Pedro Sanchez è stato più volte dato per sconfitto e finito, ancora prima di prendere le redini del governo spagnolo, ma ha spesso smentito i suoi critici restando in sella,. Sarà dura, però, per il leader di Madrid resistere all’attuale convergenza che ha tutta l’idea di una tempesta perfetta. Il Partito Socialista Operaio di Spagna di Sanchez, che guida la coalizione con la sinistra di Sumar e i regionalisti, è alle corde dopo aver subito nei giorni scorsi una pesante perquisizione ad opera delle autorità che stanno indagando sui presunti rapporti corruttivi dell’ex premier José Luis Zapatero, a lungo simbolo della sinistra spagnola e internazionale, e dopo aver incassato due settimane fa una vera e propria disfatta al voto in Andalusia, la più popolosa delle comunità autonome spagnole, dove ha ottenuto solo 28 seggi su 109 contro i 53 del Partito Popolare, con l’ultradestra di Vox (15) in ascesa.
Sanchez può rivendicare, dalla sua, buoni risultati sul fronte dell’economia e del lavoro ma il compromesso su cui da otto anni governa il Paese è estremamente fragile. Il presidente del governo spagnolo ha la possibilità di presentarsi con le spalle larghe per la capacità d’azione ottenuta sul fronte internazionale, dove ha promosso un’attiva diplomazia orientata soprattutto ai rapporti col Sud Globale, alla difesa del multilateralismo e alla ricerca di un’autonomia europea all’ombra della crisi dell’Occidente geopolitico, e questo ne ha sicuramente aumentato la popolarità sul proscenio internazionale. Ma otto anni di governo in un sistema democratico finiscono per logorare qualsiasi leader e dalla sua Sanchez deve fare i conti con molte spinte centrifughe.
Negli anni si è sostanzialmente arenato il processo di superamento della traumatica eredità del referendum di indipendenza catalano del 2017, è emersa la tempesta giudiziaria sul Ministro dei Trasporti José Luis Ábalos e sull’ex numero 3 del Partito Socialista, Santos Cerdán, si è aperta una faglia tra molti alti papaveri del partito: Sanchez è stato invitato dall’ex premier Felipe Gonzalez a anticipare il voto politico previsto per l’estate 2027.
Tra gli alleati che compongono la coalizione, nota Politico.eu, a sinistra “Sumar e la Sinistra Repubblicana di Catalogna avvertono che prove concrete di finanziamenti illeciti al partito rappresenteranno una linea rossa invalicabile” mentre parimenti il “Partito Nazionalista Basco avverte che sarebbe molto difficile per Sánchez portare a termine l’intera legislatura”. I recenti fatti di Bilbao, con il manganellamento degli attivisti della Flotilla di ritorno dalla detenzione in Israele da parte della polizia basca, espressione di un sistema pubblico tra i più attivi nel condannare i crimini di Tel Aviv in Palestina, hanno palesato un vero e proprio cortocircuito politico in Spagna. Il governo israeliano, spesso colpito da Sanchez per la condotta tenuta a Gaza, non ha mancato di accusare di “ipocrisia” l’esecutivo iberico, oggi in difficoltà.
Nei sondaggi nazionali, i Popolari sono dai 3 ai 6 punti sopra i socialisti, con i primi tra il 31 e il 34 e i secondi tra il 27 e il 28 e Vox che oscilla tra il 16 e il 18. I popolari sono al livello del voto del 2023, il partito di Sanchez 3-4 punti sotto (dopo le ultime legislative riuscì comunque a formare un governo) ma il boom di Vox rende possibile l’ipotesi di un governo a destra, per la cui formazione ad oggi sembra proprio il leader conservatore, Alberto Nunez Feijoo, il più scettico. Sanchez nel frattempo si avvia a celebrare l’ottavo anniversario della sua ascesa al potere, il 2 giugno prossimo, senza la certezza se ci sarà un nono. Questa è l’ora più dura per una figura divenuta simbolo di un mondo a cui la politica è stata avara di soddisfazioni in tutta Europa, ma oggi sempre più in affanno. Risollevarsi sarà difficile. Ma se in passato qualcuno si è ripreso da strette di questo tipo, è proprio Pedro Sanchez. Con il quale non è mai detta l’ultima parola.
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