Benjamin Netanyahu aveva fatto intendere che Israele non avrebbe assistito passivamente o subito ogni prospettiva di prolungamento della tregua in Iran senza farsi mettere in un angolo e dal Libano, oggi come ad aprile, è arrivata la conferma: l’Israel Defense Force ha lanciato nuovi, estesi, attacchi contro Hezbollah nel Paese dei Cedri, ne ha martellato le roccaforti ma ha anche colpito pesantemente la capitale Beirut e diversi villaggi nel Sud del Paese nella notte tra lunedì 25 e martedì 26 maggio.
“Siamo in guerra con Hezbollah e non ci fermeremo”, ha detto Netanyahu rivendicando che Israele avrebbe ucciso in pochi giorni ben 600 “terroristi”, poco dopo che il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir aveva fatto appello ai partner di destra del governo del premier del Likud di intensificare l’offensiva nel Libano. Segnalate evacuazioni di massa dal Sud della capitale libanese, in una giornata importante per l’ex colonia francese, che celebrava mentre Netanyahu dava l’ordine d’attacco il Giorno della Liberazione, commemorazione del ritiro israeliano dopo 18 anni di presenza nel Paese nel 2000.
La narrazione, oggi, è fondata sulla presunta minaccia dronistica di Hezbollah, con Ben Gvir e il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich che chiedono un’azione dura. Secondo Israele, il Partito di Dio starebbe cercando di sabotare i negoziati per una pace duratura col Libano e fonti della sicurezza di Tel Aviv hanno detto al Times of Israel che “negli ultimi otto giorni Hezbollah ha lanciato oltre 1.000 droni e più di 700 razzi contro Israele, in un apparente tentativo di far fallire i colloqui”.
Al contempo, è però difficile non puntualizzare come l’escalation israeliana avvenga in parallelo a una ben più vasta, e cruciale, trattativa: quella tra Stati Uniti e Iran, alle battute finali per un’estensione del cessate il fuoco. In cui Teheran chiede espressamente lo stop agli attacchi israeliani in Libano, fatto criticato, assieme all’intera architettura dell’accordo potenziale, da quegli alti esponenti del sistema di potere Usa vicini al presidente Donald Trump e alle istanze di Israele e Netanyahu. Il senatore repubblica Lindsey Graham ha, a tal proposito, scritto su X che “un accordo che venga percepito come un’autorizzazione alla sopravvivenza dell’Iran e al controllo dello Stretto in futuro darebbe ulteriore slancio a Hezbollah in Libano e alle milizie sciite in Iraq, sostanzialmente benedicendo l’attacco israeliano.
Sembra una riedizione di quanto successo l’8 aprile, quando poco dopo il cessate il fuoco negoziato a Islamabad tra Usa e Iran Netanyahu ordinò una maxi-campagna di bombardamenti contro il Libano, dall’evocativo nome di “Operazione Tenebre Eterne”. In questo caso, il nome non è meno impattante: “Operazione Frecce di Fuoco”. Parole che sembrano a metà tra il titolo di un videogioco di wargaming e i versetti di antichi passaggi biblici che mostrano il massimalismo degli obiettivi israeliani. I quali sono giocati a viso aperto: Tel Aviv è la “guastatrice” delle prospettive di stabilizzazione di pace, e Netanyahu lo rivendica. L’Iran chiede lo stop agli attacchi in Libano per un deal con gli Usa, Netanyahu rilancia colpendo il Paese dei Cedri: non c’è nemmeno da sospettare, è tutto così pericolosamente alla luce del sole.
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