Gli Stati Uniti stanno utilizzando un’alternanza di strumenti politici, aperture e pressioni coercitive per spingere Cuba a cambiare rotta e aprire al dialogo con Washington, cinque mesi dopo che la caduta di Nicolas Maduro in Venezuela ha inaugurato la fase forse più critica per L’Avana dalla presa del potere di Fidel Castro nel 1959, che segnò l’inizio sostanziale della competizione tra i due Paesi americani. Negli ultimi giorni, mentre Cuba comunicava di essere rimasta a secco di diesel e olio combustibile per il prolungato embargo energetico che la sta sostanzialmente stritolando e ha prodotto gravi conseguenze anche sul sistema sanitario, Washington ha fatto le sue mosse.
Il 13 maggio Marco Rubio, Segretario di Stato del presidente Donald Trump e principale fautore del rovesciamento del regime socialista di L’Avana, ha ribadito l’offerta di 100 milioni di dollari di assistenza umanitaria alla popolazione cubana, chiedendo che Ong ritenute affidabili e la Chiesa Cattolica si facciano carico in luogo del regime cubano dell’aiuto ai bisognosi. Una mossa di cinica pressione politica, dato che i problemi umanitari, al netto dell’indubbiamente problematica gestione politica da parte del governo, sono stati enormemente acuiti dall’attivo programma di blocco economico condotto da Washington, promosso tanto tramite il pluridecennale embargo quanto per mezzo del suo rafforzamento dall’inizio del 2026, che ha preso le forme di un vero e proprio strangolamento.
Il fatto cheil presidente Miguel Diaz-Canel non abbia chiuso esplicitamente all’offerta espressa da Rubio ne palesa la fragilità politica: nelle ultime settimane, più volte la popolazione civile si è riversata a protestare in strada, reclamando soprattutto risposte alle interruzioni energetiche, ai continui blackout, all’indisponibilità di carburante che blocca sostanzialmente ogni attività quotidiana. E anche se la responsabilità più grave per tutto ciò ricade indubbiamente sullo stritolante processo di assedio statunitense, non si può certamente negare che è comprensibile che sia il governo cubano a subire il rinculo di questo stato di malessere sotto forma di proteste e manifestazioni. Questo fatto è pesantemente scontato dal governo cubano nella sua capacità negoziale. Colloqui diretti con gli Stati Uniti si sono saltuariamente svolti nei mesi scorsi senza un’agenda precisa, ma è da segnalare come rilevante la recente visita del direttore della Cia John Ratcliffe sull’isla Grande, con l’obiettivo di trasmettere i desiderata di Washington e mandare un bonario ultimatum a Diaz-Canel e ai suoi.
Ratcliffe ha visitato L’Avana giovedì, dopo l’offerta di Rubio, facendosi latore di una missiva in cui Trump propone colloqui aperti, franchi e diretti con Cuba qualora Diaz-Canel e il suo governo aprissero a profonde riforme economiche e sociali. “Ratcliffe ha anche discusso di cooperazione nell’intelligence, stabilità economica e questioni di sicurezza”, nota il Financial Times, incontrando anche il Ministro dell’Interno Lázaro Álvarez Casas.
Il Ft aggiunge che “Cuba ha dichiarato di essere aperta a discutere di democrazia, diritti umani, affari e cooperazione con gli Stati Uniti su migrazione e traffico di droga”, ma non sull’impianto istituzionale dello Stato. Per Trump, un cambio di regime a Cuba potrebbe essere un obiettivo perseguibile con l’aspettativa di conquistare un risultato concreto in un 2026 avaro di soddisfazioni politiche interne ed internazionali e per dare continuità alla dottrina di sicurezza nazionale prospettante la “sicurezza emisferica” nelle Americhe come obiettivo strategico della superpotenza.
In America Latina, sostanzialmente, non devono più insidiarsi potenziali nemici di Washington. Cuba, e in misura minore il Nicaragua, sono due delle ultime nazioni che per gli Usa escono da questo seminato, anche per il rapporto profondo di L’Avana con Russia e Cina. Geopolitica, pressioni diplomatiche e uso strategico della leva umanitaria si combinano mentre gli Usa rafforzano una competizione che avrebbe tutti i contorni per essere un relitto della Guerra Fredda facilmente emendabile se non portasse con sé una coda di pressioni ideologiche e storiche che l’hanno resa sempre più aspra. E, nel frattempo, chi soffre maggiormente è una popolazione civile cubana ormai allo stremo.
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