La decisione della Knesset di istituire un tribunale militare speciale per giudicare i palestinesi accusati di aver partecipato agli attacchi del 7 ottobre 2023 segna un passaggio politico e giuridico di enorme rilievo. Non si tratta soltanto di processare i responsabili di una strage. Si tratta di trasformare il trauma nazionale israeliano in una struttura permanente di giudizio, punizione e rappresentazione pubblica della colpa. Il dato politico è evidente: 93 voti favorevoli, nessun contrario. In un Israele diviso su quasi tutto, dalla condotta della guerra alla sorte del governo, dalla riforma giudiziaria al rapporto con Washington, il 7 ottobre resta il punto di convergenza assoluta. La ferita è talmente profonda da produrre consenso trasversale anche su una misura estrema come la pena di morte.
Il nuovo tribunale militare, con sede a Gerusalemme e processi trasmessi in diretta, nasce dunque come luogo giudiziario ma anche come teatro politico. Il processo non sarà soltanto un procedimento penale. Sarà una narrazione pubblica, rivolta alla società israeliana, alle famiglie delle vittime, alla diaspora e all’opinione internazionale. Israele vuole mostrare il male subito, dare un volto agli accusati, fissare una memoria ufficiale degli eventi.
La pena di morte come segnale strategico
La scelta della pena capitale cambia la natura del messaggio. Israele, Paese che nella propria storia ha eseguito la pena di morte una sola volta, nel caso Eichmann, decide ora di riattivare uno strumento eccezionale. Il richiamo implicito al processo contro il criminale nazista non è casuale. Serve a collocare il 7 ottobre non solo nella storia del terrorismo contemporaneo, ma nella genealogia del male assoluto subito dal popolo ebraico. Questa equiparazione ha una forza emotiva enorme, ma anche un rischio politico evidente. Se il processo diventa un nuovo Eichmann collettivo, la distinzione tra responsabilità individuale, appartenenza organizzativa e identità nazionale palestinese può diventare più fragile. In un contesto di guerra totale, il confine tra giustizia e vendetta rischia di assottigliarsi.
Dal punto di vista militare e strategico, la legge serve anche a inviare un messaggio ai nemici di Israele: chi partecipa a massacri contro civili israeliani non sarà trattato come semplice prigioniero, ma come autore di crimini supremi. È deterrenza simbolica, più che operativa. Hamas, Hezbollah, Jihad islamica e gli altri attori armati della regione non basano le proprie decisioni sul timore di un processo futuro. Ma Israele vuole comunque ribadire che il 7 ottobre ha cambiato le regole.
Il nodo del giusto processo
Il problema nasce proprio qui. Più il processo assume valore storico, politico e identitario, più diventa difficile garantirne la piena neutralità. Una corte militare, in tempo di guerra, chiamata a giudicare imputati palestinesi detenuti da mesi, alcuni dei quali senza capi d’imputazione formali, non può non suscitare interrogativi.
Le accuse di torture sistematiche, respinte dal governo israeliano, sono il punto più delicato. Se una parte delle prove dovesse fondarsi su confessioni ottenute in condizioni coercitive, l’intero impianto processuale rischierebbe di perdere legittimità. Punire i responsabili degli attacchi del 7 ottobre è un’esigenza comprensibile, perfino inevitabile. Ma se la punizione avviene sacrificando il giusto processo, Israele offre ai propri avversari un’arma politica potentissima. Il rischio è quello del processo esemplare che diventa processo spettacolare. Una giustizia trasmessa in diretta può rafforzare la trasparenza, ma può anche trasformarsi in palcoscenico. E un palcoscenico, in guerra, raramente serve solo alla verità.
Lo scenario geopolitico: Israele sotto pressione internazionale
La legge arriva mentre Israele è già esposto su più fronti giuridici e diplomatici. La Corte Penale Internazionale indaga sulla condotta della guerra a Gaza e ha emesso mandati di arresto contro figure di vertice israeliane. La Corte Internazionale di Giustizia esamina le accuse di genocidio, che Israele respinge come politicamente motivate. In questo quadro, l’introduzione di un tribunale speciale con pena capitale rischia di aggravare l’isolamento diplomatico.
