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Politica

Dopo l’Honduras anche la Bolivia: Usa, Israele e la destra latinoamericana a sostegno dell’oligarchia

La Bolivia di Rodrigo Paz segue un copione già visto in Honduras: campagne volte a rovesciare o delegittimare i governi di sinistra, ripristino dei rapporti con Israele, accordi con Washington. Al centro c'è Fernando Cerimedo, il "principe delle tenebre" della destra latinoamericana.

Un Paese di contrasti fortissimi — in bilico tra modernità e tradizione indigena, deserti di sale e foreste amazzoniche, povertà e immense ricchezze minerarie — oggi infiammato da manifestazioni antigovernative innescate da una grave crisi economica, considerata la peggiore degli ultimi decenni. È lo scenario che caratterizza da qualche tempo la Bolivia, dove minatori, insegnanti, gruppi indigeni e sindacati stanno protestando contro il governo del presidente di centro-destra Rodrigo Paz, arrivato al potere dopo la fine del ciclo socialista guidato da Evo Morales. È in questo quadro che anche nel Paese sudamericano sembra proiettarsi l’ombra dell’Hondurasgate definito su El País Bolivia non uno scandalo honduregno con ripercussioni regionali, quanto «uno scandalo regionale con epicentro in Honduras». Distinzione non di poco conto, se si considera la rete di ingerenza statunitense e israeliana che incombe su larga parte dell’America Latina, secondo quello che rivelano gli audio trapelati. 

Cosa sta succedendo in Bolivia

Dalla fine di aprile, il presidente Paz è sotto pressione a causa di scioperi, blocchi stradali e crescenti richieste di dimissioni. Al centro delle proteste ci sono l’abolizione dei sussidi ai carburanti, richieste di aumenti salariali, contestazione della Legge 1720 di riforma agraria —  che, secondo i critici, avrebbe potuto essere utilizzata per espropriare i piccoli proprietari terrieri rurali a favore di appezzamenti più grandi —  e un rigetto più generale delle politiche economiche di stampo liberista avviate da Paz, fondate su privatizzazioni e operazioni di indebitamento con il Fondo Monetario Internazionale.

Sul fronte politico pesa anche il ritorno dei sostenitori dell’ex presidente Evo Morales che hanno lanciato una marcia verso la capitale contro la riforma costituzionale proposta da Paz e tesa a denunciare i procedimenti giudiziari contro il leader socialista. Quest’ultimo, nei giorni scorsi, ha evidenziato un clima di forte scontro sociale e rivelato il presunto piano statunitense — orchestrato con l’appoggio dell’attuale governo boliviano — per ucciderlo. «Gli Stati Uniti hanno ordinato al governo di Rodrigo Paz di eseguire un’operazione militare, con il supporto della DEA e del Comando Sud statunitense, per catturarmi o uccidermi», ha scritto Morales sul suo account X, aggiungendo che lo stesso governo boliviano ha avviato «un’intensa campagna di diffamazione, con accuse senza prove» nel quadro di una sistematica persecuzione giudiziaria, con il supporto di figure come Fernando Cerimedo, stratega argentino di campagne digitali, che sarebbe stato inviato in Bolivia da Javier Milei. «Hanno tentato di costruire un collegamento tra me e il narcotraffico, ma non ci sono riusciti», ha sottolineato Morales in un’intervista rilasciata al quotidiano argentino Página 12, profilando una parabola simile a quella di Nicolás Maduro in Venezuela e aggiungendo che «la Guerra Fredda è finita, ma l’Operazione Condor è ancora in vigore». 

