Per oltre un secolo il petrolio ha rappresentato la materia prima che ha determinato la ricchezza delle nazioni, alimentato guerre, plasmato alleanze e ridefinito gli equilibri geopolitici. Nel XXI secolo, però, sta emergendo una nuova risorsa strategica, meno visibile ma potenzialmente ancora più preziosa: il dato biologico. Sequenze genetiche, cartelle cliniche digitali, biomarcatori, informazioni raccolte da dispositivi indossabili, dati metabolici, immagini diagnostiche e profili sanitari costituiscono oggi una materia prima essenziale per la ricerca scientifica, lo sviluppo farmaceutico, la medicina personalizzata e l’intelligenza artificiale applicata alla salute.
Se nel Novecento le grandi potenze competevano per il controllo dei giacimenti energetici, oggi la competizione si sta progressivamente spostando verso il controllo delle informazioni biologiche. La capacità di raccogliere, elaborare e utilizzare enormi quantità di dati sanitari sta diventando uno strumento di potere economico, tecnologico e strategico. Per questo motivo alcuni analisti parlano ormai di “biopolitica dei dati” o addirittura di “bio-geopolitica“, un settore nel quale sicurezza nazionale, innovazione e salute pubblica si intrecciano sempre più strettamente.
La nascita delle superpotenze biologiche
Negli ultimi vent’anni il costo del sequenziamento genetico è crollato in maniera spettacolare. Nel 2003 il completamento del Progetto Genoma Umano era costato circa tre miliardi di dollari. Oggi un genoma completo può essere sequenziato per poche centinaia di dollari. Questo cambiamento ha reso possibile la costruzione di immense biobanche nazionali e private.
Il caso più noto è quello del Regno Unito, che attraverso la UK Biobank ha raccolto dati genetici, clinici e ambientali di circa mezzo milione di cittadini. La Finlandia, l’Estonia e l’Islanda hanno sviluppato sistemi analoghi, sfruttando popolazioni relativamente omogenee e registri sanitari particolarmente avanzati.
Ma la vera partita si gioca tra Stati Uniti e Cina.
Negli Stati Uniti la raccolta dei dati biologici è fortemente guidata dal settore privato. Aziende come 23andMe, Illumina e numerose imprese biotecnologiche hanno costruito enormi archivi genetici alimentati dai consumatori. A questi si aggiungono i dati raccolti dagli ospedali, dai sistemi assicurativi e dalle grandi piattaforme digitali della salute. La Cina ha invece scelto una strada diversa. Attraverso una forte regia statale, Pechino ha promosso la creazione di vasti programmi nazionali di raccolta genetica e sanitaria. Aziende come BGI Group sono diventate protagoniste globali del sequenziamento genetico, operando in decine di Paesi e contribuendo alla costruzione di un patrimonio informativo senza precedenti.
Il risultato è una nuova forma di competizione strategica nella quale il numero di dati disponibili diventa una leva di potenza nazionale.
L’esempio più evidente arriva da 23andMe, una delle aziende più note al mondo per i test genetici diretti ai consumatori. Dopo aver raccolto dati genetici da circa 15 milioni di persone, la società è entrata in una grave crisi finanziaria. La vicenda ha provocato un acceso dibattito perché il principale patrimonio dell’azienda non erano laboratori o brevetti, ma il suo enorme archivio genetico. Diversi procuratori generali americani hanno espresso timori sul possibile trasferimento dei dati a nuovi proprietari senza un consenso esplicito degli utenti.
La situazione è diventata ancora più delicata dopo il gigantesco data breach che ha coinvolto circa 6,9 milioni di profili genetici. Le informazioni sottratte comprendevano dati sanitari, ascendenze familiari e caratteristiche genetiche particolarmente sensibili. Secondo le autorità californiane, alcuni gruppi etnici specifici sarebbero stati deliberatamente presi di mira dagli hacker. Il caso ha dimostrato un principio fondamentale della nuova geopolitica della salute: il Dna non è soltanto un dato sanitario, ma una risorsa economica e strategica permanente. Una carta di credito può essere sostituita. Un patrimonio genetico no.
