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Difesa

La Russia scommette di nuovo sull’Afghanistan: basi, risorse naturali e corridoi commerciali

L’Afghanistan è il luogo dove le ambizioni imperiali sono spesso fallite ma anche il luogo che nessuna potenza può ignorare. Mosca lo sa.
afghanistan

Mosca torna a Kabul, ma non per nostalgia imperiale. L’accordo di cooperazione militare tra Russia e Afghanistan non è un gesto isolato. È il tassello di una strategia più ampia con cui Mosca cerca di trasformare il potere talebano da problema di sicurezza a strumento di influenza regionale. L’intesa, firmata nel quadro di un forum internazionale sulla sicurezza nella regione di Mosca, riguarda la cooperazione tecnico-militare e segue il progressivo riavvicinamento tra il Cremlino e Kabul, culminato nella rimozione dei talebani dalla lista russa delle organizzazioni terroristiche nell’aprile 2025 e nel riconoscimento formale del governo talebano nel luglio dello stesso anno.

La Russia non si muove per simpatia ideologica. Si muove perché l’Afghanistan, dopo il ritiro americano del 2021, è tornato a essere ciò che è sempre stato nella storia eurasiatica: una cerniera instabile fra Asia centrale, Iran, Pakistan, Cina e subcontinente indiano. Chi riesce a parlare con Kabul possiede una leva su una delle zone più sensibili del continente.

Il primo interesse russo: impedire che l’instabilità salga verso Nord

Per Mosca, il dossier afghano è prima di tutto sicurezza interna ed esterna. Il pericolo non è soltanto l’Afghanistan in sé, ma ciò che dall’Afghanistan può irradiarsi verso Tagikistan, Uzbekistan, Turkmenistan e, da lì, verso lo spazio post-sovietico. Il nemico principale, oggi, non sono i talebani ma lo Stato islamico del Khorasan, cioè quella galassia jihadista che contesta i talebani, colpisce civili, recluta in Asia centrale e rappresenta una minaccia anche per la Russia. Dopo l’attacco terroristico del marzo 2024 vicino a Mosca, attribuito allo Stato islamico del Khorasan, il Cremlino ha visto con maggiore urgenza la necessità di costruire canali operativi con chi controlla fisicamente il territorio afghano.

In altre parole: Mosca non “si fida” dei talebani. Li usa perché sono l’autorità reale sul terreno. Meglio avere interlocutori duri, ambigui ma capaci di controllare valichi, reti tribali, milizie e frontiere, piuttosto che lasciare l’Afghanistan in una zona grigia dove prosperano reti jihadiste, traffici e infiltrazioni.

Il nodo militare: addestramento, tecnologia, intelligence

Un accordo tecnico-militare può significare molte cose: forniture, manutenzione, formazione, assistenza, licenze, scambio di tecnologie, cooperazione tra apparati di sicurezza. I dettagli non sono ancora del tutto chiari, ma la natura dell’intesa indica una volontà di strutturare rapporti militari non episodici. Secondo ricostruzioni basate su Interfax, questo tipo di accordo può includere trasferimenti di armamenti, tecnologie militari e progetti congiunti.

Per i russi, il vantaggio non sta necessariamente nell’aprire subito una base militare in Afghanistan, ipotesi molto delicata e politicamente rischiosa. Il vero valore sta nel disporre di accesso informativo, influenza sugli apparati talebani, capacità di monitorare gruppi jihadisti, traffici d’armi, narcotraffico e movimenti lungo le frontiere centroasiatiche. Una base formale può creare problemi. Una rete di cooperazione militare, consiglieri, forniture, addestramento e contatti di intelligence può essere molto più utile e molto meno visibile.

Il secondo interesse: riempire il vuoto lasciato dagli Stati Uniti

La Russia legge l’Afghanistan come una vittoria simbolica contro l’Occidente. Dopo vent’anni di presenza americana e Nato, Kabul è tornata ai talebani. Per Mosca, questo consente di dire ai Paesi del Sud globale: l’Occidente interviene, promette ricostruzione, poi se ne va lasciando macerie. La Russia, invece, si presenta come potenza pragmatica, capace di parlare con chi governa davvero.

È una narrazione utile soprattutto nel contesto della guerra in Ucraina e dell’isolamento occidentale della Russia. Ogni nuovo rapporto diplomatico, commerciale o militare serve al Cremlino per dimostrare che il mondo non coincide con Washington, Bruxelles e Londra. Afghanistan, Iran, Cina, Asia centrale e Golfo diventano così parti di una stessa geografia politica: quella di un ordine internazionale meno occidentale.

Infrastrutture e corridoi: il vero tesoro afghano

L’Afghanistan è povero, ma geograficamente ricchissimo. È un ponte naturale fra Eurasia, Asia meridionale e Medio Oriente. Per Mosca, l’interesse non è soltanto militare. È geoeconomico. Attraverso l’Afghanistan possono passare in futuro corridoi energetici, reti ferroviarie, strade, collegamenti logistici e rotte commerciali alternative alle vie dominate dall’Occidente.

