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Guerra

Trattative e sabotaggi. Israele spinge per uccidere il capo negoziatore dell’Iran

Insomma, come al solito, Netanyahu e soci rilanciano l'espansionismo israeliano alla ricerca di nuovi spazi vitali e per far collassare le trattative con l'Iran, o quel che ne resta.
Trattative e sabotaggi. Israele spinge per uccidere il capo negoziatore dell'Iran

Ieri l’ennesima anticipazione di un accordo provvisorio tra Iran e Stati Uniti. I negoziatori avrebbero trovato una convergenza. Notizia in qualche modo confermata dal vicepresidente J.D. Vance, secondo il quale tale convergenza si sta finalizzando.

Manca, però, l’approvazione del presidente… così l’annuncio si fa labile, fantasmatico, materia buona per l’ennesima speculazione sui mercati finanziari, con alcuni potenti che stanno lucrando sulle oscillazioni del prezzo del petrolio e sulla pelle dei popoli del Medio Oriente, sui quali incombe una nuova guerra, come anche su quella delle moltitudini del pianeta, sulle quali gravano le dure restrizioni energetiche.

Tutto dipende da Trump e dalla sua possibilità di eludere ricatti e pressioni ai quali finora ha più o meno sempre ceduto… Il destino del mondo è così sospeso a una nazione che si erge a modello di democrazia e che consegna a un solo uomo decisioni tanto importanti per se stessa e per il pianeta. Ironico che il termine “regime” si spenda tanto facilmente per identificare i governi non graditi all’Impero.

Al di là della veridicità della notizia e dell’eventuale esito, la diplomazia è al lavoro. Lo segnala l’arrivo a Washington del ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar, il Paese incaricato ufficialmente della mediazione Usa-Iran. E lo indica la recente scaramuccia tra Iran e Stati Uniti, tramite la quale si voleva innescare una nuova escalation.

Ma a evidenziare che le trattative non sono del tutto collassate è soprattutto l’iper-attivismo di Israele, che sta moltiplicando la sua aggressività nei confronti di Gaza e del Libano. Una rinnovata aggressività che, oltre che ad ampliare le sue conquiste territoriali, è diretta ad avvelenare i pozzi che alimentano i negoziati, dal momento che ha lo scopo di far infuriare gli iraniani, alleati del Paese dei cedri e determinati assertori dei diritti dei palestinesi.

Per quanto riguarda Gaza, gli ultimi due giorni hanno registrato un incremento delle operazioni militari israeliane (che, in realtà, non si sono mai fermate nel corso della cosiddetta tregua, violata quotidianamente dall’IDF).

Inoltre, ieri Netanyahu ha ordinato all’esercito di espandere il controllo della Striscia fino a occuparne il 70% del totale. Va ricordato che, in base agli accordi relativi al cosiddetto cessate il fuoco, Israele avrebbe dovuto prendere il controllo del 50% del territorio, lasciando il restante alla popolazione locale.

Ma, come registrava Haaretz, “le mappe diffuse dai militari a marzo mostravano un’area di interdizione ancora più ampia che, secondo gli analisti, isola circa il 64% del territorio di Gaza”.

Netanyahu: I Ordered Israeli Forces to Expand Gaza Control to 70 Percent

Ora è la volta del 70% che, peraltro, è solo un passo al quale ne seguiranno di successivi. Così, infatti, Netanyahu: “Eravamo al cinquanta [per cento], siamo passati al sessanta. La mia direttiva è di procedere un passo alla volta. Anzitutto, settanta. Partiamo da questo. Li stiamo pressando (Hamas) da tutti i lati. Poi ci occuperemo dei resti”.

Termine ambiguo quest’ultimo, che identifica i miliziani di Hamas ma, date le circostanze, non può che ricomprendere tutti i palestinesi di Gaza, i “resti” nelle parole di Netanyahu. Non per nulla, il giorno precedente all’annuncio, il ministro della Difesa Israel Katz ha affermato che Tel Aviv avrebbe attuato un piano per la “migrazione volontaria” dei palestinesi, da realizzarsi “nei modi e tempi opportuni”.

Israeli defence minister insists there are 'voluntary emigration' plans for Gaza

L’estensione dell’invasione di Gaza corre il parallelo a quella del Libano. Netanyahu ha ordinato di ampliare le zone di interesse dell’IDF oltre il Libano meridionale e ha annunciato esultante che i soldati di Tel Aviv hanno superato il Litani – il fiume che separa il sud del Libano dal resto del territorio – che finora era considerato il limite delle operazioni militari. Non solo, le bombe sono tornate a piovere su Beirut, esclusa dalle operazioni dell’IDF in base al cessate il fuoco che Trump aveva siglato con l’Iran.

Tutto ciò giunge a ridosso dell’incontro tra funzionari israeliani e libanesi indetto per oggi al Pentagono. Serve, dunque, anche a far pressione sulle autorità del Paese dei cedri perché ceda alle richieste di Tel Aviv, anzitutto quella di disarmare Hezbollah, dal momento che gli ufficiali dell’IDF sanno perfettamente che ciò non può essere realizzato dalla loro campagna militare (vedi Haaretz).

Così si chiede alle forze libanesi di fare tale lavoro sporco e sui media sono apparse indiscrezioni sulla creazione di una forza speciale che dovrebbe occuparsi della vicenda. Una forza speciale che, tra l’altro, opererebbe al di fuori del controllo statale, dipendendo direttamente “dalla sala operativa del ‘meccanismo’ che sovrintende agli accordi per il cessate il fuoco nel Libano meridionale”. Sarebbe cioè sotto la gestione americana e, di fatto, israeliana.

Lo rivela The Cradle che spiega come l’attuazione di tale piano farebbe sprofondare il Paese in un rinnovato scontro fratricida simile a quello iniziato nel 1983 e durato decenni; anche perché parte dell’esercito nazionale, come avvenne allora, potrebbe schierarsi con Hezbollah per contrastare l’occupazione de facto di Israele del loro Paese, prospettiva sottesa a tale pretesa.

A Lebanese ‘Lahad Army’ to disarm Hezbollah?

Insomma, come al solito, Netanyahu e soci rilanciano l’espansionismo israeliano alla ricerca di nuovi spazi vitali e per far collassare le trattative con l’Iran, o quel che ne resta. Su quest’ultimo aspetto la rivelazione di Capital & Empire, secondo il quale Israele sta facendo pressioni sugli Stati Uniti perché riprendano la guerra con l’Iran.

Fin qui nulla di nuovo, se non che una delle richieste di Tel Aviv in tal senso è che Washington uccida Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento iraniano e capo della delegazione preposta alle trattative con gli Usa.

Il media americano spiega di aver appreso tale informazione da fonti che hanno preso visione di un documento che circola all’interno dell’intelligence Usa, nel quale tale richiesta è messa nero su bianco. Nel commentare la notizia, Dave DeCamp ricorda che Israele ha una serie di precedenti riguardo l’assassinio di “funzionari coinvolti in negoziati“. Tale omicidio potrebbe far collassare in via definitiva le possibilità di un’intesa.

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