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Produttori di chip di tutto il mondo unitevi! Gli scioperi di Seul e la sfida per il mercato dell’Ia

Il cuore della trattativa è l’introduzione di un meccanismo che prevede l’assegnazione ai lavoratori di una quota di profitti dei microchip. 
samsung

How far semiconductor giants can go in sharing windfall profits before it begins to strain investment capacity, deepen social divisions and unsettle global competitors?”. È da questa domanda, posta fin dalle prime righe dell’articolo pubblicato da Aju Press, che può prendere avvio una riflessione ampia e molto attuale: fino a che punto le grandi aziende tecnologiche, soprattutto quelle dei semiconduttori, possono redistribuire i loro enormi profitti senza mettere a rischio il proprio futuro? 

La vicenda ruota attorno a Samsung Electronics, uno dei colossi mondiali dei chip, che sta per approvare un nuovo accordo salariale con i suoi dipendenti. Si tratta di un’intesa importante, sostenuta da una partecipazione quasi record dei lavoratori al voto interno, segno di quanto il tema sia sentito. L’accordo ha un obiettivo immediato, cioè quello di evitare uno sciopero che avrebbe potuto interrompere la produzione in un momento cruciale per l’industria, proprio mentre la domanda globale di chip, spinta dall’intelligenza artificiale, è in piena espansione. Ma il vero nodo è un altro, ed è legato al nuovo sistema di bonus legato direttamente ai profitti. 

Il cuore dell’intesa è infatti l’introduzione di un cosiddetto special management performance bonus, cioè un meccanismo di redistribuzione degli utili che prevede l’assegnazione ai lavoratori di una quota significativa dei profitti della divisione semiconduttori. Le trattative si stanno concentrando su una percentuale intorno al 10,5% dell’utile operativo sotto forma di bonus azionari, con un ulteriore 1,5% in incentivi cash, configurando di fatto un sistema stabile di partecipazione agli utili. In alcune fasi della trattativa, la quota complessiva discussa è arrivata anche vicino al 13% dell’utile operativo, pari a circa 340.000 dollari medi per dipendente, mentre il sindacato chiedeva inizialmente il 15% e la rimozione dei limiti ai bonus. 

Un elemento chiave del compromesso, che segna un “caso 0” cruciale da osservare per studiare lo sviluppo della relazione tra la governance delle aziende legate all’IA e i suoi dipendenti, è anche la struttura distributiva interna: il bonus viene infatti suddiviso per il 40% in modo uniforme tra tutti i lavoratori della divisione chip e per il restante 60% in base alle performance delle singole unità, mantenendo quindi una differenziazione tra i vari segmenti produttivi. Proprio questa impostazione, pensata per bilanciare costi aziendali e incentivi, è diventata la principale fonte di tensione interna visto che il divario nei premi sembrerebbe essere enorme: i lavoratori delle memorie, trainati dalla domanda di chip HBM legati all’AI, arriverebbero a bonus di circa 600 milioni di won (circa 400.000 dollari), mentre altre divisioni, come quelle dei prodotti elettronici o del packaging, riceverebbero cifre molto più basse, nell’ordine di 6 milioni di won (circa 4.000 dollari). 

Questa disparità aveva già innescato nelle scorse settimane una protesta che non si era limitata alle trattative sindacali, ma si era spostata direttamente nella produzione e in particolare nelle divisioni di test e packaging (TSP), che permettono ai semiconduttori di essere assemblati e resi pronti per l’uso nei sistemi AI. Le conseguenze potenziali sono quindi sistemiche perché le divisioni TSP operano con processi integrati che collegano fabbricazione e packaging e se il “back-end” rallenta, si crea un collo di bottiglia che limita l’intera produzione di chip avanzati. Questo potrebbe compromettere la capacità di Samsung di rispettare le tempistiche di consegna, soprattutto in vista della crescente domanda di HBM destinati ai grandi clienti del settore AI, come i produttori di acceleratori e i servizi cloud.  

Più bonus, meno flessibilità

Ecco perché, a prima vista, l’idea di condividere i profitti con i lavoratori può sembrare positiva, tuttavia, molti analisti e investitori stanno iniziando a sollevare dei dubbi. Il motivo è legato alla natura stessa dell’industria dei semiconduttori, che richiede investimenti giganteschi e continui. In un contesto simile, fissare una quota rilevante dei profitti da distribuire automaticamente ai dipendenti potrebbe ridurre la flessibilità finanziaria dell’azienda, tanto che gli analisti di CitiGroup hanno già avvertito che queste misure potrebbero comportare rischi per gli utili, soprattutto se si accompagnano a tensioni sindacali. In particolare, la Banca ha ridotto il target di prezzo delle azioni Samsung Electronics, segnalando come il contesto di instabilità operativa e strategica che può derivarne (mobilitazione dei lavoratori o anche solo la minaccia di un’interruzione delle attività) potrebbe incidere su produzione, consegne e capacità di rispettare gli impegni con i clienti.  

In questo quadro, quindi, il negoziato sui bonus assume un valore molto più ampio e non riguarda solo la distribuzione dei profitti, bensì un indicatore della tenuta complessiva del modello industriale di Samsung e di tutti i chipmakers impegnati nella fornitura degli elementi di base della rivoluzione dell’IA. Gli investitori osservano infatti con attenzione se l’azienda riuscirà a trovare un equilibrio tra richieste sindacali e sostenibilità finanziaria, oppure se le tensioni interne finiranno per tradursi in una perdita di competitività rispetto ai rivali globali. Le conseguenze, d’altronde, non si fermano a Samsung. L’accordo sta infatti già facendo discutere anche fuori dalla Corea del Sud. In particolare, i lavoratori di TSMC a Taiwan, altro gigante dei chip, stanno osservando la situazione con attenzione. Secondo diverse fonti, alcuni dipendenti hanno iniziato a criticare apertamente le politiche interne sui bonus, arrivando perfino a parlare di possibili proteste

Questi episodi sono molto rilevanti poiché per anni, l’industria dei semiconduttori in Asia si è basata su un equilibrio implicito: orari intensi e forte disciplina in cambio di stabilità e crescita economica progressiva. Ora però questo equilibrio potrebbe cambiare perché sempre più lavoratori si chiedono perché i profitti straordinari generati dall’intelligenza artificiale debbano restare concentrati nelle aziende. Si tratta dunque di una sfida che va oltre Samsung, il cui accordo con i lavoratori non è solo una trattativa sindacale ma è una sorta di esperimento su larga scala che mette in discussione uno dei nodi centrali dell’economia contemporanea: come distribuire la ricchezza creata dalle nuove tecnologie senza frenare l’innovazione (!).  Da una parte ci sono i dipendenti, che chiedono una quota maggiore dei guadagni; dall’altra, manager e investitori temono che una redistribuzione eccessiva possa indebolire la capacità competitiva delle aziende. E nel mezzo ci sono governi e mercati globali, chiamati a trovare un equilibrio che, almeno per ora, appare tutt’altro che semplice. 

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