La Russia guarda da anni alla possibilità di usare l’Afghanistan come snodo verso Pakistan, India e Asia sudorientale, anche per esportazioni energetiche e commerciali. Alcune analisi hanno segnalato l’interesse russo a vedere Kabul come potenziale area di transito per il gas russo verso mercati meridionali e asiatici.

Questo punto è decisivo. Le sanzioni occidentali hanno spinto Mosca a cercare vie alternative. L’Afghanistan, collegato all’Iran, all’Asia centrale e al Pakistan, può diventare un segmento di una rete più ampia che riduce la dipendenza russa dai canali tradizionali. Non è un progetto immediato, perché il Paese resta fragile, povero e insicuro. Ma nella geopolitica dei corridoi non conta solo ciò che esiste oggi. Conta ciò che può diventare indispensabile domani.

Risorse minerarie: rame, litio, terre rare e competizione asiatica

Poi ci sono le risorse. L’Afghanistan possiede giacimenti importanti di rame, ferro, litio, terre rare, oro e altri minerali strategici. Non basta avere risorse nel sottosuolo: servono sicurezza, infrastrutture, capitale, tecnologia e accordi politici. Ma proprio per questo la Russia non vuole restare fuori dalla partita.

La Cina è già molto presente nel calcolo afghano, soprattutto per infrastrutture, miniere e collegamenti legati alla Nuova via della seta. Mosca non può permettersi che Pechino diventi l’unico grande patrono esterno dei talebani. L’alleanza russo-cinese è reale, ma non cancella la concorrenza silenziosa nelle periferie eurasiatiche. In Afghanistan, Russia e Cina possono cooperare contro l’Occidente e contro il jihadismo, ma competono per influenza, concessioni, accesso e prestigio.

Il terzo interesse: controllare il fianco meridionale dell’Asia centrale

L’Asia centrale è il cortile strategico della Russia, anche se oggi non è più esclusivamente russo. Cina, Turchia, Iran, Stati Uniti, Unione Europea e monarchie del Golfo cercano spazio. Kabul offre a Mosca una leva supplementare su tutta la regione. Chi parla con i talebani può influenzare il confine tagiko, i rapporti con l’Uzbekistan, le rotte verso il Turkmenistan, il traffico di droga, i flussi migratori e la sicurezza delle infrastrutture.

Non è un caso che Sergei Shoigu abbia parlato di dialogo pragmatico e di costruzione di una vera partnership con Kabul, collegando sicurezza, politica, economia e cooperazione regionale.

La Russia cerca quindi una cintura di stabilizzazione. Non vuole importare l’Afghanistan dentro la propria sfera, come fece tragicamente l’Unione Sovietica nel 1979. Vuole impedirgli di diventare una piattaforma ostile o fuori controllo.

Il limite della scommessa russa

La strategia, però, è rischiosa. I talebani restano un regime internazionalmente controverso, segnato da repressione interna, isolamento, fratture tribali e divisioni tra componenti più pragmatiche e componenti più ideologiche. Il riconoscimento russo offre legittimità a Kabul, ma espone Mosca a un problema: se il regime talebano non riesce a controllare terrorismo, narcotraffico e instabilità, la Russia rischia di legarsi a un partner debole, imprevedibile e costoso.

C’è poi il rischio reputazionale. Mentre Mosca si presenta come potenza ordinatrice, l’accordo con i talebani rafforza l’immagine di un blocco antioccidentale fondato più sulla convenienza che su principi comuni. Tuttavia, nella logica russa, questo è un prezzo accettabile. La politica internazionale non viene letta come una gara morale, ma come una competizione fra potenze per spazi, confini, porti, rotte, basi, risorse e apparati.

La conclusione strategica

L’alleanza tra Russia e Afghanistan talebano nasce da quattro interessi fondamentali: contenere lo Stato islamico del Khorasan, proteggere l’Asia centrale, inserirsi nella guerra dei corridoi eurasiatici e non lasciare alla Cina o ad altri attori il monopolio dell’influenza su Kabul.

Le infrastrutture contano, le risorse contano, la cooperazione militare conta. Ma sopra tutto conta la geografia. L’Afghanistan è il luogo dove le ambizioni imperiali sono spesso fallite, ma anche il luogo che nessuna potenza eurasiatica può ignorare. Mosca lo sa. Per questo non torna a Kabul con i carri armati, ma con accordi, consiglieri, diplomazia, armi, commercio e intelligence.

È una forma più discreta di presenza. Forse meno spettacolare. Ma, proprio per questo, più adatta alla Russia di oggi: una potenza sotto pressione in Europa, che cerca profondità strategica a Sud e a Est, trasformando ogni vuoto lasciato dall’Occidente in una possibile leva di potere.

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