Antisemitismo, questione palestinese, dibattito mediatico e potere: il giornalista Raffaele Oriani ha dialogato per Inside Over con l’attore teatrale e divulgatore Moni Ovadia, tra i più noti e apprezzati intellettuali italiani di origine ebraica. Un incontro che si può vedere nel video qui riportato. Un confronto ricco e dinamico attorno alle questioni scaturite nel contesto mediatico e politico connesso al genocidio di Gaza e su cui Oriani e Ovadia hanno dialogato contribuendo a definire un perimetro di razionalità e buon senso circa il dibattito collettivo, italiano e non solo.
Oriani, che ha scritto apprezzati libri sulla questione di Gaza e della repressione israeliana come Il popolo meraviglioso e Gaza – La scorta mediatica, ha in particolare ricordato “l’assurdità” del fatto che “per anni chiunque si sia opposto ai massacri in Palestina, all’uccisione di donne, bambini e innocenti e più in generale all’arbitrio israeliano a Gaza” sia stato accusato di antisemitismo e messo al bando dal dibattito pubblico. Preoccupante la situazione in Germania, ha notato Oriani, dove questo destino è toccato, paradosso dei paradossi, anche a diversi ebrei, compresi dei rabbini. “Il coro dei principali giornali del nostro Paese è stato all’unisono, ha usato pesantemente l’accusa di antisemitismo”, ha ribadito Oriani.
Ovadia ha aggiunto che c’è una grande malinterpretazione del ruolo attuale nella geopolitica mediorientale di Israele e dell’agenda del primo ministro Benjamin Netanyahu, e ha tracciato un paragone tra lo scenario del genocidio a Gaza e l’Olocausto di cui sono stati vittime gli Ebrei nella Seconda guerra mondiale. Ovadia ha ribadito che quest’ultimo fu “condotto dalla più avanzata nazione dell’Occidente, in termini di tecnologia e ricerca scientifica” e che ci sono voluti decenni per metabolizzare l’enormità dell’orrore subito dai membri del suo popolo, tanto che anche la memoria collettiva ha richiesto un lungo periodo di tempo per far aprire gli occhi sull’enormità reale della portata della Soluzione Finale.
Le legge del più forte
“Anche la Giornata della Memoria in Italia è stata istituita nel 2000”, ricorda Ovadia, per il quale al contempo nei decenni post-Seconda guerra mondiale “i sionisti hanno deciso, dopo aver riconosciuto che senza l’apporto dell’Unione Sovietica Israele non sarebbe mai nato e dopo che il blocco socialista votò in maggioranza per la sua nascita all’Onu, che il neonato Stato sarebbe dovuto entrare nel salotto occidentale dei vincitori”. Decenni dopo, quindi, quel ruolo geopolitico contribuisce a rendere molto complesso alzare critiche contro Tel Aviv per le azioni che hanno condotto ai massacri di Gaza.
“Israele nasce nella sua conformazione attuale espellendo 750mila palestinesi dalle loro terre che abitavano da secoli, con i sionisti che cancellarono 500 villaggi”, ha aggiunto Ovadia ricordando la Nakba del 15 maggio 1948 e sottolineando che uno dei problemi attuali è sorto con la Risoluzione 181 che divise, formalmente, la Palestina britannica: “Israele non si è mai stabilito dentro confini precisi per tenersi le mani libere e potersi accaparrare tutte le terre dei palestinesi”. Un non detto pesante che pressa le coscienze di chi tuttora sostiene Israele nel conflitto a Gaza, ridotto di tono ma non spento dal cessate il fuoco egiziano dell’ottobre scorso. E che ancora oggi ricorda la dialettica tra potere e oppressione che troppo spesso vediamo in atto in una terra dove non sembra vigere altra legge se non quella del più forte. A tutto sfavore della popolazione di Gaza.
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