600 miliardi di dollari in meno in 11 anni: questo il valore del ridimensionamento della quota di debito pubblico statunitense detenuta dalla Cina dal 2015 a oggi. I dati del Dipartimento del Tesoro per marzo segnalano che la Cina è scesa sotto il 20% del debito detenuto da soggetti esteri negli States, pari a 641 miliardi di dollari. Poco più della metà dei 1.238 di fine 2015, quando la Cina era al 40,52%. I dati parlano di un sostanziale processo di ricomposizione della distribuzione.
La Cina, ha segnalato l’analista economica Federica Nerini sul suo profilo LinkedIn, era prima e il Giappone secondo col 38,4% (1.173 miliardi di dollari), contribuendo a un duopolio che sfiorava l’80% del debito estero americano. Oggi Tokyo è scesa a 1.088 miliardi (un terzo del totale) ma è prima, seguita dal Regno Unito, cresciuto da 172 a 810 miliardi di dollari negli anni post-Brexit e dunque dalla Cina. Da terzo a quarto, muovendosi dall’11,2 all’11,8%, il Belgio, entro la cui statistica si ritrovano anche i dati delle grandi istituzioni paneuropee di interscambio. “È una delle trasformazioni più significative e meno discusse nella struttura del debito americano”, nota Nerini, e ha ragione da vendere. La trasformazione è duplice.
Innanzitutto, i soggetti esteri pesano in maniera diversa e hanno iniziato a prezzare come non più giocoforza redditizia la detenzione di quote del debito americano e il dividendo ad esso associato. Ciò può essere dovuto a un’ampia gamma di ragioni: da un lato, per Paesi come la Cina pesano le mutate condizioni geopolitiche. L’accumulazione di debito Usa in mano cinese era uno dei frutti del primo China Shock di inizio Anni Duemila, che fu sostanzialmente “concordato” con il sistema americano, a cui faceva gioco la presenza di una fabbrica industriale in grado di garantire e sostenere la spesa per consumi e investimenti della superpotenza e dei suoi cittadini. L’esacerbazione della rivalità sino-americana, l’uso statunitense della leva geopolitica del dollaro e le guerre tariffarie e industriali dell’ultimo decennio hanno prodotto un graduale scaricamento del debito da parte cinese. Tutto questo in un contesto in cui, significativamente, l’America è al contempo molto più indebitata ma anche molto meno dipendente dai soggetti esteri rispetto al 2015.
La quota di debito in mano a soggetti stranieri era pari a 3.055 miliardi di dollari nel 2015, circa un sesto di un debito totale pari a 18.500 miliardi. Oggi il Tesoro Usa ha passività per circa 3.261 miliardi detenute da attori stranieri su un debito che sfiora i 39mila miliardi, poco meno dell’8,5% del totale. C’è una parte di mondo che finanzia di meno l’America, e questo è un problema per Washington e gli asset in dollari. Ma al contempo, gli Usa possono procedere a monetizzare per via interna il deficit e mirare sostanzialmente a una partita di giro circolare con il proprio sistema nazionale finanziario e privato. Un elemento che è l’opposto della dipendenza ma può rivelarsi un’arma a doppio taglio qualora la spesa per interessi, già monstre, lo facesse avvitare. Anche di questo, probabilmente, Donald Trump e Xi Jinping saranno coscienti e saranno pronti a discutere nel loro imminente incontro…
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