Per i sostenitori del provvedimento, il tribunale è la risposta necessaria a un crimine senza precedenti. Per i critici, invece, esso conferma la deriva di uno Stato che, sotto il peso del trauma, trasferisce la guerra dentro il diritto. È qui che si apre la partita geopolitica. Israele vuole parlare al mondo mostrando i crimini del 7 ottobre. Ma il mondo guarderà anche alle condizioni dei detenuti, alla composizione della corte, alla qualità delle prove, al diritto alla difesa, alla proporzionalità della pena.
In altre parole, Israele cerca una legittimazione internazionale attraverso il processo, ma rischia di ottenere l’effetto opposto se il procedimento verrà percepito come una vendetta di Stato.
La dimensione economica e geoeconomica della guerra giudiziaria
Ogni decisione di questo tipo ha anche un costo economico e geoeconomico. L’immagine internazionale di Israele incide sugli investimenti, sulle relazioni commerciali, sui rapporti con l’Europa, sulla cooperazione tecnologica e sulla tenuta dei legami con gli Stati Uniti. Un Paese che vive di alta tecnologia, finanza, ricerca militare, sicurezza informatica e alleanze strategiche non può permettersi una lunga erosione reputazionale senza pagarne il prezzo.
La guerra a Gaza ha già prodotto tensioni con governi occidentali, università, fondi d’investimento, imprese multinazionali e società civili. Un tribunale speciale con possibilità di condanne a morte potrebbe rafforzare le campagne di boicottaggio, alimentare nuove pressioni diplomatiche e complicare i rapporti con l’Unione Europea, soprattutto in un momento in cui Bruxelles discute sanzioni contro settori della politica israeliana legati ai coloni in Cisgiordania.
La giustizia, in questo caso, non resta confinata nell’aula del tribunale. Diventa un fattore di potenza, ma anche di vulnerabilità.
La questione palestinese e il ciclo della radicalizzazione
Dal lato palestinese, Hamas userà la nuova legge come strumento propagandistico. La presenterà come prova definitiva che Israele non cerca giustizia ma annientamento politico e simbolico del nemico. Questo non cancella la responsabilità degli attacchi del 7 ottobre, né la brutalità delle violenze contro civili. Ma spiega come una misura pensata per rafforzare la posizione morale di Israele possa essere rovesciata nella narrativa avversaria.
Il pericolo maggiore è che la pena di morte produca martiri invece che deterrenza. In Medio Oriente, dove la memoria politica si costruisce spesso attorno ai caduti, alle prigioni e alle esecuzioni, ogni condanna capitale può diventare un elemento di mobilitazione. Lo Stato israeliano potrebbe ottenere giustizia per le vittime, ma al prezzo di alimentare un nuovo ciclo simbolico di odio.
La giustizia tra Stato di diritto e guerra totale
Il punto centrale non è se i responsabili del 7 ottobre debbano essere giudicati. Devono esserlo. La questione è come. Perché il modo in cui uno Stato giudica i propri nemici dice molto sulla natura della sua forza.
Israele ha il diritto di processare chi ha massacrato civili, rapito ostaggi, devastato comunità e aperto una delle pagine più tragiche della sua storia. Ma proprio perché il crimine è enorme, il processo dovrebbe essere inattaccabile. Più alta è l’accusa, più rigorosa deve essere la procedura. Più grave è la ferita, più lo Stato deve dimostrare di non confondere giustizia e rappresaglia.
Il tribunale speciale può diventare il luogo in cui Israele mostra al mondo la verità del 7 ottobre. Oppure può diventare il simbolo di una democrazia che, travolta dalla guerra, finisce per usare il diritto come prosecuzione del conflitto con altri mezzi. In questa differenza sottile ma decisiva si gioca una parte della credibilità futura di Israele. Non solo davanti ai suoi nemici, ma davanti ai suoi alleati, alla sua società e alla propria storia.
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