Nel cuore di Washington, lungo il National Mall, si estende il più grande complesso museale del mondo. Lo Smithsonian Institution — 21 musei, 14 centri di ricerca, uno zoo nazionale, oltre 155 milioni di oggetti e opere d’arte — custodisce la memoria materiale degli Stati Uniti. Qui sono conservati il cappello di Lincoln, il vestito di Dorothy nel Mago di Oz, la capsula Apollo 11, i frammenti del primo aereo dei fratelli Wright.
Per quasi due secoli, lo Smithsonian ha goduto di una reputazione di neutralità scientifica e rigore accademico. Ma dall’inizio del 2025, questa istituzione è diventata il campo di una battaglia politica senza precedenti: l’amministrazione Trump ha avviato una campagna sistematica per riorientare i contenuti dei musei verso una visione “patriottica” della storia americana, minacciando tagli ai finanziamenti federali e chiedendo la rimozione di mostre considerate “divisive”.

Non si tratta di una semplice disputa amministrativa. È uno scontro che tocca questioni fondamentali: chi ha il diritto di raccontare la storia? Qual è il confine tra educazione e propaganda? E cosa succede quando il potere politico pretende di controllare la memoria collettiva?
Il 27 marzo 2025, Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo dal titolo programmatico: Restoring Truth and Sanity to American History (“Ripristinare verità e sanità mentale nella storia americana”). Il documento accusa esplicitamente lo Smithsonian di essere caduto “sotto l’influenza di un’ideologia divisiva e incentrata sulla razza”, promuovendo “narrazioni che ritraggono i valori americani e occidentali come intrinsecamente dannosi e oppressivi”. L’ordine delega al vicepresidente J.D. Vance la supervisione dell’applicazione e prende di mira specificamente alcune mostre e istituzioni:
• “The Shape of Power: Stories of Race and American Sculpture” — Una mostra dello Smithsonian American Art Museum che esplorava il ruolo della razza nella storia della scultura americana. Secondo l’ordine, rappresenta l’esempio di un approccio ideologico inaccettabile.
• L’American Women’s History Museum — Un museo ancora in fase di progettazione (non aprirà prima di dieci anni) è stato già oggetto di direttive che vietano di “riconoscere uomini come donne”, un linguaggio che mira a escludere le donne transgender dalla narrazione storica.
• Monumenti confederati — L’ordine incarica il Segretario degli Interni di valutare il ripristino di monumenti e memoriali rimossi, con un chiaro riferimento alle statue confederate abbattute dopo le proteste del 2020. L’obiettivo dichiarato è celebrare “l’eccezionalismo americano“, una formula che ricorre ossessivamente nei documenti ufficiali.
Ultimatum con scadenza
Se l’ordine di marzo stabiliva i principi, una lettera inviata il 12 agosto 2025 dalla Casa Bianca al segretario dello Smithsonian, Lonnie Bunch III, ha tradotto quei principi in richieste operative precise. La lettera, firmata dalla collaboratrice senior Lindsay Halligan, stabiliva 30 giorni per fornire documentazione completa su mostre, collezioni e iniziative in corso, 120 giorni per “applicare le correzioni necessarie, sostituire linguaggio divisivo o ideologico con descrizioni storicamente accurate e costruttive”. La scelta dei primi otto musei da sottoporre a revisione è significativa: il National Museum of American History, il National Museum of African American History and Culture, il National Museum of the American Indian, il National Air and Space Museum, il National Portrait Gallery, lo Smithsonian American Art Museum, il National Museum of Natural History e l’Hirshhorn Museum.
La presenza nella lista del museo dedicato alla storia afroamericana e di quello dedicato agli indigeni americani non è casuale. Sono le istituzioni che, per loro stessa missione, raccontano storie di oppressione, resistenza e ingiustizia — esattamente il tipo di narrazioni che l’amministrazione considera “divisive”. Halligan ha dichiarato: “Si tratta di preservare la fiducia in una delle nostre istituzioni più amate. I musei e le mostre dello Smithsonian dovrebbero essere accurati, patriottici e illuminanti, garantendo che rimangano luoghi di apprendimento, meraviglia e orgoglio nazionale per le generazioni a venire.
Lo Smithsonian: un’istituzione unica
Per comprendere la portata di questo scontro, è necessario capire cos’è lo Smithsonian e perché la sua posizione è così particolare. Lo Smithsonian Institution fu fondato nel 1846 grazie a un lascito di James Smithson, uno scienziato britannico che non aveva mai messo piede negli Stati Uniti. Il suo testamento destinava l’eredità alla creazione di un’istituzione “per l’incremento e la diffusione della conoscenza”.
La struttura giuridica che ne risultò è unica: lo Smithsonian è tecnicamente un trust federale, governato da un Board of Regents (Consiglio di Reggenti) che include il Presidente della Corte Suprema, membri del Congresso e cittadini nominati. Non è un’agenzia governativa, ma riceve circa due terzi del suo budget annuale da stanziamenti federali — nel 2024, circa 1,2 miliardi di dollari.

