La guerra in Ucraina? “Può finire presto”. L’annuncio di Vladimir Putin alla parata del Giorno della Vittoria a Mosca nella giornata del 9 maggio, primo dei tre del mini-cessate il fuoco mediato dal presidente Usa Donald Trump, parla chiaro anche all’Occidente, Europa in particolare. Putin nel commemorare la vittoria dell’Unione Sovietica sulla Germania nazista nel 1945 ha detto molte cose indubbiamente interessanti: ha proposto un incontro con Volodymyr Zelensky, presidente dell’Ucraina, a Mosca o in un Paese terzo, ha rilanciato sulla necessità di una nuova architettura di sicurezza europea, ha perfino indicato un nome di negoziatore ideale: l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder. Dopo oltre quattro anni di guerra, fatichiamo a vedere precedenti aperture del leader del Cremlino tanto strutturate nel definire una potenziale road map di confronto.
Putin-Zelensky, dialogo possibile?
Putin all’ombra del cessate il fuoco negoziato da Trump, e della cui violazione Russia e Ucraina continuano a accusarsi, ha lanciato un messaggio politico chiaro rompendo, per la prima volta, il dubbio circa la possibilità di dialogare direttamente con Zelensky e gettando un amo anche verso quell’Europa con cui la relazione si è sempre più deteriorata dopo l’occupazione della Crimea nel 2014 e, soprattutto, l’invasione su larga scala dell’Ucraina nel 2022.
Tutto questo è molto significativo, specie per il fatto che Putin ha tirato in ballo anche l’architettura securitaria del Vecchio Continente, già oggetto del contendere prima dell’attacco del 2022, con le famose garanzie di sicurezza del Cremlino poste al centro di ogni tavolo negoziale. Per l’Europa questa sembra potenzialmente essere un’occasione sistemica per uscire dall’angolo. Non conta, su questo dossier, il giudizio morale sul conflitto ma bisogna guardare al sano pragmatismo: il dialogo si fa in due, la pace pure, la Russia si percepisce in guerra non solo con l’Ucraina ma anche, indirettamente, col campo occidentale che la sostiene e per una fine del conflitto serve un sincero impegno di tutte le parti a vario titolo coinvolte. Dicendo di voler negoziare anche direttamente con Zelensky, Putin manda un messaggio chiaro a quei Paesi e leader che ad oggi vedono nella caparbietà del leader ucraino uno strumento politico e sembrano meno interessati alle prospettive di de-escalation.
ReArm e negoziato
La bellicosità della Russia è spesso invocata come strumento decisivo per giustificare e spingere quei piani di riarmo europei su cui la Commissione di Bruxelles di Ursula von der Leyen sta spendendo buona parte del suo capitale politico, su cui spingono leader come Friederich Merz e a cui riguardo anche figure apicale extra-Ue, come il premier britannico Keir Starmer, sono talmente convinti da sostenere la dilatazione delle spese militari contro ogni equilibrio fiscale e di bilancio. Il non detto che aleggia è chiaro: la vulgata del riarmo non è mai spinta con un indirizzo preciso ma tratteggia di fatto la Russia come obiettivo. Si dice che Putin non si fermerà all’Ucraina, che una nuova guerra in Europa è plausibile, che il target potrebbero essere i Paesi dell’ex blocco sovietico. L’analista tedesco Carlo Masala ha scritto a tal proposito un libro Se la Russia attacca l’Occidente. Uno scenario possibile indicando nella città estone di Narva il possibile bersaglio ideale per un attacco che prevede possibile nel 2028. La dottrina militare tedesca ipotizza possibili combattimenti a Est, e anche quella francese prevede come possibile un conflitto su larga scala in Europa entro il 2030.
Si teme l’abbandono americano dell’Europa e si rilancia sulla retorica del nemico alle porte per giustificare programmi di spesa che spesso sembrano avere più l’obiettivo di cercare nella risposta a Mosca un tema politico per mantenere in sella élite oggi in larga parte sfiduciate che quello di costruire una vera architettura strategica nel Vecchio Continente. In quest’ottica, l’annuncio di Putin può essere, potenzialmente, spiazzante. Il leader del Cremlino, in sostanza, sembra dire all’Europa che la aspetta al tavolo delle trattative.
Citare Schroeder non è casuale: si richiama alla memoria una figura decisiva per una passata fase di distensione e buone relazioni tra Occidente e Russia in cui l’Europa fu protagonista anche grazie all’operato del presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi a inizio Anni Duemila. Un periodo storico fatto di commercio, equilibri strategici, accordi energetici e del sogno di poter costruire un ordine globale più pacifico, anche grazie alla cooperazione Nato-Russia, all’alba della presidenza di Putin. Errori e incomprensioni reciproche hanno prodotto poi un cambio di rotta drastico.
Il realismo del negoziato
Tutto è cambiato, da allora in avanti, non la presenza di Putin al Cremlino: un Putin forse meno stratega, più arroccato e più teso di allora, ma pur sempre un capo di Stato che sta pensando a cosa ci sarà nella Russia del dopoguerra. E in fin dei conti, evocare quella stagione serve a poter far sì che la Russia possa sperare di ottenere ciò che in fin dei conti maggiormente anela: prevedibilità e sostenibilità nei rapporti con Europa e Occidente. Per la pace globale, poter ricreare anche solo parzialmente la capacità di dialogo di quell’epoca è quantomeno auspicabile: del resto, se non con gli avversari di oggi, con chi si dovrebbe mai negoziare?
La guerra in Ucraina, in tal senso, è ovviamente il pomo della discordia. Ma come succede nella discussione della dialettica russo-americana, notiamo un dato: il conflitto è ritenuto un elemento di partenza, e non decisivo, per fini più ampi. In tal senso, l’ipotesi di un cambio dei rapporti tra Usa e Europa offre anche uno spazio a Mosca, che può giocare le sue carte per provare a fare dell’Ucraina il terreno di coltura per una nuova complementarietà dell’Europa. Il tutto mentre la soluzione di una guerra congelata sul campo di battaglia appare sempre meno difficile da immaginare, e il cessate il fuoco con congelamento del fronte “alla coreana” sperimentato in questi tre giorni può essere una prova generale. Ragionando in termini di pragmatismo, si può dire che per l’Europa, come ha anticipato il presidente del Consiglio Ue Antonio Costa nei giorni scorsi, andare a vedere le carte di Mosca non sarebbe necessariamente deleterio. Dopo anni di scontro, c’è l’occasione di un confronto realista. In un mondo competitivo e sempre più caotico, è qualcosa su cui vale la pena perlomeno ragionare. Nella “casa comune europea”, giocoforza, la Russia non può essere lasciata alla porta: il peso della storia deve ammonire a riguardo del rischio di creare muri invalicabili.
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