proteggere il proprio alleato e che l’Iran sarebbe stato incenerito, riecheggiando le tante minacce pregresse.
Invece, i messaggi che ha postato erano tutti concilianti, volti a rassicurare che tutto era sotto controllo, che i negoziati con l’Iran proseguivano e che Israele ed Hezbollah avevano accettato una tregua (in realtà, non c’è stata escalation, ma gli scontri continuano).
Ma soprattutto non si riscontrava nessuna minaccia contro l’Iran, solo una forte sollecitazione ad accedere a convergenze; ciò in stridente contraddizione con tutti i post precedenti (e proprio nel giorno in cui più roboanti avrebbero dovuto riecheggiare le minacce…).

Non si tratta di incensare Trump, impossibile per quel che è successo sotto la sua presidenza – anzitutto la prosecuzione del genocidio palestinese – quanto di dar conto della complessità del reale, che offre spiragli.
In attesa che tali spiragli producano qualcosa, resta, però, lo stallo. I negoziati, nonostante quanto afferma Trump, non vanno avanti e le scaramucce proseguono, con rischi di prospettiva.
Di ieri l’attacco Usa a una petroliera iraniana, con pronta risposta iraniana contro un’analoga nave made in Us-Israel; quindi, replica piccata americana, che pensava di poter affondare navi a piacimento (evitando cioè reazioni) e nuova contro-replica di Teheran: colpite basi americane in Kuwait e Bahrein. Stallo pericoloso, appunto.
Quanto alla vexata quaestio libanese, se per ora Netanyahu ha rinunciato all’attacco a Beirut, resta che non ha nessuna intenzione di mollare il Libano meridionale.
In quanto all’asserito cessate il fuoco annunciato da Trump, che avrebbe riguardato anche i territori del Nord di Israele, Hezbollah ha replicato che acconsentirà solo a una tregua totale, con annesso ritiro israeliano dal Sud. Né si comprende perché all’IDF debba essere consentito di far strame del Libano meridionale, e non solo, e a Hezbollah impedito di tirare missili sul Nord di Israele. Puzzle davvero difficile da ricomporre.
Di interesse, sul Libano, un reportage del New York Times che fotografa una realtà ben diversa da quella descritta dai media occidentali. Infatti, anche quanti si opponevano a Hezbollah, scrive Lydia Polgreen, di fronte ai massacri indiscriminati compiuti da Israele ora guardano con favore la milizia sciita, unico baluardo contro l’avanzare della barbarie.

Anche l’idea che Hezbollah possa essere disarmato dall’esercito del Paese dei cedri, idea centrale della strategia israelo-americana, è solo una fumisteria. Hezbollah non è una metastasi iraniana incistata in loco, dettaglia il reportage, ma parte del tessuto connettivo della nazione. Una nazione che l’attuale tragedia, innescata da attori esterni, ha cementato. “Il Libano potrebbe guarire e ricostruirsi secondo le proprie regole”, conclude la Polgreen. “Ha solo bisogno che gliene venga data la possibilità”.
Al netto delle variabili in gioco, resta il blocco di Hormuz: il “mercato petrolifero globale sta esaurendo le opzioni per impedire che i prezzi raggiungano nuovi picchi” allarmano gli esperti. E l’economista capo di Moody’s ha avvertito: o c’è un accordo a giorni o sarà recessione. Riserve esaurite o quasi, tutto va a precipitare. Le ristrettezze attuali sembreranno irrisorie rispetto a quelle future.

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