“La pianificazione prudenziale che ha fatto il capo di Stato Maggiore della Difesa prevede un gruppo basato su 2 cacciamine con un’unità di scorta e una logistica che ci permette di aumentare il periodo. In tutto 4 navi. Ovviamente noi non andiamo da soli, andiamo all’interno di una coalizione internazionale, anche le altre nazioni manderanno dei cacciamine. In Europa ci sono Francia, Inghilterra e un gruppo congiunto tra l’Olanda e il Belgio“. Lo ha dichiarato il capo di Stato maggiore della Marina militare, Giuseppe Berutti Bergotto. La missione nello Stretto di Hormuz, in accordo con gli alleati, ha il solo obiettivo di mettere in sicurezza lo Stretto, bonificandolo da quelle che si ritengono essere 20 mine navali posate dai Guardiani dalla Rivoluzione Islamica, si ritiene mine a influenza del tipo Maham 3 e Maham 7. Stando a quanto dichiarato dal Pentagono, per ripulire lo Stretto di Hormuz dalle mine potrebbero volerci sei mesi ed è improbabile che l’operazione venga intrapresa prima della fine della guerra. Ciò significa che i cacciamine italiani, classe Lerici, dovrebbero svolgere la loro missione in tempo di pace. Ma la “pace” sembra essere tutt’altro che vicina.
Lo avevamo accennato in tempi non sospetti. L’Italia non vuole farsi trascinare nel conflitto che Israele e Stati Uniti hanno armato contro la Repubblica Islamica dell’Iran e il suoi programmi di armamenti, missilistico e nucleare, ma è pronta a partecipare a una missione internazionale per ristabilire la sicurezza e la libera navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz, crocevia strategico attraverso il quale transita il 20% del commercio mondiale di petrolio e gas naturale, attualmente soggetto a un doppio blocco: uno sostenuto dai guardiani della rivoluzione e dalla loro componente navale, l’IRGC-N, che hanno approfittato del loro vantaggio geostratecio per bilanciare l’aggressione statunitense, colpendo l’economia occidentale e delle potenze del Golfo che fanno affari con l’Occidente; e uno sostenuto dall’imponente dispositivo militare schierato dagli Stati Uniti, che vogliono incidere sugli interessi di Teheran, che lasciava “entrare e uscire” le navi che desidera, fossero esse dirette in Cina o proveniente dall’India, per portare degli esempi.
Un’operazione lunga sei mesi
Al centro delle tensioni crescenti, lo Stretto di Hormuz, dove i pasdaran hanno postato almeno 20 mine navali, molte delle quali, secondo i rapporti dell’intelligence statunitense, sarebbero uscite dagli schemi di controllo e rappresenterebbero un pericolo per la navigazione dell’intera regione, dato che una volta sganciate dai loro supporti potrebbero vagare trasportate dalle correnti marine, tra il Golfo Persico, quello d’Oman e il Mar Arabico.
La condizione di totale insicurezza che interessa lo Stretto, ha provocato gravi ripercussione sull’economia mondiale, provocando un aumento straordinario delle quotazioni dei prezzi del greggio, e la conseguente carenza di carburante, rischia di condurre molti paesi verso il “lockdown energetico”, per questo molti attori internazionali, pur negando di prendere parte a operazioni belliche in Medio Oriente, diniego che ha fatto infuriare l’inquilino della Casa Bianca che è tornato a minacciare la NATO, si stanno preparando a un’operazione internazionale per supportare l’impegno statunitense nella bonifica dello stretto dalle temute mine navali.
Secondo il Pentagono, potrebbero servire fino a 6 mesi per sminare un tratto di mare che non è ancora stato “delimitato” con precisione. L’Italia, quando saranno state create le condizioni per agire, è pronta a fare la propria parte, inviando 2 cacciamine con un’unità di scorta e con un’unità logistica che permetteranno di aumentare il periodi di dispiegamento. In tutto sarebbero 4 navi, “due operative, una logistica e una di scorta”, afferma il capo di Stato maggiore della Marina militare, che ha spiegato: lo Stretto “è una zona minata. Non sappiamo bene qual è l’area che è stata minata, non è determinata. Si presuppone che l’area minata sia nella zona della linea di separazione del traffico in ingresso e uscita da Hormuz. La tipologia dei fondali ci aiuta a capire quali sono le mine“, circa 20 per il Pentagono, “che possono essere utilizzate. Possiamo ipotizzare le operazioni che dobbiamo attuare per bonificare l’area. Vicino alla costa ci sono dei fondali rocciosi”. Alcuni elementi sono già noti: “Ci sono principalmente due tipi di mine: quelle da fondo, che sono delle mine che stanno proprio sul fondo del mare, e quelle ormeggiate. Sono delle mine che hanno una base sul fondo e sono semigalleggianti. Di solito sono messe ad alto fondale“.
