Pagare moneta, vedere cammello. Chi si aspettava che l’Ungheria polemica e ribelle verso la Ue diventasse, con Peter Magyar, un agnellino docile e fedele, deve evidentemente ricredersi. Non ancora insediato ma forte di un successo elettorale che gli ha consegnato una super-maggioranza di oltre i due terzi del Parlamento in coda a un voto che ha visto la maggiore partecipazione popolare dalla caduta del comunismo nel 1989, Magyar è sì corso a Bruxelles ma con le idee piuttosto chiare. Prima ha incontrato Ursula von der Leyen con la quale, al di là degli inevitabili discorsi sui “valori condivisi” e la “casa comune europea”, si è parlato soprattutto di soldi. A Magyar interessa sbloccare i 10 miliardi di fondi post-pandemia che l’Unione Europea aveva congelato come reazione alle contro-riforme di Viktor Orban in tema di Stato di diritto e come preoccupazione rispetto alla corruzione in Ungheria.
Nei vent’anni dall’adesione alla Ue, l’Ungheria ha ricevuto 50 miliardi solo dai fondi di coesione, risultando uno dei maggiori beneficiari netti dei fondi strutturali, peraltro superando spesso la media europea per utilizzo. È tutto interesse di Magyar, quindi, che questo flusso di quattrini non si interrompa, visto che il combinato disposto “soldi Ue + accorto impiego” ha dato i suoi risultati: come ha sottolineato di recente la commissaria alla Coesione Elisa Ferreira, in questi venti anni “il Pil pro capite dell’Ungheria è cresciuto, passando dal 63% della media Ue al 78%, e il tasso di occupazione è cresciuto passando dal 57% all’80%”.
Magyar, però, non è andato a Bruxelles disarmato, e la leva negoziale l’ha ereditata proprio dall’arci-rivale Orban che, come reazione al blocco dell’oleodotto Druzhba, che porta all’Ungheria il petrolio russo, da parte degli ucraini, aveva posto il veto al prestito da 90 miliardi deciso dall’Ue a favore dell’Ucraina. Caduto Orban, l’oleodotto nel tratto ucraino è stato riparato in una notte, a conferma della teoria orbaniana che si trattasse di una manovra concordata contro di lui, alla vigilia delle elezioni, tra Ucraina e Ue. Tutto bene ma il veto ungherese è ancora lì, e Magyar ha tempo almeno fino all’insediamento (previsto per il 9 o 10 maggio) prima di decidere che farne, mentre ha tempo fino ad agosto per avviare le riforme che scioglierebbero le preoccupazioni Ue e libererebbero i famosi miliardi bloccati con Orban. Una tempistica che, certamente, alla Von der Leyen non sfugge.
Magyar porta a Bruxelles anche il dossier Ucraina
Avevamo già sottolineato, in queste pagine, che Magyar non sembra incline a fare particolari sconti all’Ucraina, anche in questo forte di un sentimento popolare di vecchia data per cui il 50% degli ungheresi giudica l’Ucraina pericolosa per l’Ungheria, il 64% è contrario all’ingresso dell’Ucraina nella Ue e il 74% pensa che l’Ungheria dovrebbe smettere di aiutare l’Ucraina. tutto questo è stato puntualmente ribadito, pur nelle dovute forme della diplomazia, durante l’incontro con Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo e, come tale, rappresentante dei 27 Paesi che concorrono a determinare le politiche comunitarie. A lui Magyar ha ribadito la richiesta di maggiori diritti per la minoranza ungherese in Ucraina, in particolare in Transcarpatia, regione cui il censimento del 2001 attribuiva una corposissima minoranza ungherese (circa il 20% della popolazione) e dove comunque, anche oggi, vivono almeno 100 mila ungheresi, poco meno del 10% del totale.
Per sottolineare quanto sia delicata la questione, basterà ricordare che la Transcarpatia fu parte del regno di Ungheria per più di mille anni, per diventare parte dell’Urss nel 1945 e dell’Ucraina indipendente nel 1991. In questi anni la regione ha vissuto una campagna di ucrainizzazione che ha previsto l’abolizione dell’ungherese nei cicli scolastici e una limitazione della sfera d’influenza delle associazioni “ungheresi” attive tra la popolazione, anche con raid della polizia nelle associazioni culturali. Su questo tema Orban aveva polemizzato senza sosta, avanzando le famose 11 richieste che comprendevano il ripristino del pieno diritto all’uso della lingua ungherese nelle scuole, nell’amministrazione pubblica e nei media, una più ampia rappresentanza della minoranza ungherese sia nelle istituzioni locali sia nel Parlamento nazionale, l’istituzione della doppia cittadinanza, una maggiore tutela della libertà di associazione e così via. Richieste molto impegnative. Nel 2024 l’Ucraina si era anche detta disposta ad accoglierle ma poi non se n’era fatto nulla.
Magyar con Costa ha ritirato fuori tutto, con una mossa che certamente lo rafforza davanti all’opinione pubblica ungherese e, in ogni caso, mette sul piatto dei rapporti con la Ue un altro contrappeso di non poco conto, vista anche la strettissima relazione tra Ucraina e istituzioni comunitarie.
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