Questa natura ibrida ha garantito per quasi due secoli un equilibrio: autonomia scientifica e curatoriale da un lato, responsabilità pubblica dall’altro. Ma è anche il punto debole che l’amministrazione Trump sta sfruttando.
Dal 2019, lo Smithsonian è guidato da Lonnie Bunch III, storico specializzato in storia afroamericana e fondatore del National Museum of African American History and Culture (NMAAHC), inaugurato nel 2016. È il primo afroamericano a ricoprire la carica di segretario nella storia dell’istituzione. Il profilo di Bunch — la sua specializzazione accademica, il museo che ha fondato, il colore della sua pelle — lo rende un bersaglio naturale per un’amministrazione che ha fatto della guerra al “wokismo” uno dei suoi temi centrali.
Il caso delle mostre The Presidency: A Glorious Burden e Entertainment Nation
Prima ancora della lettera formale, lo scontro era già esploso su un caso specifico. Nel luglio 2025, il Washington Post rivelò che il National Museum of American History aveva modificato la mostra The Presidency: A Glorious Burden. La mostra, inaugurata nel 2000 e aggiornata periodicamente, include una sezione sui limiti del potere presidenziale. Dal 2021, questa sezione conteneva un’etichetta dedicata ai due procedimenti di impeachment subiti da Trump, con la nota “Caso in fase di riprogettazione (la storia accade)”.
A luglio 2025, l’etichetta è stata rimossa. Un portavoce dello Smithsonian ha spiegato che si trattava di “un’aggiunta temporanea per affrontare gli eventi attuali” e che la sezione necessitava comunque di un aggiornamento. Ma la tempistica — nel pieno delle pressioni della Casa Bianca — ha sollevato accuse di autocensura preventiva.
Più esplicita è stata la critica a Entertainment Nation, una mostra del National Museum of American History che esplora la storia dell’intrattenimento americano attraverso la lente della diversità. La funzionaria Halligan l’ha accusata di usare denaro pubblico per promuovere “narrazioni politiche unilaterali e divisive”.
La mostra include sezioni su:
• La rappresentazione degli afroamericani nei media
• La storia delle donne nell’industria dell’intrattenimento
• Il ruolo della comunità LGBTQ+ a Hollywood
• Gli stereotipi sugli indigeni americani nel cinema western
Per l’amministrazione Trump, questo approccio — che contestualizza l’intrattenimento americano nel quadro delle dinamiche di potere razziali, di genere e sessuali — è l’esempio stesso dell’ideologia “woke” da eliminare.
La minaccia finanziaria: dicembre 2025
In dicembre, la pressione si è intensificata ulteriormente. Una nuova lettera, firmata dal direttore del Consiglio per la politica interna Vince Haley e dal direttore dell’Ufficio gestione e bilancio Russell Vought, ha alzato il livello dello scontro.

I punti chiave:
• Richiesta di documentazione completa entro il 13 gennaio 2026 su tutti i programmi previsti per il 250° anniversario dell’indipendenza americana (2026);
• Minaccia esplicita di usare i poteri di impoundment (trattenimento dei fondi) dell’Ufficio gestione e bilancio per bloccare i finanziamenti federali in caso di inadempienza;
• Accusa di lentezza: lo Smithsonian avrebbe risposto alle precedenti richieste solo con “dettagli generici”, insufficienti per una valutazione.
“Vogliamo essere certi che nessuno dei responsabili dei musei dello Smithsonian nutra dubbi sul fatto che gli Stati Uniti siano stati tra le maggiori forze positive nella storia mondiale”, si legge nella lettera. “Gli americani non tollereranno musei che mostrino diffidenza verso le origini della nazione o che risultino a disagio nel presentare una visione complessivamente positiva della storia americana”.
Il contesto: la guerra culturale trumpiana
L’attacco allo Smithsonian non è un episodio isolato. Si inserisce in una strategia più ampia di “guerra culturale” che l’amministrazione Trump ha dichiarato fin dal primo mandato e intensificato nel secondo. Già nel settembre 2020, durante il primo mandato, Trump tenne un discorso in cui denunciò quella che definì “indottrinamento di sinistra” nelle scuole americane, accusando in particolare l’insegnamento della critical race theory (teoria critica della razza) di essere una “forma di abuso sui minori”.
In quell’occasione annunciò la creazione della 1776 Commission, un comitato incaricato di promuovere un’educazione “patriottica”. Il nome era una risposta diretta al 1619 Project del New York Times, che aveva riesaminato la storia americana ponendo la schiavitù al centro della narrazione nazionale. La commissione fu sciolta da Biden nel gennaio 2021, ma è stata ricostituita nel gennaio 2025 con l’ordine esecutivo Ending Radical Indoctrination in K-12 Schooling.