Secondo indiscrezioni, le unità italiane coinvolte potrebbero essere i cacciamine Crotone e Rimini, affiancati da una nave di supporto logistico e una di scorta. Attualmente la Marina Militare italiana dispone di una flotta di dieci cacciamine tra i più avanzati al mondo, progettati per individuare e neutralizzare anche le mine più sofisticate, comprese quelle magnetiche e di ultima generazione, definite “intelligenti”. Otto unità appartengono alla classe Gaeta, entrate in servizio tra il 1992 e il 1996, mentre due appartengono alla classe Lerici, più datate ma ancora operative. Le navi della classe Gaeta rappresentano la componente più moderna ed efficiente della flotta.
La ricerca con il ROV
Questi cacciamine sono imbarcazioni relativamente compatte, lunghe circa 52 metri e larghe meno di 10, con equipaggi di circa 40-50 persone. Una delle loro caratteristiche distintive è lo scafo realizzato in vetroresina rinforzata, un materiale che garantisce l’assenza di campo magnetico e quindi evita l’attivazione delle mine sensibili alle variazioni magnetiche. Inoltre, la struttura offre una notevole resistenza agli urti causati da eventuali esplosioni subacquee. Anche i motori sono progettati per ridurre al minimo le vibrazioni sonore, essendo montati su supporti indipendenti: questo accorgimento limita il rischio di attivare mine dotate di sensori acustici.
Le operazioni di sminamento si articolano in tre fasi principali: individuazione, identificazione e neutralizzazione. La prima fase è affidata al sonar di bordo, che funziona come un radar subacqueo. Attraverso l’emissione di onde sonore e l’analisi del loro eco, il sonar consente di costruire immagini dettagliate del fondale e individuare oggetti sospetti, distinguendoli da elementi naturali come rocce o detriti. In condizioni favorevoli, un singolo cacciamine può mappare fino a 26 chilometri quadrati di fondale al giorno. Una volta individuato un possibile ordigno, si procede alla fase di identificazione mediante un veicolo sottomarino telecomandato (ROV). Questo dispositivo, dotato di telecamere e sensori, viene calato in acqua e guidato a distanza dall’equipaggio della nave.
Il ROV può operare per diverse ore, raggiungere velocità di circa 13 km/h e scendere fino a profondità di 600 metri. Avvicinandosi all’oggetto sospetto, trasmette immagini in tempo reale che permettono agli operatori di confermare se si tratti effettivamente di una mina. La fase finale è quella della neutralizzazione dell’ordigno. Il metodo più utilizzato prevede l’impiego dello stesso ROV, che posiziona una carica esplosiva vicino alla mina e poi si allontana. Successivamente, la nave madre si mantiene a distanza di sicurezza, generalmente intorno a un chilometro, mentre viene effettuata un’esplosione controllata per distruggere l’ordigno. In alternativa, possono intervenire direttamente i palombari della Marina, specialisti nel disinnesco subacqueo, che utilizzano attrezzature avanzate per operare in sicurezza, mantenendo una bassa visibilità acustica e magnetica.
La scorta ai cacciamone
Per garantire la sicurezza durante queste operazioni complesse, i cacciamine operano solitamente accompagnati da una scorta navale, che include una fregata e una nave logistica. Questo tipo di missione richiede elevati livelli di addestramento, precisione e concentrazione, ma è fondamentale per ripristinare la sicurezza delle rotte marittime. Una volta completata la bonifica, l’area esplorata può essere considerata sicura per la navigazione. Oltre ai cacciamine, esiste un’altra tipologia di unità impiegata nello sminamento navale: i dragamine. Si tratta di mezzi più tradizionali, utilizzati fin dalla Prima guerra mondiale, che operano trascinando dispositivi meccanici o magnetici per far detonare mine semplici o tagliare i cavi di ancoraggio di quelle galleggianti. Questo approccio consente di bonificare rapidamente vaste aree, ma è efficace solo contro mine poco sofisticate.
I cacciamine, al contrario, rappresentano una soluzione più moderna e precisa. Operano in modo mirato, individuando e neutralizzando singolarmente ogni ordigno grazie all’impiego di tecnologie avanzate come sonar ad alta risoluzione, veicoli sottomarini e operatori specializzati. Questa capacità li rende particolarmente adatti a contrastare mine moderne, comprese quelle di fondo, magnetiche o dotate di sensori acustici, che non possono essere eliminate con le tecniche tradizionali dei dragamine. Proprio per queste caratteristiche, l’Italia ha proposto l’impiego dei propri cacciamine nello Stretto di Hormuz, con l’obiettivo di contribuire alla sicurezza di una delle rotte marittime più importanti al mondo.
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