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Energia

Iran, i conti esagerati di Rubio sul costo del blocco di Hormuz per Teheran

Il blocco dello Stretto di Hormuz da parte degli Stati Uniti? Costa 500 milioni di dollari in mancati ricavi per l’export di petrolio da parte dell’Iran. Parola di Marco Rubio, Segretario di Stato Usa che ieri ha parlato commentando le...

Il blocco dello Stretto di Hormuz da parte degli Stati Uniti? Costa 500 milioni di dollari in mancati ricavi per l’export di petrolio da parte dell’Iran. Parola di Marco Rubio, Segretario di Stato Usa che ieri ha parlato commentando le prospettive diplomatiche della mediazione del Pakistan tra Washington e Teheran e del possibile futuro della regione mediorientale, in bilico mentre il limbo tra “non guerra” e “non pace” continua a essere presente nell’area del Golfo. Rubio ha detto che nello Stretto di Hormuz ove l’Iran ha imposto un sostanziale controllo prima che gli Usa, il 12 aprile, lanciassero la chiusura, dall’esterno, della strategica via d’acqua tra Golfo Persico e Oceano Indiano non è più in corso l’Operazione “Epic Fury” ordinata il 28 febbraio dal presidente Donald Trump.

Project Freedom e i conti incoerenti di Rubio

Ora è in corso Project Freedom, che peraltro il presidente nella notte ha messo temporaneamente in pausa. L’obiettivo? “Non si spara a meno che non siano gli iraniani a sparare per primi”, ha detto Rubio, facendo intendere che lo strumento maggiore di pressione della superpotenza è oggi l’arma economica. Ma i conti di Rubio, a ben guardare, appaiono decisamente esagerati.

L’Iran è indubbiamente in una posizione critica, come già prima della guerra, sul piano economico, essendo pressato da pesanti sanzioni internazionali a guida americana, Oltre ad aver subito quasi 300 miliardi di dollari di danni materiali per i bombardamenti di Usa e Israele, aver subito un’impennata dell’inflazione alimentare al 105% e aver di fronte a sé la prospettiva di una perdita del 10% del Pil nazionale, l’Iran deve gestire problemi legati alla logistica dall’estero, ai licenziamenti di massa di molte aziende e al fatto che il blackout di Internet costringe molti freelance e autonomi a affrontare problemi e difficoltà. Ma ciononostante, i 500 milioni invocati da Rubio semplicemente non esistono: l’Iran esportava petrolio nel benchmark Iranian Light per 115 milioni di dollari al giorno nel febbraio 2026 e ha avuto un ritorno inatteso da una conseguenza geoeconomica dell’attacco sferratogli contro da Usa e Israele che ha fatto salire il prezzo del greggio e ha portato a 139 milioni di dollari al giorno, secondo Bloomberg, i valori di marzo.

L’export iraniano di petrolio non tracolla

Il portale OilPrice nota che la media dell’export complessivo di petrolio greggio e raffinati è scesa complessivamente, in termini di volume, del 45% da febbraio a marzo ma che al contempo i ricavi finali sono calati solo del 15%. Questo dimostra l’impatto positivo della quota del greggio. L’Iran esportava 1,14 milioni di barili al giorno a un prezzo di sconto di 10-20 dollari rispetto al Brent, sfruttando la “flotta ombra”, il controllo di Hormuz, la sponda con attori come la Cina.

Ora la quota sarebbe scesa, secondo Amwaj, a circa 500mila barili al giorno, un calo sensibile di oltre il 56% che, però, farebbe scendere a circa 61 milioni di dollari al giorno gli incassi iraniani supponendo una media mobile di prezzo simile a quella dei mesi scorsi. 78 milioni al giorno non sono i 500 citati da Rubio, per quanto parliamo di un danno economico sicuramente non indifferente, che però fa il pari con quanto sta subendo l’economia internazionale a causa della decisione americana e israeliana di attaccare l’Iran. Del resto il blocco americano è a suo modo l’ammissione di una strategia bellica non pienamente sufficiente a gestire il controllo dello Stretto. I “signori di Hormuz”, nota Alessandro Cassanmagnago, restano gli iraniani. Washington può ridurre la gabella incassata dalla Repubblica Islamica ma al contempo deve fare i conti con quella imposta al resto del mondo dalle sue scelte, che sarà inevitabilmente più alta. Senza risolvere un’impasse a cui gli stessi Usa hanno, con le loro decisioni, contribuito.

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