Lonnie Bunch ha sempre risposto alle pressioni con toni calibrati. In una dichiarazione ufficiale, ha riaffermato “il profondo impegno verso l’eccellenza accademica, la ricerca rigorosa e la presentazione accurata e fattuale della storia” dell’istituzione. La cautela è comprensibile. Lo Smithsonian dipende dai finanziamenti federali per due terzi del suo budget. Uno scontro frontale potrebbe avere conseguenze devastanti per le operazioni quotidiane. Ma la scelta delle parole — “ricerca rigorosa”, “presentazione fattuale” — contiene anche una rivendicazione implicita: la storia, suggerisce Bunch, si fonda sui fatti, non sulle preferenze politiche.
Tra gli storici, le reazioni sono state più nette. Lo storico David M. Perry, in un articolo per Foreign Policy, ha definito l’ordine un tentativo di “intensificare la mitizzazione nazionale” e costruire “un passato favoleggiato per legittimare l’amministrazione attuale”. Perry contesta l’assunto implicito dell’ordine: “Il patriottismo non emerge dalla negazione del disordine, della bruttezza della storia. Una comprensione sfumata del passato di una nazione — che tenga conto del buono e del cattivo — rappresenta il vero patriottismo.”
Il 2026: l’anniversario come posta in gioco
Un elemento cruciale per comprendere la tempistica delle pressioni è il Semiquincentennial: il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza, che cadrà il 4 luglio 2026. L’amministrazione Trump vede questo anniversario come un’occasione per ridefinire la narrazione nazionale. Gli eventi commemorativi, le mostre speciali, i programmi educativi previsti per il 2026 diventeranno il campo di battaglia definitivo tra due visioni della storia americana:
La visione dell’amministrazione — L’America come “forza positiva” nella storia mondiale, fondata su valori universali di libertà, i cui difetti sono incidenti di percorso superati o irrilevanti rispetto alla grandezza complessiva. La visione contestata — L’America come esperimento complesso, fondato su ideali elevati ma costruito anche su schiavitù, genocidio indigeno e discriminazione sistemica, la cui grandezza sta nella capacità di confrontarsi con queste contraddizioni.

Al di là della specifica controversia americana, lo scontro sullo Smithsonian solleva questioni universali sul rapporto tra potere politico e memoria collettiva. La frase di Orwell — “Chi controlla il passato controlla il futuro; chi controlla il presente controlla il passato” — risuona in questa vicenda con particolare forza. I musei nazionali non sono depositi neutrali di oggetti: sono macchine narrative che costruiscono identità collettive.
Decidere quali storie raccontare, quali silenzi mantenere, quali connessioni stabilire tra gli eventi è un atto di potere. Quando lo Smithsonian sceglie di esporre la storia dell’intrattenimento americano attraverso la lente della diversità razziale e di genere, sta facendo una scelta interpretativa. Ma lo sarebbe anche scegliere di non farlo.
L’idea dell’eccezionalismo americano — la convinzione che gli Stati Uniti rappresentino un esperimento unico nella storia, guidato da principi universali di libertà — è antica quanto la nazione stessa. Non è un’invenzione trumpiana. Ma c’è una differenza cruciale tra studiare l’eccezionalismo americano come fenomeno storico (come nasce, come si sviluppa, quali effetti ha avuto) e imporre l’eccezionalismo americano come cornice interpretativa obbligatoria per ogni narrazione
Lo scontro non riguarda solo Trump o i suoi avversari. Tocca una domanda più radicale: la democrazia può sopravvivere se rinuncia al conflitto onesto sulle verità del proprio passato? Oppure la tentazione di “semplificare” la storia – renderla patriottica, edificante, rassicurante – è il primo passo verso l’amnesia civile?
L’America è nata dal diritto di dissentire. Oggi la vera linea di difesa di quel diritto passa, paradossalmente, tra le sale di un museo: tra le sue etichette, i suoi pannelli, le sue scelte curatoriali. Non è un dettaglio estetico, ma la misura di quanto una democrazia creda ancora alla libertà della conoscenza.
Capire come il passato viene usato nel racconto dell’attualità è una delle sfide del giornalismo contemporaneo. Nata, come definizione, nell’ambiente accademico americano degli anni ’70, la public history è un concetto che si propone di fare da ponte tra il sapere esperto dello storico e la memoria vissuta dalla collettività. Per rendere la storia non solo accessibile, ma partecipata.
Proprio per questo ho realizzato un videocorso dedicato al rapporto tra public history e giornalismo narrativo. Per saperne di più clicca qui.
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