“Le Forze Armate stanno avviando attacchi contro gli impianti dell’industria della difesa a Kiev, comprese specifiche località in cui i droni vengono progettati, fabbricati, programmati e preparati per l’uso. Questi droni sono utilizzati dal regime di Kiev con l’assistenza di specialisti della NATO responsabili della fornitura di componenti, dell’intelligence e dell’individuazione degli obiettivi. Questi attacchi prenderanno di mira sia i centri decisionali che i posti di comando”. Così su Ria Novosti.

Annuncio serio, che arriva dopo la strage dello studentato di Starobilsk, nella regione di Lugansk, colpito da un attacco ucraino che ha tolto la vita a 21 studenti e ne ha feriti 41. Avvertimento severo seguito dall’avviso ai “diplomatici e ai rappresentanti delle organizzazioni internazionali a lasciare immediatamente la città e i residenti locali a tenersi lontani dalle infrastrutture militari e amministrative”.
Che per Mosca la misura fosse colma lo ha segnalato il massiccio attacco di stanotte, nel corso del quale ha usato per la prima volta in modalità operativa l’Oreshnik, il missile più potente in dotazione al suo esercito e non intercettabile, usato fino a quel momento solo una volta e per di più in un attacco dimostrativo con funzioni di mera deterrenza.
Probabile che l’attacco o gli attacchi che si appresta ad effettuare la Russia ricomprendano l’uso di altri vettori simili insieme a quelli più convenzionali, che la carenza di difese aeree da parte dell’Ucraina – conseguenza dello storno delle stesse in favore del Medio oriente – rende molto meno intercettabili.
Secondo Strana a suscitare l’ira di Mosca non è stata solo la strage di studenti, ma anche i diuturni attacchi in territorio russo, in particolare quelli diretti contro le infrastrutture energetiche.
Al netto delle interpretazioni, il dado è tratto: dopo che i negoziati sono ripetutamente falliti, con Kiev che continua a ripetere che non cederà mai i territori del Donbass e l’amministrazione americana ormai impegnata quasi esclusivamente a risolvere la crisi del Medio oriente, abbandonando al suo destino il burattino Zelensky, si va all’escalation.
Una variabile nuova entra nel mondo. Da vedere come s’intersecherà con la crisi Mediorientale, che potrebbe riesplodere da un momento all’altro, e come vi si approccerà l’Europa, ai quali il destino – e le manovre liberal/neocon – ha regalato in sorte una leadership stolida che ha fatto di tutto per arrivare a questo punto, sabotando ogni tentativo di negoziato tentato dall’amministrazione Trump.
Il rischio che la situazione vada fuori controllo c’è, eccome, ed è amplificato dalla crisi innescata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, che sta stressando le economie europee – la guerra è sempre stata vista come un modo per approcciare crisi di tal fatta – e ancor più incrementato dalla cecità della leadership del Vecchio Continente, incapace di un qualsiasi barlume di lucidità e lungimiranza. Ci torneremo, purtroppo.
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