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Politica

Ucraina, lo scandalo corruzione si allarga. Zelensky è l’unico risparmiato, per ora…

L'Operazione Midas, che ha spazzato via il cerchio magico di Zelensky, continua ad allargarsi e sfiora il presidente.
ucraina

Seguito con grande attenzione dai media ucraini (ma non da quelli italiani, che devono trovarlo poco interessante) va in onda il secondo tempo dello scandalo Midas, che verso la fine del 2025 portò all’arresto di diversi “pezzi grossi” della nomenklatura ucraina. Breve riassunto delle puntate precedenti: dopo un’indagine durata più di un anno, l’Ufficio nazionale anticorruzione dell’Ucraina (Nabu) e la Procura specializzata anticorruzione (Sap) rivelarono l’esistenza di un gruppo d’influenza che estorceva tangenti del 10-15% sul valore dei contratti agli appaltatori di Energoatom, l’azienda energetica di Stato. “Di fatto, la gestione di un’impresa strategica con un fatturato annuo di oltre 4 miliardi di euro non è stata condotta da funzionari, ma da estranei che non avevano alcuna autorità formale”, scrisse il Nabu in un comunicato. In sostanza, quei gentiluomini si facevano dare corposo bustarelle (il giro valeva sui 100 milioni di dollari) dagli appaltatori che costruivano protezioni per le infrastrutture energetiche, mentre milioni di ucraini in tutto il Paese stavano al gelo e al buio a causa degli attacchi russi.

Come abbiamo già raccontato in precedenti articoli (per esempio qui, qui e qui), i personaggi coinvolti nello scandalo sono tutti di alto livello e molto prossimi, almeno per quanto riguarda gli incarichi, al presidente Zelensky: il ministro dell’Energia (ormai ex, ovviamente) Herman Halušenko, Ihor Myroniuk (consigliere di Halušenko e già vice-presidente del Fondo per le proprietà statali), Dmytro Basov (ex capo della sicurezza di Energoatom), Oleksandr Tsukerman (uomo d’affari, il riciclatore del denaro sporco), l’ex vice-premier Oleksiy Chernyshov e, per non farsi mancar nulla, Timur Mindich, il regista dell’operazione, vecchio amico di Zelensky nonché suo socio nello studio di produzione televisiva Kvartal 95. Di questi, alcuni sono in galera e altri sotto processo, mentre Mindich e Tsukerman, guarda combinazione sono riusciti a scappare in Israele appena prima che Nabu e Sap partissero con gli arresti.

Fine del riassunto, con una breve appendice. Arresta qui, intercetta là, le indagini hanno portato alle dimissioni e alla messa sotto indagine anche di Andrij Jermak, potentissimo capo dell’amministrazione presidenziale di Zelensky, a lungo considerato il “presidente ombra” dell’Ucraina. E se si tiene conto che qualche mese prima, senza spiegazioni ufficiali, era stato rimosso anche Serhiy Shefir, altro vecchio amico e socio di Zelensky che dal 2019 aveva lavorato come primo assistente del presidente, si capisce bene che terremoto sia stata per Kiev l’Operazione Midas. 

Il fatto è che Nabu e Sam non si sono accontentati di fare strage della cerchia zelenskiana. Hanno continuato a indagare. Un po’ perché continuavano a saltar fuori nuovi elementi. Un po’ perché nell’indagine si agita uno spettro inconfessato e inconfessabile ma assai preciso: il sospetto che nel gran giro dei corrotti possa essere coinvolto anche Zelensky. E anche qui occorre andare con ordine.

Le intercettazioni telefoniche

Primo aspetto: le nuove rivelazioni. Il quotidiano Ukrainska Pravda è venuto in possesso (crediamo allo stesso modo in cui di recente la Cnn è “venuta a conoscenza” di un rapporto segreto su Putin) di una serie di nastri di intercettazioni telefoniche relative all’Operazione Midas. I più interessanti riguardano i rapporti tra il solito Mindich e i dirigenti di Fire Point, azienda di recente fondazione, produttrice di droni e missili, subito esaltata dai media occidentali (per esempio qui e qui) e dotata di un consigliere d’amministrazione assai noto alle cronache politiche: Mike Pompeo, già direttore della Cia e segretario di Stato Usa durante la prima presidenza Trump. Nei nastri si sente Mindich parlare di Fire Point come se l’azienda fosse sua (“Non faremo profitti se…”, “Possiamo produrre”, “Siamo un’azienda vera”) al punto da discutere dei dettagli di un investimento degli Emirati Arabi Uniti. Se non uno cointeressato ai destini dell’azienda, almeno un lobbista pienamente autorizzato a rappresentarla.

Ancor più interessante l’interlocutore di quelle conversazioni di Mindich: l’allora ministro della Difesa (e ora segretario del Consiglio di sicurezza) Rustem Umerov. Mindich lamenta la scarsità di fondi che affligge Fire Point, che vorrebbe investire 150 milioni di dollari nello sviluppo di nuovi missili, e chiede a Umerov nuovi finanziamenti, prestiti o almeno il pagamento anticipato di ordini ancora da completare. Umerov non dice né sì né no e invita Mindich ad attendere “il 17 luglio”, ovvero la data in cui il Parlamento (dominato da Servo del popolo, il partito di Zelensky) avrebbe apportato modifiche al bilancio statale e, in particolare, votato un cospicuo un aumento della spesa per la difesa. Una tacita promessa.

Per chiudere questo primo aspetto va detto anche che le pattuizioni occulte emerse dai nastri hanno portato il Consiglio pubblico anticorruzione del Ministero della Difesa (organo consultivo del Ministero della Difesa, che include rappresentanti della società civil) a sollevare la questione della necessità di nazionalizzare Fire Point. Anche perché sono emersi dubbi anche sull’efficacia dei prodotti Fire Point. Durante le audizioni parlamentari, uno dei comandanti dei reparti di droni delle delle Forze Armate Ucraine, Yuri Kasyanov, ha dichiarato che dei 3.000 droni ucraini lanciati su Mosca nell’arco di un anno, solo uno è riuscito a colpire la città. E quell’unico drone, peraltro, è precipitato su un condominio sulla Via Mosfilmovskaya. Non è comunque il primo scandalo in un ministero, quello della Difesa, che ha visto avvicendarsi i ministri proprio a causa di spese gonfiate o forniture deficitarie.

Secondo aspetto: l’inconfessabile sospetto. Nelle conversazioni tra i protagonisti dello scandalo Midas ricorrono spesso riferimenti a un certo Vova. È il diminutivo di Volodymyr (in russo di Vladimir, e infatti viene usato anche per Putin) e a chiunque viene naturale pensare che vecchi amici e uomini che incontravano Zelensky tutti i giorni ed erano in confidenza con lui difficilmente avessero in mente altri, soprattutto dovendo discutere di questioni delicate all’incrocio tra l’interesse personale occulto e l’interesse di Stato. Ma tra sospettare e sapere la differenza è grande e al momento prove provate a carico del presidente non ce ne sono.

Non ce ne sono o non sono ancora state rese pubbliche. Perché il realismo impone di considerare anche un’altra ipotesi. E cioè che Zelensky, che ancora gode da parte degli ucraini di un alto tasso di fiducia e che è tuttora considerato il miglior leader per condurre la guerra e negoziare la pace, venga in questa fase “graziato” da NABU e SAP da rivelazioni troppo imbarazzanti, in nome di una ragion di Stato che si accontenta di avergli fatto il deserto intorno. Se la guerra continua, Zelensky è di fatto intoccabile. Poi si vedrà.

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