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Media e Potere

Colombia al voto: dall’Hondurasgate al Proyecto Júpiter, la guerra psicologica per condizionare le elezioni  

Le elezioni colombiane del 31 maggio sono al centro di una rete internazionale di interferenze: dall'Hondurasgate al Proyecto Júpiter, ecco come la destra globale tenta di fermare il candidato progressista Iván Cepeda.

“Me llamo Iván Cepeda y voy a ser su presidente, en primera vuelta”. È con queste parole che il candidato progressista alle presidenziali del 31 maggio in Colombia — nel corso di un recente intervento pubblico — ha promesso di vincere le elezioni al primo turno. 

Una tornata elettorale, quella colombiana, che rappresenta uno snodo cruciale all’interno di una scontro di ben più ampia portata: quello che vede contrapporsi i progetti latinoamericani di sovranità democratica e la rinnovata offensiva sferrata da Washington per estendere il proprio controllo sulla regione, con il decisivo supporto delle locali forze conservatrici.

La Colombia nel mirino

Secondo i sondaggi, Cepeda — membro del partito Pacto Histórico e ideale successore dell’attuale presidente colombiano Gustavo Petro — è in vantaggio sui principali avversari Abelardo de la Espriella — esponente del movimento di estrema destra Defensores de la Patria — e Paloma Valencia, espressione della cosiddetta area uribista, corrente politica di destra nata attorno alla figura dell’ex capo di stato Álvaro Uribe Vélez.

Eppure sull’ottimistico scenario prospettato dal candidato presidenziale del fronte progressista incombe l’ombra di interferenze straniere tese a compromettere la corsa di Cepeda e, più in generale, a destabilizzare i governi progressisti in America Latina, come emerso dagli audio dell’Hondurasgate, resi pubblici dall’omonima piattaforma e da Canal RED. Nei file trapelati, l’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández —  condannato per narcotraffico e graziato da Donald Trump anche grazie al decisivo supporto di Israele —  discuteva con l’attuale capo di stato Nasry Asfura della creazione di una Unità Digitale, patrocinata dagli Stati Uniti, per sferrare un’offensiva mediatica contro le forze progressiste della regione. Il presidente argentino Javier Milei — sempre secondo quanto rivelato dagli audio — avrebbe contribuito all’operazione con circa 350 mila dollari, utilizzati per finanziare una squadra destinata a creare fake news.

La Colombia appare ora come l’obiettivo principale di questa strategia.

Proyecto Júpiter: guerra psicologica sul voto

Il governo Petro si è contrapposto all’ordine imposto dagli Stati Uniti, contestando la presunta guerra alla droga guidata da questi ultimi, difendendo la causa palestinese, rompendo le relazioni con Israele — che ha così perso uno dei suoi principali acquirenti di tecnologia militare —, promuovendo una transizione energetica sovrana e favorendo un’integrazione latinoamericana tesa a rendere la regione indipendente dai vicini nordamericani. Una postura indigeribile per Washington che ha sempre considerato l’America Latina il proprio “cortile” di casa da tenere sotto scacco, attraverso un interventismo segnato da colpi di stato militari, invasioni, blocchi navali e operazioni segrete. «Oggi, la logica è più sofisticata, ma non per questo meno pericolosa», si legge su un editoriale di Diario Red.

La strategia manipolatoria orchestrata per interferire con le elezioni del prossimo 31 maggio è stata rivelata da un’inchiesta della Revista Raya e di Señal Colombia che, basandosi su registrazioni audio, video e documenti, descrive l’esistenza di strumenti di guerra psicologica per manipolare il voto dei colombiani. Il piano viene definito Proyecto Júpiter e si configura come un disegno dell’estrema destra, presumibilmente orchestrato da Jaime Bermúdez Merizalde, ex ministro degli Esteri del governo Uribe, e finanziato dai più ricchi imprenditori del Paese per favorire la candidata Paloma Valencia. Bermúdez, in incontri privati ​​con imprenditori della Valle del Cauca, ha presentato delle slide che illustrano una strategia articolata su due fronti: “laboratori” di indottrinamento per i lavoratori delle grandi aziende — come nel caso della spagnola Keralty, un conglomerato di imprese operanti nel settore della salute in Colombia —  spinti a votare contro il candidato di sinistra, sotto la minaccia di perdere il proprio lavoro; produzione di massa di contenuti di disinformazione sui social network e uso dell’intelligenza artificiale per influenzare l’opinione pubblica, generando paura, indignazione, incertezza nella popolazione.  

Nel quadro di tali operazioni di manipolazione mediatica, il candidato progressista Cepeda viene ritratto come «erede del terrorismo», «alleato del narcotraffico» e «assassino».

Chi sono i “mercenari della comunicazione” 

La connessione con l’Hondurasgate è, secondo la giornalista e storica colombiana Diana Carolina Alfonso, diretta. Tra gli alleati mediatici del Proyecto Júpiter ci sarebbe La Silla Vacía, piattaforma di giornalismo politico — la cui direttrice Juanita León ha negato le accuse, cadendo tuttavia spesso in contraddizione, e che peraltro ha più volte dato spazio a Luis David Duque, consulente di comunicazione politica attivo nell’orbita uribista, con un ruolo fondamentale nell’elezione del presidente honduregno Asfura e figura chiave della campagna di Paloma Valencia. 

Nella rete di “mercenari della comunicazione” operanti in Colombia e accusati di coordinare attività di propaganda utilizzando intelligenza artificiale e bot, figura anche Fernando Cerimedo, considerato il “cervello internazionale” dietro queste operazioni e noto come “l’uomo MAGA in America Latina”. L’argentino, dopo aver fornito le sue consulenze a Jair Bolsonaro in Brasile — dove è coinvolto nell’inchiesta per il tentato colpo di Stato orchestrato dopo la vittoria di Luiz Inácio Lula da Silva —, Javier Milei in Argentina e Nasry Asfura in Honduras, ricopre attualmente il ruolo di consigliere principale del presidente boliviano Rodrigo Paz, in un momento in cui il paese andino è teatro di gravi blocchi, proteste, scontri e ogni sorta di tensione sociale legata alle politiche di stampo neoliberista del governo. L’ingerenza di Cerimedo nell’agenda politica boliviana pare, tuttavia, essersi spinta troppo oltre, tanto che la stessa cerchia ristretta di Paz sembra ora averlo abbandonato. La vicepresidenza ne ha richiesto il licenziamento con un comunicato.

In questo scenario, il senatore repubblicano statunitense Bernie Moreno, vicino a Donald Trump, ha avvertito che gli USA potrebbero non riconoscere il risultato elettorale se dovessero verificarsi intimidazioni verso i votanti, suggerendo addirittura di non considerare i voti provenienti da zone sotto l’influenza di gruppi armati, prefigurando un possibile intervento armato come quello attuato in Venezuela e, infine, lasciando intendere che le relazioni bilaterali con Washington dipenderanno in larga misura da chi arriverà alla Casa de Nariño, ovvero il palazzo presidenziale colombiano.

Negli ultimi giorni di campagna, intanto, Pacto Histórico ha ribadito su X il proprio impegno «per il popolo colombiano, per la giustizia sociale e per sradicare la povertà alla radice», confidando di poter riaffermare i valori democratici contro la convergenza di interessi tra potere politico ed economico e l’assedio dell’internazionale di destra.

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