L’Iran libererà il transito di Hormuz, eliminerà l’uranio arricchito in suo possesso insieme a Stati Uniti e Aiea, disinnescherà le mine rimanenti nello Stretto e si impegnerà a non costruire mai l’atomica. Gli Stati Uniti revocheranno il blocco navale. Così il post di Trump di ieri nel quale, tra le altre cose, comunicava che i soldati americani sarebbero tornati a casa e li invitava a salutare “le vostre mogli, i vostri mariti, i vostri genitori e le vostre famiglie da parte mia”.

Insomma, un messaggio pacificante, che terminava così: “Mi riunirò ora nella Situation Room per prendere una decisione definitiva”. Ma poi non ha preso nessuna decisione. Il solito Trump…
Quanto all’Iran, aveva reagito al post affermando che conteneva menzogne e verità perché il regime del transito attraverso lo Stretto di Hormuz e il nucleare iraniano non erano stati nemmeno presi in considerazione nel memorandum d’intesa concordato, che avrebbe dovuto schiudere la porta a una tregua duratura nel corso della quale si sarebbero avviati negoziati sulle questioni in sospeso. Peraltro, Trump non faceva nessuna menzione del cessate il fuoco in Libano, che Teheran chiede con ferma determinazione.
Val la pena, però, analizzare il post del presidente. Di interesse che abbia cambiato la richiesta sullo smaltimento dell’uranio. Se in precedenza aveva insistito perché Teheran lo cedesse agli Stati Uniti, stavolta ne ha chiesto l’eliminazione da attuarsi attraverso un lavoro congiunto. Da ricordare che l’Iran ha proposto varie opzioni, tra cui quella di consegnarlo a Russia o Cina, la via più facile e che gli Stati Uniti non accolgono per avere una leva per accusare Teheran di rigidità irrisolvibili.
Ma al netto, della precisazione, Teheran aveva proposto anche l’opzione di uno smaltimento in loco a opera dei suoi tecnici con la supervisione dell’Aiea. La proposta di Trump, pur pretendendo un ruolo per gli States, si avvicina a tale opzione.
Quanto all’impegno di non produrre mai un’atomica, è ovviamente una richiesta del tutto capziosa, dal momento che è ancora in vigore la fatwa dell’ayatollah Alì Khamenei contro tale sviluppo, non revocata dal figlio che ne ha preso il posto. E una fatwa in Iran ha un peso ponderale molto più forte di qualsiasi impegno politico. Ma la promessa serve a Trump per poter rivendicare una qualche vittoria.
Molto più simpatica, se tale aggettivo si può usare per una vicenda tanto drammatica, la pretesa che Teheran elimini le mine da Hormuz, tematica tirata fuori dal cilindro per l’occasione e mai citata prima in relazione ai negoziati. Questione simpatica perché, come riporta la NBC, l’intelligence americana non ha trovato nessuna prova che gli iraniani abbiano minato lo Stretto…
D’altronde, non gli conviene perché sarebbe pericoloso per il traffico navale che intendono ripristinare. La rivelazione della NBC, oltre a smentire seccamente Trump, disvela inganni pregressi. Gli Stati Uniti, infatti, hanno accusato ripetutamente Teheran di aver minato lo Stretto, nuocendo gravemente al commercio internazionale, e le fantasmatiche mine sono state usate come pretesto per giustificare operazioni militari nel corso del cessate il fuoco (l’ultima il 25 maggio, con il CENTCOM che ha comunicato di aver attaccato alcune navi iraniane intente a posare mine). Tali i rovesci della propaganda.
Al di là della digressione, resta la vacuità della richiesta di Trump sulle mine, che potrebbe essere di facile adempimento dal momento che Teheran non deve far nulla per ottemperare. Ma resta, spinosa e irrisolta, la questione del transito attraverso lo Stretto.
La richiesta di Trump di tornare allo status quo ante è e resterà irricevibile per Teheran. Al di là della bizzarria di voler ostentare come vittoria il ripristino dello status precedente, che tale sarebbe rimasto senza l’aggressione israelo-americana, resta che l’America è chiamata ad accettare il nuovo corso, cioè che Teheran imponga una tassa per i servizi resi alle navi in transito, come accade per gli Stretti turchi (ipotesi alla quale il Qatar ha aperto). Altrimenti non se ne uscirà.
Uno stallo su cui punta Netanyahu, che preme per una nuova guerra, e forse anche Trump, perché gli permette di tirare a campare senza cedere al premier israeliano, ma anche senza inimicarsi i tanti che non vogliono la guerra.
Quanto alla tregua in Libano, benché non menzionata da Trump, la richiesta degli iraniani resta. Ed è un altro punto sul quale le parti sono divergenti. D’altronde, Netanyahu sta facendo di tutto per impedire un’intesa sul tema. E sul premier israeliano Trump non ha leve.
Ma Netanyahu è scaltro. Sa che le trattative con l’Iran o quelle in corso in America tra Israele e le autorità libanesi, oppure il teatro di guerra, dove l’IDF non riesce ad avere la meglio su Hezbollah e i suoi droni teleguidati (che stanno infliggendo perdite impreviste agli invasori), potrebbero costringerlo a una de-escalation.
Così ha ordinato all’IDF di ampliare l’invasione del Libano oltre il fiume Litani. Non c’è nessuna ragione strategica per tale opzione, che rende l’IDF ancora più vulnerabile agli attacchi di Hezbollah e non ha un obiettivo reale, neanche il più fumoso, come scrive Haaretz.

Ha però uno scopo politico: nel caso fosse costretto a cedere, Netanyahu potrà concedere il ritiro dal territorio libanese mantenendo il controllo “solo” del sud, che poi è ciò che gli interessa perché tale territorio sarebbe associato alla Grande Israele, sviluppo che renderebbe felici i suoi elettori ultras.
Ma anche perché avrebbe il controllo sia del Litani (l’acqua è bene prezioso in Medio oriente) che dei giacimenti di gas che si trovano sotto i fondali marini del Libano meridionale, di cui Tel Aviv ha già rivendicato l’acquisizione.
Complesso il Medio oriente, una complessità incrementata al parossismo dalla psicotica ambiguità di Trump. Situazione pericolosa perché la soluzione più facile per sciogliere un nodo intricato è tagliarlo. Le bombe non sono affatto scomparse dall’orizzonte.

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