Il “principe delle tenebre” che muove i fili della destra latinoamericana

Il nome di Cerimedo — definito dalla sinistra latinoamericana il “principe delle tenebre” — ricorre anche negli affari honduregni. Secondo quanto riportava lo scorso dicembre il settimanale britannico The Economist, in vista delle ultime elezioni presidenziali in Honduras, il candidato conservatore Nasry Asfura — di cui abbiamo scritto nei giorni scorsi a proposito dell’Hondurasgate — era in svantaggio nei sondaggi di oltre cinque punti. Aveva bisogno di una spinta. Quattro giorni prima del voto, il 26 novembre, l’ha ricevuta: l’inaspettato appoggio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, arrivato con un post su Truth Social. Dietro l’operazione mediatica ci sarebbe proprio Cerimedo, responsabile della campagna elettorale di Asfura, titolare di un’agenzia di marketing politico a Buenos Aires chiamata Numen e stratega del successo elettorale di Javier Milei. È stato lo stesso Cerimedo a incoraggiare Milei a portare una motosega sul palco durante i comizi come simbolo dei suoi piani per tagliare la spesa pubblica. Tra i diplomati della sua Accademia Numen c’è Catalina Paz, la figlia del presidente boliviano. Ora è consulente del governo del padre, con il quale continua a collaborare facendo la spola tra la Bolivia, l’Honduras e la sua casa a Buenos Aires. Il socio in affari di Cerimedo è Brad Parscale, ex responsabile della campagna elettorale di Trump. 

La Bolivia e lo schema Numen

Sul citato articolo di El Pais Bolivia si parla di uno schema ricorrente: Numen lavora alla vittoria di un candidato e poi il governo eletto adotta determinate decisioni politiche favorevoli alle aziende tecnologiche statunitensi e israeliane e legislazioni che possano garantire l’espansione delle zone di cessione territoriale, l’apertura alla DEA (Drug Enforcement Administration, l’agenzia federale antidroga statunitense) e un generale riorientamento geopolitico. Un modello applicato in Honduras — Paese in cui operava anche Numen — e nel caso del quale sarebbe lecito chiedersi se sia stato attuato anche in Bolivia, date le decisioni assunte dell’amministrazione Paz in poco più di sei mesi di governo: l’apertura a Starlink, il ripristino delle relazioni con Israele e l’accordo di cooperazione tecnologica con gli Stati Uniti per lo sviluppo dell’industria nazionale del litio. Scelte coerenti con lo schema descritto per l’Honduras nelle registrazioni audio dell’Hondurasgate. Peraltro negli ultimi giorni,il governo di Nasry Asfura ha deciso di classificare Hamas e la Guardia Rivoluzionaria Islamica come organizzazioni terroristiche, l’ennesima mossa diplomatica segnata da un forte allineamento con le politiche estere di Israele e Stati Uniti. 

Usa e Israele in difesa di Paz

E a proposito di rapporti con Israele e Stati Uniti, questi ultimi non hanno fatto mancare il proprio incondizionato appoggio al presidente boliviano Rodrigo Paz in questi giorni segnati da forte tensione sociale nel Paese sudamericano. Tel Aviv e La Paz hanno ristabilito relazioni diplomatiche all’indomani dell’elezione del presidente di centro-destra, dopo che il precedente governo boliviano le aveva interrotte in segno di protesta per l’offensiva militare israeliana nella Striscia di Gaza. 

Il giornalista statunitense Max Blumenthal ha notato come le due potenze abbiano «rilasciato dichiarazioni sorprendentemente simili sulla Bolivia È quasi come se fossero un unico regime consolidato, mobilitato in difesa dell’oligarchia globale e contro la resistenza indigena». Gli account ufficiali del Ministero degli esteri israeliano e del Dipartimento di Stato americano hanno infatti espresso solidarietà nei confronti del presidente Paz —  «legittimamente e democraticamente eletto» — e condannato le manifestazioni di protesta tese a destabilizzare il suo governo. 

Hanno espresso il loro sostegno a Paz anche tutti i presidenti di estrema destra dell’America Latina, dall’argentino Javier Milei al cileno José Antonio Kast, dall’ecuadoriano Daniel Noboa all’honduregno Nasry Asfura, tra gli altri.

Sono in molti a vedere parallelismi tra il piano di terrorismo di Stato militare orchestrato negli anni Settanta da una serie di dittature latinoamericane con la regia statunitense e l’attuale operazione volta a spostare o contenere il campo progressista latinoamericano e difendere interessi strategici. Morales dice che l’Operazione Condor non è mai finita. Quanto emerge dagli ultimi eventi e dagli audio dell’Hondurasgate sembra dargli ragione.

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