Skip to content
Storia

Chernobyl 40 anni dopo: quando l’incubo sovietico divenne anche il nostro

L'esplosione del quarto reattore della centrale, il 26 aprile del 1986, preannunciò la fine dell'Urss e spinse a cambiare idea sul nucleare.
Chernobyl

In anni in cui il cancelliere tedesco Friedrich Merz rimpiange la decisione di Angela Merkel di chiudere le centrali nucleari e il presidente francese Emmanuel Macron si fa forte delle sue, ricordare i quarant’anni trascorsi dal disastro nucleare di Chernobyl, l’allarme mondiale, lo spavento, le radiazioni, le verdure non più mangiate, le immagini tristi di quei likvidatory mandati allo sbaraglio e incaricati di intervenire sull’olocausto nucleare con attrezzature quando andava bene da pompieri, ci danno come prima cosa la sensazione di quanto tempo sia passato e di quanto sia cambiato il mondo. Oggi, forse, i tre quesiti referendari del 1987 che di fatto bloccarono lo sviluppo del nucleare in Italia (quando avevamo tre centrali attive, a Caorso, Latina e Trino Vercellese, più una disattivata nel 1982, quella di Sessa Aurunca) sarebbero respinti, chissà…

Ma il 1986 era il 1986. E quando, durante un test di spegnimento che doveva essere di routine ma che andò male e fu gestito peggio, all’1,23 del 26 aprile esplose il reattore numero 4, uno dei due (su quattro totali) costruito solo tre anni prima, le reazioni furono quelle adeguate ai tempi. I sovietici tacquero il più possibile, sperando fino all’ultimo di poter nascondere tutto sotto il tappeto. Mikhail Gorbaciov, ch’era diventato segretario generale del Pcus appena un anno prima, parlò apertamente dell’incidente solo 14 giorni dopo. La glasnost’ (trasparenza) era ancora solo un proposito. Purtroppo per lui se n’erano già accorti i tecnici della centrale nucleare svedese di Forsmark, che avevano rilevato alti livelli di radiazioni, avevano sospettato un guasto interno e infine avevano capito che il pericolo arrivava appunto da Cernobyl, portato dai venti.

Forsmark dista da Chernobyl 1.100 chilometri, il che dà l’idea di quanta strada in poco tempo riuscirono a fare le nubi tossiche. Passammo giorni, allora, a studiarne il percorso, piuttosto inutilmente. “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va” (Giovanni, 3,8). Più prosaicamente, mi permetto qui un modestissimo aneddoto personale. Si era in Val Gardena con la figlia di tre anni colpita da pertosse e per questo portata in montagna, e mia moglie incinta. Fuga precipitosa per non farci sorprendere dalla nube in arrivo da Est salvo scoprire, una volta arrivati a Milano, che la nube si era spostata con noi. Anzi, sopra di noi.

Noi ci spaventavamo, ci dicevamo “nucleare mai più” e cominciavamo a fare i conti con eventuali aumenti delle sindromi tumorali. Negli anni, i diversi organismi scientifici che se ne sono occupati non sono riusciti a trovare un accordo, partendo da conclusioni anche molto lontane tra loro. Secondo il Chernobyl Forum, tavolo istituzionale promosso dall’Onu con la partecipazione tra gli altri di OMS, UNSCEAR (istituto dell’Onu incaricato di valutare gli effetti delle radiazioni), l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, gli Istituti superiori di Sanità di Russia, Ucraina e Bielorussia, le vittime certe furono 65, senza evidenze epidemiologiche che denunciassero un particolare aumento di tumori e leucemie tra i likvidatory (ne parliamo tra poco) nella popolazione civile. All’oppposto il rapporto di Greenpeace, che ha invece parlato di un numero di vittime tra 100 e 270 mila. In mezzo, tante altre valutazioni più o meno affidabili.

I pompieri e i likvidatory

E mentre noi ci preoccupavamo, a Chernobyl e dintorni si moriva sul serio. Le prime a intervenire, pochi minuti dopo l’esplosione furono due squadra di semplici pompieri, una interna alla centrale e l’altra assegnata alla città di Pryp’jat (di cui parleremo). Furono mandati allo sbaraglio, con l’unico intento di domare l’incendio che fin da subito fu visibile a molti chilometri di distanza. La prima squadra ad arrivare sul posto era comandata dal tenente Vladimir Previk, che morì l’11 maggio. La seconda era invece comandata dal tenente Viktor Kibenok, che morì il 14 maggio. La sorte che, nel giro di poche settimane, toccò anche a tutti i loro colleghi, che avevano assorbito dosi micidiali di radiazioni e maneggiato in pratica a mani nude le grafite radioattiva uscita dalla breccia del rettore numero 4. Negli anni successivi, soprattutto nel 1986 e nel 1987 ma comunque fino al 1990, toccò, come anticipato prima, ai likvidatory, circa 600 mila persone in totale reclutate tra i militari e personale specializzato nelle operazioni di bonifica, incaricate non solo della “pulizia” del sito ma anche della costruzione del primo sarcofago destinato a ingabbiare le radiazioni ancora in uscita dal reattore distrutto.

Per quindici lunghissimi anni, cioè fino all’incidente della centrale giapponese di Fukushima (l’unico altro a essere classificato al livello 7, cioè il massimo della scala INES), dell’11 marzo 2011, Chernobyl è stato l’emblema di tutti i peggiori incubi nucleari e per noi europei lo è tuttora. Negli anni, al netto degli aspetti sanitari, è diventato agli occhi di molti persino una causa della rovina finale dell’Urss, soprattutto se accoppiato al ritiro dell’Armata Rossa dall’Afghanistan nel 1989. In realtà, l’incidente e la sua gestione furono, più che una causa del crollo, una conferma che il sistema non funzionava più, che tra Mosca e le “periferie” la relazione era ormai troppo blanda e confusa per essere efficace. Sistema che, con Chernobyl, dovette mostrare al mondo la sua realtà concreta, quella che missili e cannoni avevano fin lì mascherato. Anche se il disastro è “intitolato” alla città di Chernobyl, che in realtà dista dalla centrale una ventina dai chilometri, le immagini spettrali degli edifici vuoti, l’asilo con i giocattoli ancora sugli scaffali, la ruota del luna park immobile e arrugginita, note in tutto il mondo, vengono da Pryp’jat, il piccolo centro costruito a pochi passi dai reattori.

Chi scrive ci è stato tre volte e ogni volta è rimasto sconvolto dal panorama: qui un impianto nucleare; lì, a distanza di meno di una passeggiata, le case, le scuole, la mensa, i giardinetti. Un assetto che peraltro si riscontrava in tutti i grandi centri industriali dell’Urss, per esempio anche nelle grandi città siderurgiche del Donbass, dove le ciminiere facevano ombra ai balconcini delle khruscioby, i condomini tirati sù in tutta fretta all’epoca di Nikita Khrusciov per provare a risolvere la cronica carenza di appartamenti. Tutto pareva affermare: tu sei ciò che lavori. L’uomo a una dimensione, per dirla con Marcuse, che di lì a poco avrebbe fatto capire a Mosca di averne abbastanza.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.