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Terrorismo

Pakistan: la “mano invisibile” che nutre l’insurrezione in Balochistan. Contro Cina, Usa e Iran

L'escalation degli attacchi separatisti in Balochistan minaccia la stabilità del Pakistan e mette a rischio investimenti miliardari.

Nel Pakistan impegnato a mediare nella guerra tra Stati Uniti e Iran risuona un preoccupante campanello d’allarme. Nel Balochistan, la provincia periferica del Paese coincidente con una parte dell’omonima regione geografica Balochistan, i movimenti separatisti locali hanno ripreso a organizzare attentati e attacchi contro le forze governative.

I militanti più attivi combattono sotto le insegne del Baloch Liberation Army (Bla): chiedono l’indipendenza del Balochistan pakistano e spingono per la creazione di uno Stato autonomo. Peccato per il governo guidato da Shebhaz Sharif che in questi territori pullulino investimenti miliardari nel settore minerario da parte di Cina e Stati Uniti.

Se, infatti, Pechino ha portato in loco strade e infrastrutture in nome della Nuova Via della Seta, di recente Washington ha annunciato l’allocazione di 1,3 miliardi di dollari per realizzare progetti volti a incrementare la produzione di oro e rame. Il problema è proprio questo: la scommessa statunitense sul Pakistan deve fare i conti con il Bla, portabandiera dell’insurrezione separatista della regione più strategica e critica di Islamabad.

Negli ultimi anni, il Bla ha condotto centinaia di attacchi sempre più sofisticati, culminati, lo scorso 31 gennaio, in un assalto coordinato da parte di 500 militanti che hanno colpito almeno 18 obiettivi in 12 aree diverse, uccidendo almeno 58 persone. Un disastro che potrebbe far evaporare, o allontanare, miliardi e miliardi di dollari di investimenti.

Investimenti a rischio

Se da un lato le autorità pakistane minimizzano gli attacchi, spiegando di avere la situazione sotto controllo, dall’altro gli investitori cinesi e statunitensi sono preoccupati per questa escalation. Anche perché l’ultimo attacco coordinato sopra citato, come ha spiegato al New York Times l’esperto Abdul Basit, richiede “un qualche tipo di sostegno pubblico, controllo territoriale e potenza di fuoco”. “Riuscire a portarlo a termine in pieno giorno senza questi elementi è impossibile”, ha aggiunto l’analista.

Gli attentati, diversi dei quali avvenuti lungo la strada che conduce al più grande sito minerario del Balochistan, Reko Diq, hanno interrotto le attività del sito. Piccolo particolare: Reko Diq è destinato a diventare la risorsa di punta della partnership mineraria tra Stati Uniti e Pakistan, e, più in generale, è una delle più grandi riserve inesplorate di rame e oro al mondo.

La guerra tra gli Usa e gli ayatollah, inoltre, ha aggiunto ulteriore benzina sul fuoco, dal momento che un eventuale vuoto di potere nell’Iran orientale potrebbe consentire a gruppi terroristi di ricostituire le proprie fila, attraversare con ancora maggiore libertà il confine e attaccare i convogli che trasportano minerali e attrezzature.

Chi soffia sul fuoco del Balochistan

Il Tehreek-e-Taliban Pakistan e la branca regionale dello Stato Islamico sono i principali gruppi terroristici che si muovono in Balochistan. L’insurrezione in questa provincia ha gradualmente raccolto il sostegno di giovani Baloch istruiti, molti dei quali affermano di sentirsi alienati dalla mancanza di risorse che il governo centrale pakistano destina alla loro provincia, oltre che dalla dilagante corruzione.

Il Bla ha poche affinità ideologiche con gruppi terroristici islamisti come i talebani pakistani o lo Stato Islamico, ma ha adottato tattiche simili, compresi i freschissimi attentati suicidi. Sorge dunque una domanda: chi c’è dietro il dilagante terrorismo in Balochistan? La sensazione è che qualcuno (una fantomatica “mano invisibile“, forse afghana, forse vicina al Deep State statunitense o forse indiana) possa sfruttare la causa dell’indipendentismo per fare pressione sul Pakistan e, in un simile momento, compromettere i negoziati tra Islamabad e Teheran.

Risuona, intanto, la promessa degli Usa che hanno promesso investimenti per un totale di 2 miliardi di dollari a Reko Diq e la creazione di 7.500 posti di lavoro locali, affermando che il sito sarà “un modello” per altri progetti minerari in Pakistan. Terrorismo permettendo.

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