Il Regno Unito rappresenta invece il modello opposto. La UK Biobank raccoglie informazioni genetiche, cliniche e ambientali di circa 500.000 cittadini britannici. Il database comprende campioni biologici, dati sanitari, esami diagnostici, risonanze magnetiche e informazioni sullo stile di vita. Questa infrastruttura è diventata uno dei più grandi laboratori biologici del pianeta. Attraverso questi dati sono stati sviluppati modelli di intelligenza artificiale capaci di individuare correlazioni tra genetica, malattie cardiovascolari, invecchiamento cerebrale e rischio metabolico.
Il valore strategico di questi archivi è emerso chiaramente quando, nel 2026, sono emerse notizie relative a un possibile accesso illecito a dati collegati alla biobanca britannica. Anche se le verifiche sono ancora oggetto di attenzione e le ricostruzioni variano, il caso ha mostrato quanto i governi considerino ormai queste banche dati una componente critica della sicurezza nazionale.
Negli ultimi anni gli apparati di sicurezza americani hanno più volte segnalato il rischio che la Cina utilizzi la raccolta internazionale di dati genomici per rafforzare il proprio vantaggio nella biotecnologia. Un documento del National Counterintelligence and Security Center statunitense ha evidenziato come Pechino consideri il settore genomico una componente strategica della futura competizione tecnologica globale.
Al centro delle polemiche si trova spesso BGI Group. Negli Stati Uniti diversi progetti legislativi hanno tentato di limitare la collaborazione federale con alcune aziende genomiche cinesi per ragioni legate alla sicurezza nazionale e alla protezione dei dati biologici. Dietro queste tensioni c’è una convinzione sempre più diffusa negli ambienti strategici americani: chi possiede i più grandi database biologici del mondo potrebbe dominare la prossima rivoluzione farmaceutica e dell’intelligenza artificiale sanitaria.
Uno dei segnali più evidenti della trasformazione dei dati biologici in tema geopolitico è arrivato nel 2025, quando la Food and Drug Administration americana ha annunciato una revisione immediata degli studi clinici che prevedevano l’invio di cellule di cittadini statunitensi verso laboratori situati in Paesi considerati ostili. La decisione era motivata dal timore che materiali biologici e dati genetici potessero essere utilizzati all’estero per attività di ingegneria genetica senza una piena consapevolezza dei pazienti coinvolti. È un passaggio storico perché mostra come gli Stati Uniti abbiano iniziato a trattare cellule, campioni biologici e dati genomici con una logica molto simile a quella utilizzata per semiconduttori avanzati, tecnologie dual-use o infrastrutture critiche.
Dalla medicina personalizzata alla sicurezza nazionale
A prima vista i dati biologici sembrano riguardare esclusivamente il settore sanitario. In realtà le implicazioni sono molto più ampie.
Chi controlla grandi quantità di dati genetici può accelerare lo sviluppo di farmaci innovativi, individuare nuovi bersagli terapeutici e addestrare algoritmi di intelligenza artificiale capaci di diagnosticare malattie con maggiore precisione. La disponibilità di enormi database consente inoltre di sviluppare modelli predittivi sempre più sofisticati, in grado di identificare fattori di rischio prima ancora che una patologia si manifesti. Per questo motivo il dato biologico è diventato un asset strategico comparabile alle terre rare o ai semiconduttori.
Negli ultimi anni le agenzie di intelligence occidentali hanno iniziato a considerare le informazioni genetiche come una questione di sicurezza nazionale. Negli Stati Uniti diversi rapporti governativi hanno evidenziato il rischio che dati sanitari e genetici possano essere utilizzati da attori stranieri per ottenere vantaggi tecnologici, economici o militari. Il timore non riguarda soltanto la privacy individuale. Le informazioni genetiche aggregate possono offrire una conoscenza approfondita delle caratteristiche biologiche di intere popolazioni, aprendo scenari che fino a pochi anni fa appartenevano quasi esclusivamente alla fantascienza.
