Oggi noi europeisti di vecchia data staremmo festeggiando. Perché oggi, 9 maggio, è la Giornata dell’Europa. Staremmo, condizionale, perché essere europeisti sul serio impone di riconoscere che da festeggiare purtroppo c’è poco. Lontani sono i tempi in cui bastava l’Erasmus a farci credere che la strada del futuro fosse stata ormai imboccata. Dimenticati gli entusiasmi che solo un po’ di mesi fa portava, in Italia, la gente piazza per esaltare l’Europa così com’è, e non come dovrebbe essere.
Forse non tutti sanno perché la Giornata dell’Europa si celebra proprio il 9 maggio. La decisione fu presa a Milano nel 1985 in occasione di un vertice della Comunità europea (e confermata dal Parlamento europeo nel 2008) per celebrare la Dichiarazione Schuman, il politico francese (peraltro dichiarato Venerabile da papa Francesco nel 2021) che fu anche primo ministro e che pronunciò il suo più famoso discorso in qualità di ministro degli Esteri. Schuman, che con Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer e Jean Monnet è considerato uno dei “padri” della comunità europea, in quell’occasione (il testo completo qui) proponeva di avviare la costruzione della casa comune europea partendo da un punto forse limitato ma preciso: “Mettere l’insieme della produzione franco-tedesca di carbone e di acciaio sotto una comune Alta Autorità, nel quadro di un’organizzazione alla quale possono aderire gli altri Paesi europei”.
Rispetto ai discorsi anche pomposi che si sono fatti da allora, quel punto di partenza può sembrare un po’ prosaico. Lo sapeva anche Schuman, che però aveva un’idea precisa in testa: “La solidarietà di produzione in tal modo realizzata farà sì che una qualsiasi guerra tra la Francia e la Germania diventi non solo impensabile, ma materialmente impossibile”. E se altri Paesi avessero aderito, quella condizione di reciproco vantaggio si sarebbe ulteriormente allargata, facendo da premessa alla pace permanente in Europa.
“Materialmente impossibile”, non teoricamente. Interesse economico e pace. Interesse comune uguale pace. Pace come prodotto e garanzia dell’interesse collettivo. Sono questi i capisaldi della Dichiarazione Schuman. Piatti piatti. Banali banali. Però c’è una ragione se Schuman, De Gasperi, Adenauer e Monnet sono passati alla storia come dei grandi uomini politici. Perché vedevano lontano e sapevano andare dritti all’essenza delle cose. Guardiamoci intorno. L’Unione Europea, che di certo Schuman e gli altri avrebbero accolto come un grande risultato, ha vissuto in questo decennio due gravi crisi. La prima è stata la pandemia del COVID (2020-2023), con preoccupanti scricchiolii iniziali quando i Paesi europei presero a contendersi mascherine e respiratori in una reazione che sapeva di panico. Poi si arrivò all’acquisto collettivo dei vaccini, con una gestione che ha peraltro lasciato zone d’ombra mai disperse.
Scegliere la guerra invece della pace
Poi, nel 2022, è arrivata l’aggressione russa all’Ucraina e lì è saltato quasi tutto. Per cominciare, l’Unione Europea ha scelto la guerra. Di fronte all’invasione decisa dal Cremlino, Bruxelles poteva prendere due strade: gettare tutto il proprio peso politico ed economico nel tentativo di fermare il prima possibile la guerra, cercando ovviamente di salvaguardare le ragioni dell’Ucraina; oppure alimentare la guerra, con l’obiettivo di sconfiggere sul campo la Russia facendo combattere gli ucraini e fornendo loro tutte le risorse possibili per farlo. Sappiamo com’è andata: per un calcolo sbagliato, un’insipienza di fondo o un’eccesso di sudditanza nei confronti degli Usa, la Ue ha scelto la seconda strada. La prima ipotesi non è mai stata considerata. Dimenticando la semplice ma essenziale lezione dei padri fondatori, sul legame strettissimo tra l’interesse collettivo e la pace.
Quattro anni e un pezzo dopo, l’Ucraina non ha avuto la sua “pace giusta” (e non v’è prospettiva concreto su quando potrà averla), la Russia non è stata sconfitta sul campo (e non si sa quando potrà esserlo), la difficoltà economica morde l’intero continente (e per primo il Paese che secondo Schuman doveva beneficiare del nuovo atteggiamento, la Germania), la conflittualità interna cresce (chiedere alla Francia della Le Pen, alla Gran Bretagna di Farage, alla Germania del’AfD, alla Romania del golpe bianco per non far vincere Georgescu), non abbiamo la gratitudine degli Usa e non facciamo altro che parlare di armamenti mentre l’architettura di difesa di marca americana, la Nato, su cui abbiamo sempre contato, scricchiola e noi europei non ne abbiamo uno nostro di scorta.
In più, ed è forse l’aspetto più preoccupante, la solidarietà europea, tanto importante nella visione dei padri fondatori, è presto andata in pezzi su tutto ciò che non è armare l’Ucraina. Due giorni fa, a dimostrazione della grande fiducia nella costruzione europea, il ministro della Difesa polacco Władysław Kosiniak-Kamysz ha dichiarato che “l’alleanza polacco-americana è il fondamento della nostra sicurezza. La Polonia è pronta ad accogliere un maggior numero di soldati americani per rafforzare il fianco orientale della NATO e garantire una protezione ancora migliore all’Europa”. La stessa cosa ha già fatto la Finlandia. Prima ancora, e sempre proposito del binomio interesse collettivo e pace, abbiamo visto diversi Paesi della Ue collaborare alla latitanza dei terroristi ucraini che avevano fatto saltare un asset importantissimo per l’economia del continente, ovvero il gasdotto Nord Stream. Per danneggiare l’aggressore russo, si diceva, e forse è anche vero. Ma per danneggiare il Cremlino bastava non comprare più gas russo, cosa che non avviene nemmeno ora (anzi, gli acquisti sono tornati a crescere), e guarda combinazione i Paesi che a voce più alta giustificavano quegli eventi sono anche quelli che ci guadagnano di più, in termini sia di influenza politica sia di puro e semplice denaro.
Insomma, non ci pare che siano molte le ragioni per festeggiare. E se siamo ancora attaccati alla versione consolatoria dell’Europa “giardino circondato da giungle”, rendiamoci conto che di solito le giungle i giardini se li mangiano. Schuman, De Gasperi, Adenauer e Monnet l’Europa la volevano più forte, non più debole e vagamente disperata come oggi.
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