La pandemia di Covid-19 ha accelerato ulteriormente questa consapevolezza. I governi hanno compreso che la capacità di raccogliere e analizzare rapidamente dati sanitari su larga scala costituisce un elemento fondamentale della resilienza nazionale. Le infrastrutture digitali della salute sono diventate parte integrante delle architetture di sicurezza degli Stati.
L’intelligenza artificiale trasforma il corpo in una piattaforma dati
La vera rivoluzione è però rappresentata dall’incontro tra biologia e intelligenza artificiale. Ogni giorno miliardi di informazioni vengono generate da smartwatch, sensori medici, cartelle cliniche elettroniche, dispositivi per il monitoraggio del sonno, applicazioni per il fitness e strumenti diagnostici avanzati. Questi flussi informativi alimentano algoritmi sempre più sofisticati che apprendono dai dati biologici umani. Il corpo umano si sta trasformando in una piattaforma digitale permanente.
Le grandi aziende tecnologiche hanno compreso il potenziale di questa trasformazione. Google, Microsoft, Amazon e Apple investono da anni nella convergenza tra salute, cloud computing e intelligenza artificiale. La capacità di integrare dati biologici con strumenti avanzati di analisi rappresenta uno dei mercati più promettenti dell’economia globale. Parallelamente si va affermando il concetto di digital twin sanitario: una replica digitale dell’individuo costruita attraverso dati genetici, clinici e comportamentali. In futuro questi modelli potrebbero simulare l’evoluzione di malattie, testare farmaci virtualmente e personalizzare i trattamenti con una precisione senza precedenti.
Tuttavia la concentrazione di tali informazioni nelle mani di pochi attori pone interrogativi profondi sulla sovranità dei dati e sul controllo democratico delle tecnologie sanitarie.
Chi possiede davvero il nostro patrimonio biologico?
La questione centrale della geopolitica della salute non riguarda soltanto la tecnologia, ma la proprietà. Chi controlla i dati raccolti da un test genetico commerciale? Chi può utilizzare le informazioni generate da uno smartwatch? Quali diritti conservano i cittadini quando i loro dati vengono anonimizzati e inseriti in grandi database destinati alla ricerca?
Le normative variano notevolmente tra le diverse regioni del mondo. L’Europa ha costruito un sistema relativamente rigoroso basato sulla tutela della privacy e sulla protezione dei dati personali. Gli Stati Uniti mantengono un approccio più frammentato e orientato al mercato. La Cina privilegia invece una logica nella quale gli interessi strategici dello Stato assumono un ruolo centrale. Queste differenze stanno contribuendo alla formazione di veri e propri blocchi geopolitici del dato biologico.
Alcuni esperti parlano già di “nazionalismo genomico“: la tendenza degli Stati a considerare le informazioni genetiche delle proprie popolazioni come risorse strategiche da proteggere e regolamentare. In futuro potrebbero emergere restrizioni all’esportazione dei dati sanitari analoghe a quelle oggi applicate ai semiconduttori avanzati o alle tecnologie dual-use. La competizione globale per i dati biologici è soltanto agli inizi. Nei prossimi decenni la capacità di raccogliere, processare e trasformare informazioni sanitarie in innovazione potrebbe influenzare la ricchezza delle nazioni almeno quanto l’accesso alle risorse energetiche ha influenzato il Novecento.
I Paesi che riusciranno a costruire ecosistemi efficienti di raccolta dati, infrastrutture digitali avanzate, sistemi di intelligenza artificiale e robuste garanzie normative potrebbero acquisire un vantaggio competitivo enorme nello sviluppo di farmaci, terapie personalizzate e tecnologie mediche. Il dato biologico non sostituirà completamente il petrolio come fattore di potenza. Ma sta assumendo caratteristiche sempre più simili a quelle che il greggio ebbe durante il secolo scorso: una risorsa strategica, contesa, concentrata in poche mani e capace di ridefinire gli equilibri internazionali.
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